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Matteo
Marco
Luca
Giovanni
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Vangelo
secondo Matteo
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«Quel che è generato
in lei viene dallo Spirito Santo»
(Mt 1,18-24)
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«Dov'è il re dei Giudei che è nato?» (Mt 2,2)
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«Ed ecco la stella»
(Mt 2,9)
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«oro, incenso e
mirra» (Mt 2,11)
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«Fuggi» (Mt 2,13)
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«Convertitevi»
(Mt 3,1-12)
-
«Per
farsi battezzare» (Mt 3,13)
-
«...ebbe
fame»
(Mt 4,1-11)
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«Vide due
fratelli... che gettavano la rete»
(Mt 4,18)
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«Beati!»
(Mt 5,3)
-
«Beati...»
(Mt 5,3)
-
«Beati i
misericordiosi...»
(Mt 5,7)
-
«Beati»
(Mt 5,1-12)
-
«...non
è degno di me»
(Mt 10,37)
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«Il più piccolo del
Regno»
(Mt 11,2-11)
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«...così è piaciuto
a te»
(Mt 11,26)
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«A chi ha sarà dato»
(Mt 13,12)
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«Beato
te, Simone!» (Mt 16,17)
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«...li condusse in
disparte»
(Mt 17,1-9)
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«70 volte 7»
(Mt 18,22)
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«...perché io sono
buono»
(Mt 20,15)
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«Vegliate»
(Mt 24,37-44)
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«Più tardi
arrivarono anche le altre...»
(Mt 25,11)
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«per paura andai a
nascondere il talento ...»
(Mt 25,25)
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«avevo fame... ero
nudo...»
(Mt 25,35-36)
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«Sigillando la
pietra»
(Mt 27,66)
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«Nel
nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19)
-
«battezzate nel nome
del Padre...»
(Mt 28,19)
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Vangelo
secondo Marco
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«Inizio» (Mc 1, 1)
-
«fu battezzato»
(Mc 1,9)
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«Tu
sei il Figlio mio prediletto» (Mc
1,11)
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«Il
regno di Dio è vicino» (Mc 1, 15)
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«Il
tempo è compiuto; convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15)
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«Li
chiamò. Ed essi lasciato il loro padre Zebedeo sulla barca con i garzoni,
lo seguirono»(Mc 1,20)
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«Che c’entri con noi, Gesù Nazareno?» (Mc 1, 24)
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«La
febbre la lasciò ed essa si mise a servirli» (Mc 1,31)
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«Si alzò quando era ancora buio» (Mc 1, 35)
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«Se
vuoi»
(Mc
1,40)
-
«Se
vuoi puoi guarirmi» (Mc 1, 40)
-
«Che
cosa è più facile?» (Mc 2,9)
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Finché
hanno lo sposo con loro non possono digiunare» (Mc 2,19)
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«Non
è costui il carpentiere?» (Mc 6,3)
-
«Non
vi ascolteranno» (Mc 6,11)
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«Neanche
il tempo per mangiare» (Mc 6,31)
-
«Le
cose che escono dall'uomo» (Mc 7,15)
-
«Apriti»
(Mc 7,34)
-
«Il
servo di tutti» (Mc 9,35)
-
«Chi
non è contro di noi è per noi» (Mc 9,40)
-
«tagliala»
(Mc 9,43)
-
All'inizio
della creazione» (Mc 10,6)
-
«...
domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti» (Mc
10,9)
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«Come un bambino»
(Mc 10,15)
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«Tutto è possibile»
(Mc 10,27)
-
«Già
al presente» (Mc 10,30)
-
«Non
è così» (Mc 10,43)
-
«Chi vuol essere il
più grande»
(Mc 10,43)
-
«Coraggio,
alzati!» (Mc 10,49)
-
«La tua fede ti ha
salvato»
(Mc 10,52)
-
«Non c’è altro
comandamento più importante di questi»
(Mc 12,31)
-
«Tutto quanto aveva
per vivere»
(Mc 12,44)
-
«Le
mie parole non passeranno» (Mc 13,31)
-
«Il cielo e la terra
passeranno, ma le mie parole non passeranno»
(Mc 13,31)
-
«Vegliate»
(Mc 13, 33-37)
-
«Prendete,
questo è il mio corpo» (Mc 14,22)
-
«Il
Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e
crediamo» (Mc
15,32)
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«Andate
in tutto il mondo» (Mc 16,15)
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Vangelo
secondo Luca
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«Come
è possibile? Non conosco uomo» (Lc
1,34)
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«E
l'angelo partì da lei» (Lc 1,38)
-
«Maria
si mise in viaggio» (Lc 1,39)
-
«si
mise in viaggio»... (Lc 1,39)
-
«benedetta tu»
(Lc 1,42)
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«Oggi vi è nato» (Lc
2,11)
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«Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento»
(Lc 2,15)
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«Tutti quelli che udirono si stupirono» (Lc 2,18)
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«Serbava» (Lc 2,19)
-
«Gli
fu messo il nome Gesù» (Lc 2,21)
-
«Portarono
il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore»
(Lc
2,22)
-
«E
anche a te una spada trafiggerà l'anima»(Lc 2,35)
-
«Siano
svelati i pensieri» (Lc 2,35)
-
«Quando egli ebbe dodici anni» (Lc 2,42)
-
«La Parola di Dio scese...»
(Lc
3,2)
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«Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!» (Lc 3, 6)
-
«Chi ha
due tuniche» (Lc 3, 11)
-
«Uno
più forte di me» ... (Lc 3,16)
-
«ricevuto anche lui il battesimo»... (Lc 3,21)
-
«Mi sono
compiaciuto» (Lc 3,22)
-
«Se
tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane» (Lc
4,3)
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«Oggi» (Lc 4,21)
-
«Non
è il figlio di Giuseppe?»
(Lc
4,22)
-
«Pieni di
sdegno» (Lc 4,28)
-
«Prendi il
largo» (Lc 5,4)
-
«Non
temere. D'ora in poi...»
(Lc 5,1-11)
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«Guai...» (Lc
6,24-25)
-
«Verso i
suoi discepoli» (Lc 6,20)
-
«A
chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica» (Lc
6,29)
-
«Anche i peccatori fanno lo stesso» (Lc 6,32)
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«Dategli voi stessi da mangiare» (Lc 9,13)
-
«Ma
voi chi dite che io sia?»
(Lc 9,20)
-
«il
suo volto cambiò d'aspetto»
(Lc
9,29)
-
«Vi mando come
agnelli in mezzo ai lupi» (Lc 10,3)
-
«lascialo
ancora quet'anno» (Lc
13,6-9)
-
«mio
figlio»
(Lc 13,24)
-
«fatevi amici con
l'iniqua ricchezza» (Lc 16,9)
-
«c'era un uomo
ricco» (Lc 16,19)
-
«non sono stati
guariti tutti e dieci?» (Lc 17,11-19)
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«pregare
sempre» (Lc 18,1-8)
-
«abbi pietà di me» (Lc 18,9-14)
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Un sicomoro (Lc 19,1-10)
-
Uguali agli angeli (Lc
20,27-38)
-
«Nemmeno un capello del vostro capo perirà»
(Lc 21, 5-19)
-
«State
bene attenti» (Lc 21, 34)
-
La debolezza di Dio è il suo debole per l'uomo
(Lc
22,14
- 23,56)
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«Amen
ti dico, oggi sarai con me nel paradiso»
(Lc 23, 35-43)
-
«Non
è qui, è risuscitato» (Lc
24,6)
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«Erano in
cammino» (Lc 24,13)
-
«Sono
proprio io!» (Lc 24,39)
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«Siete testimoni» (Lc
24,48)
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Vangelo
secondo Giovanni
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«luce -
tenebre» (Gv 1,1-18)
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«Veniva
nel mondo la luce vera» (Gv
1,9)
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«Il
Verbo si è fatto carne»
(Gv
1,14) - 1
-
«Si fece carne»
(Gv 1,14) - 2
-
«Io non
sono il Cristo» (Gv 1,20)
-
«In
mezzo a voi sta uno che voi non conoscete»
(Gv
1,26)
-
«Ecco
l'agnello di Dio» (Gv 1,29)
-
«Che cercate?» (Gv
1, 38)
-
Ora è tempo di Gioia (Gv
2,1ss)
-
«Non hanno
più vino» (Gv 2,3)
-
«fate quello che vi
dirà»... (Gv
2,5)
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«Quando
poi fu risuscitato dai morti i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto
questo» (Gv
2,22)
-
«Bisogna
che sia innalzato il Figlio dell'uomo» (Gv 3,14)
-
«Dio
ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito» (Gv
3,16)
-
«Il Padre cerca tali
adoratori»
(Gv 4,23)
-
«In
spirito e verità» (Gv 4,24)
-
«Diceva
così per metterlo alla prova» (Gv 6,6)
-
«Non
avrà più fame» (Gv 6,35)
-
«Se
non lo attira il Padre» (Gv 6,44)
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«Chi mangia e beve di me dimora in me e io in lui»
(Gv 6,56)
-
«Colui
che mangia di me vivrà per me» (Gv 6,57)
-
«Da
chi andremo?» (Gv 6,68)
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«Neanch'io
ti condanno» (Gv
8,11)
-
«Colui che parla con
te»
(Gv 9,37)
-
«Io sono la
porta» (Gv 10,7)
-
«Io
sono il buon pastore» (Gv 10,11)
-
«Nessuno le rapirà
dalla mia mano» (Gv 10, 27-30)
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«Gesù voleva molto
bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro»
(Gv 11,5)
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«Vogliamo
vedere Gesù» (Gv
12,21)
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«Nuovo» (Gv 13, 34)
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«Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi» (Gv 14,18)
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«La mia pace» (Gv
14,27)
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«Se
mi amaste vi rallegrereste» (Gv 14,28)
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«Chi
rimane in me e io in lui, fa molto frutto» (Gv 15,5)
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«Voi
siete miei amici» (Gv 15,14)
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«Lo
Spirito di verità vi guiderà alla verità tutta intera» (Gv
16,13)
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«la
Verità tutta intera» (Gv 16,13)
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«Tu
lo dici io sono re» (Gv 18,37)
-
«Io sono re» (Gv
18,37)
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«Quand'era
ancora buio» (Gv 20,1)
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«E
vide e credette». (Gv 20,8)
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«Otto» (Gv
20,19)
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«Metti
qua il tuo dito» (Gv 20,27)
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«Pur non avendo
visto»
(Gv 20,29)
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«Mi vuoi bene» (Gv
21,1-19)
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«Portarono
il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore»
(Lc
2,22)
Nel
brano della presentazione di Gesù al tempio tutto è rivestito di un fascino
particolare. Prima di qualsiasi commento pastorale o morale cìò che rimane
nell’anima è una sorta di bellezza diffusa che si diffonde dai particolari
ai personaggi e alle parole: il sottinteso tranquillo viaggio dei tre, la
coppia di colombe che il Levitico stabiliva per i poveri, la lunga attesa di
Simeone, quasi un archetipo, che giunge a compimento, la sua gioia,
l’abbraccio commosso al bambino che segna il compimento della sua vita, lo
stupore dei genitori, la profezia radiosa per il bambino, angosciante per la
madre, il presumibile improvviso batticuore di Maria, la presenza rassicurante
di Anna.
Il
brano si conclude con l’annotazione della crescita umana di Gesù, nel
corpo, nella mente, nello spirito, come ogni uomo; una lunga pausa di
soprannaturale serenità per Maria prima di eventi meravigliosi e terribili.
[M.M.]
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|
«Il
Verbo si è fatto carne»
(Gv
1,14)
Nonostante
questa sia la verità più sostanziale del cristianesimo, non dovremmo
stupirci mai abbastanza che Dio sia diventato uomo. L’abitudine compie la
sua terribile opera anche qui, almeno per i cristiani di nascita, eppure basta
riflettere un attimo per capire che non c’è nulla di scontato in questa
storia. Dio si è reso uomo, un re? Un potente? Sarebbe per noi più
accettabile, invece era un povero. E’ apparso all’improvviso? No, è nato
da una donna. E’ giunto con fragore, con splendore? Nemmeno, pochi se ne
accorsero. Si è reso presenza universale nel tempo e nello spazio? No, è
apparso in un punto della storia umana e in un luogo geografico fra i tanti, e
non dei migliori probabilmente.
I
poeti più di tutti si meravigliano dell’incarnazione: un uomo è Dio. A noi
cristiani questo appare ancor prima che poesia un gesto d’amore misterioso e
infinito, sempre che amore e poesia non possano coincidere. Il Natale è forse
anche questo.
[M.M.]
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«Come
è possibile? Non conosco uomo»
(Lc
1,34)
Molto
di Maria ci rivela questa domanda. Innanzitutto per il fatto stesso di
domandare. Davanti ad una epifania del divino questa donna si turba, ma non si
lascia offuscare la mente dallo sconcerto, è padrona di sé, reagisce,
ragiona, chiede spiegazioni. E le chiede ad un angelo. Non si lascia
schiacciare dal soprannaturale, non cade ai piedi di Gabriele, conserva la sua
dignità: è una figlia di Dio anche lei e sa di esserlo.
L’annuncio
presupponeva una maternità per lei fuori dal suo futuro, diciamo pure dal suo
progetto di vita. Eccola allora presentare la sua difficoltà. C’è una
risolutezza nelle sue parole che si fa quasi pervicacia. Maria avrebbe
sottoscritto le parole di Paolo: “se un angelo del cielo vi predicasse un
vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema.” Ascolta
le delucidazioni dell’angelo. Comprendendole certo in minima parte. Ma non
importa capire tutto, in lei prevale la fiducia.
[M.M.]
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«Veniva
nel mondo la luce vera»
(Gv
1,9)
C'è
un miracolo che si ripete ogni giorno: l'emergere della luce dal buio, la
nascita di un nuovo giorno. Nessuno potrebbe vivere senza il contatto
vivificante con la luce del sole, ed è quasi impossibile trovare qualcuno che
non provi un moto di meraviglia di fronte all'alba, o un senso di nostalgia,
di fronte ai colori del tramonto... Gesù è la vera luce. Tante luci ci
accompagnano, molte sono illusorie, fuochi di paglia, bagliori... Gesù è il
vero sole, l'unico capace di illuminare e di riscaldare ogni uomo. Un sole che
non solo sta sopra di noi, ma anche dentro di noi, nel profondo della nostra
anima. "E' venuto a visitarci un sole che sorge dall'alto", capace
di fare anche di noi uomini altri piccoli soli, capaci per partecipazione di
diffondere ad altri, immersi nelle tenebre e nel freddo, luce e calore.
[A.M.]
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«In
mezzo a voi sta uno che voi non conoscete»
(Gv
1,26)
Le
parole del Battista ai sacerdoti rilevano il silenzio misterioso in cui Gesù
seppe vivere, uomo tra gli uomini, fino alla maturità, ma possiedono anche
una forza che attraversa quella situazione contingente e arriva intatta a noi.
Siamo sicuri oggi, e parlo dei cristiani, che Gesù Cristo sia conosciuto?
E’ vero: su di lui è stato scritto qualche milione di libri, pochi uomini
ormai ignorano il suo nome, i suoi principi hanno costituito la civiltà
occidentale, eppure resta vivo il presentimento che Gesù abbia ancora molto
da dirci. Troppo lontani il suo stile di vita, la sua libertà, la sua
dedizione al Padre, la sua vittoria sulla morte da ciò che noi sperimentiamo
e che continua ad opprimerci. Questo però non deve scoraggiarci se è vero
che egli è “in mezzo a voi”. Non lontano dunque, ad un passo dalle nostre
miserie. Tutto potrebbe risolversi in un istante, come in un istante avvenne
la risurrezione. L’atomica Gesù Cristo non è ancora esplosa ma, per
fortuna, non siamo ancora fuori pericolo.
[M.M.]
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«Tu
sei il Figlio mio prediletto»
(Mc
1,11)
Nello
scarno racconto che l'evangelista Marco fa del battesimo di Gesù, ci fa
partecipare ad un evento straordinario. Il Padre proclama il suo amore eterno,
profondissimo, assoluto per il Figlio: l'amato, il prediletto. Il Padre
confessa il suo amore, lo grida al Figlio. E' un amore che Egli, attraverso
Gesù, farà arrivare a ciascuno di noi, chiamati ad essere figli nel Figlio,
eredi nell'Erede. Quante poche volte, invece, noi abbiamo il coraggio di
manifestarci - da fratelli, figli di questo stesso Padre - il nostro
amore, di dichiarare, con le parole e con i fatti, il bene che ci vogliamo...
L'amore trinitario è un amore esplosivo, diffusivo: non si può contenere. Lo
sarà anche il nostro, nella misura in cui attingerà alla Sorgente di ogni
amore, alla Fonte stessa del Bene.
[A.M.]
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«La
febbre la lasciò ed essa si mise a servirli»
(Mc
1,31)
Ciò
cui assistette Simone in casa sua fu un miracolo insolito. Primo perché
quella della suocera, per quanto seria, era semplice febbre e non una malattia
gravissima o cronica; secondo per il suo svolgimento quasi accidentale: Gesù
non va di proposito dalla malata, ma la trova per caso nell’abitazione che
lo ospitava. E’ Cristo presente fra i suoi che risana, proprio in forza
della sua presenza. Egli non può ignorare chi vicino a lui sta soffrendo, non
può lasciare a se stessa una persona provata. E risana anche dai piccoli
mali, quei disturbi fisici, psicologici, interiori che pur non compromettendo
la nostra esistenza la rendono penosa e triste. La guarisce “prendendola per
mano”, con una capacità di affetto, di rapporto, di fiducia che nel
cristianesimo stavamo dimenticando. La solleva come un giorno lui si solleverà
dalla tomba, è il Risorto che opera queste guarigioni risolutive. “Tutti”
lo cercano, è naturale, chi non cercherebbe un Dio così?
[M.M.]
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«Che
cosa è più facile?»
(Mc
2,9)
Il
miracolo di oggi riveste un significato specialissimo ed assume
un’importanza cruciale nell’economia del vangelo. Gesù, sorprendendo
tutti, non risana subito il corpo del paralitico, ma perdona i suoi peccati.
La guarigione fisica, per lui di ben più facile ottenimento, sarà solo la
controprova visibile di quel potere divino. Egli compie in modo esplicito e
palese ciò per cui è venuto sulla terra: annullare il peccato. Dietro quel
gesto c’è nientemeno che il senso stesso dell’incarnazione. Gli scribi
“giustamente” si scandalizzarono, noi
oggi molto meno. Abituati ad un uso spesso sbrigativo e superficiale del
sacramento della penitenza abbiamo perduto nozione della bruttezza deformante
del peccato e del prezzo che esso domanda. Ma forse anche in questo sta
l’amore materno e umile di Cristo, nel renderci facile ciò che per lui ha
significato sangue e abbandono.
[M.M.]
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«Se
vuoi»
(Mc
1,40)
Come fare ad ottenere da Dio quanto domandiamo nella preghiera?
E’ un sconosciuto derelitto di duemila anni fa ad insegnarcelo. Gesù restò
scosso dalle sue parole, nessuno fino a quel momento gli aveva detto “Se
vuoi”. Si emozionò e subito lo esaudì. Come poteva non volere il bene di
quell’uomo?
Se vuoi. Queste due parole nascondono il segreto della preghiera.
C’è dietro umiltà, perché contemplano e già accettano la possibilità
che Gesù non voglia il miracolo; c’è anche però una compiuta fiducia nel
potere di Cristo; c’è soprattutto dietro una vita di dolore. Tutte qualità
capaci di muovere il cuore di Dio. Anche Lui infatti ha bisogno di sentirsi
libero, di non essere costretto, sa bene che i suoi orizzonti sono più grandi
dei nostri, che il Bene voluto da Lui può camminare per vie diverse dalle
quelle che noi desidereremo, eppure si commuove e cede quasi con
arrendevolezza di fronte a quella libera costrizione che solo l’umiltà
unita alla fede sa dare.
[M.M.]
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«E
anche a te una spada trafiggerà l'anima»
(Lc
2,35)
Simeone,
uno sconosciuto che sembra apparire dal nulla e silenziosamente svanire, quasi
un angelo, per dire parole straordinarie ed eterne. Non succede anche a noi
talvolta di trovare impreviste parole divine, magari di luce o conforto, sulla
bocca di messaggeri inattesi? Di qualcuno che Dio aveva voluto incontrassimo
proprio in quel momento?
Penso
ora alla profezia svelata a Maria. Nella sua crudezza le rivela il suo
destino, cioè il destino di chi ama. Amare
vuol dire affezionarsi per poi essere capaci di distaccarsi. L’amore non è
un compassato servizio che rendi al prossimo; è piuttosto calore, affetto,
capire, creare legami, soffrire per l’altro, diventare una cosa sola con
lui. Ma amore è anche accettazione del distacco che, prima o poi, Dio
domanderà. Simeone si fermava qui, al cuore trafitto, ma noi sappiamo
qualcosa in più, che in realtà ogni separazione, lungi dal distoglierlo,
nutre l’amore e lo conduce ad orizzonti degni di Dio.
[M.M.]
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«Li
chiamò. Ed essi lasciato il loro padre Zebedeo sulla barca con i garzoni, lo
seguirono»
(Mc
1,20)
Gesù
sta realizzando una nuova esperienza di vita: comunicare a tutta l'umanità,
con la parola e i fatti, l'Amore immenso dell'eterno Padre. Si rende conto di
non poter non coinvolgere altri a sé per stare insieme in questa nuova vita.
Non può essere solo se vuole cominciare a vivere relazioni improntate al
volersi bene reciproco. E allora guarda, incontra, chiama a stare con lui
persone semplici, comuni con cui condividere tutto di sé.
Alla sua voce Giacomo e Giovanni si decidono a seguirlo e si lasciano dietro
non solo gli strumenti della loro professione ma si separano anche da loro
padre, dagli affetti più cari. Non sanno cosa quell'uomo vuole da loro, ma
non sono capaci di resistere a quella voce. Non esitano, chiamati da qualcuno
che li ama, si fidano completamente.
Anche noi ascoltiamo spesso questa voce di Gesù; molte volte la sua Parola
risuona nel nostro intimo. Proviamo a lasciare tutto anche noi?, senza fare
calcoli.: Gesù è più importante di ogni altra cosa! Lasciamoci fare da Chi
ci conosce e ci ama. Seguiamolo!
[P.B.]
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«Finché
hanno lo sposo con loro non possono digiunare»
(Mc
2,19)
Gesù
è lo sposo e i suoi discepoli sono gli invitati alla sua festa di nozze.
Sarebbe assurdo, in una tale occasione di gioia, mettersi a digiunare. La
domanda fatta a Gesù "Perché i tuoi discepoli non digiunano?" è
dunque fuori luogo, questione oziosa, frutto di poco senno. Come è possibile
essere tristi mentre si partecipa al giorno più bello della vita dell'amico?
Dimentichiamo troppo spesso che la fede cristiana è gioia, una gioia tale che
nessuno ci potrà togliere. Gioia che nasce dalla legge del dare, che è
frutto dello Spirito che vive in noi, che sgorga dall'amore reciproco. Troppo
spesso invece, noi cristiani siamo tristi, grigi e afflitti. Siamo stolti.
Proprio come coloro che, durante la festa, stanno in disparte a piangere
invece che essere felici con tutti gli altri.
[A.M.]
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«Il
tempo è compiuto; convertitevi e credete al Vangelo»
(Mc
1,15)
Non
c'è più tempo. Il tempo si è ristretto, si è fatto corto. In quel poco che
rimane occorre fare l'unica cosa necessaria e sensata: convertirsi e credere
al Vangelo. Da quando il Verbo si è fatto carne, infatti, le cose hanno
cambiato valore: c'è un capovolgimento da fare, dall'alto in basso, da
oriente a occidente, dalla terra al cielo. Non c'è più tempo da perdere.
Come l'uomo che ha trovato la perla preziosa e subito vende tutte
le altre per comprarla. Come i discepoli che subito hanno seguito
Gesù. Non c'è più tempo. La conversione, oramai, è questione di tutti i
giorni, di tutte le ore, di tutti i minuti. E' l'unico chiodo fisso che ci
possiamo permettere. Perché il tempo si è fatto breve. Non c'è più tempo.
Il Vangelo non può più aspettare.
[A.R.]
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«...
domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti»
(Mc
10,9)
I
discepoli non riescono neanche ad immaginare cosa significhi "risuscitare
dai morti", non ne hanno la più pallida idea din quanto non ne hanno
ancora fatto l'esperienza. Sono
gli stessi discepoli a cui capiterà l'avventura, nella mattina di Pasqua, di
essere i testimoni dell'Evento più importante che mai sia capitato nella
storia: la Risurrezione di Gesù. L'incontro con Gesù Risorto sarà per loro
un nuovo inizio di vita, una trasformazione così radicale (da tiepidi e
mediocri uomini, a coraggiosi martiri) da renderli irriconoscibili. Tante
volte noi cristiani, pur vivendo dopo la Resurrezione viviamo come se
fossimo prima: non abbiamo fatto esperienza del Risorto, non l'abbiamo
incontrato e non sappiamo neanche cosa possa voler dire. Eppure il Risorto si
dona a noi come ai discepoli, diversamente da Gesù di Nazaret, dal quale ci
separano due secoli. E' al di là del tempo e dello spazio, è presente nella
sua Chiesa, nella sua Parola, nell'Eucaristia, è dentro di noi, grazie al
Battesimo. Il cammino verso la Pasqua è un cammino verso il Risorto,
affinché accada anche a noi quel meraviglioso cambiamento di vita che toccò
in sorte una mattina ai discepoli e alle donne.
[A.R.]
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«Quando
poi fu risuscitato dai morti i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto
questo»
(Gv
2,22)
Non
dobbiamo mai dimenticare che i Vangeli sono espressione della fede certa,
tangibile, indubitabile dei discepoli di Gesù nella sua Resurrezione. Se
perdiamo di vista questo punto centrale, non possiamo più capire la sostanza
del cristianesimo. La Resurrezione di Gesù è stato un evento che ha
sconvolto la storia personale dei discepoli, è stata una Luce tale che ha
illuminato non solo il presente e il futuro, bensì anche il passato. Alla
luce della Resurrezione i discepoli hanno ricordato e capito la persona, la
vita, le parole, i gesti di Gesù, sono stati capaci di penetrarli in
profondità. Il cammino della Quaresima ci porta dritti lì, al mistero dei
misteri che celebriamo nella santa notte della veglia pasquale. Senza la luce
che si sprigiona dalla morte-risurrezione di Gesù siamo ciechi, la nostra
fede vana e insulsa, la nostra vita di cristiani inconcepibile. Siamo
cristiani perché figli della Luce, figli della Resurrezione, testimoni anche
noi, nostro malgrado, di un evento che continua a sconvolgere la storia.
[A.R.]
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«Dio
ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito»
(Gv 3,16)
Dal
"dare" si misura l'amore. Quanto più amiamo, tanto più
"diamo", anzi, diveniamo noi stessi "dono" per gli altri,
senza più risparmio, senza più calcolo. Si capisce allora che la misura del
"dare" di Dio è assoluta. Egli ci ama "talmente" da darci
ciò che ha di più caro e più prezioso: il suo Figlio. Il "dare"
esprime quindi la legge di amore che è dentro di Dio, la legge che è dietro
ogni parola del Vangelo, la realtà che dice il senso dell'esistenza stessa di
Gesù: dato/donato per noi. Riecheggiano qui altre parole evangeliche che ci
spronano a vivere anche noi secondo questa legge suprema di amore: "Date
e vi sarà dato". "C'è più gioia nel dare che nel ricevere".
Possiamo anche noi fare nostra la dinamica più intima che è in Dio. Dal
semplice "dare" passa la strada per la Felicità.
[A.R.]
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«Vogliamo
vedere Gesù»
(Gv
12,21)
«Vedere
Gesù». E' il desiderio di tanti uomini, di tutti i tempi e di tutti i
luoghi. Incontrare quest'uomo straordinario, poter sentire la sua voce, stare
con lui, ammirarlo... Desiderio particolare di ogni cristiano, nostalgia dei
tempi degli apostoli quando i dodici potevano godere della sua presenza...
«Vedere Gesù». Forse è troppo tardi, è un sogno irrealizzabile, una
banale illusione... Eppure Gesù dà una risposta a questa domanda, risposta
singolare, ma di quelle destinate a lasciare il segno, di quelle che
travalicano tempo e spazio. Per vedere Gesù, per poterlo veramente conoscere
occorre, come il chicco di grano, morire con Lui. Chi ha il coraggio di fare
questo passaggio può davvero incontrare Gesù. Non semplicemente l'uomo di
Nazareth, il profeta di Galilea, l'uomo che ha diviso in due la storia
dell'umanità... No: può incontrare oggi il Signore Risorto, capace di
cambiare le sorti della nostra vita impregnandola della sua potente luce e
vita. Ma questa strada è per gli arditi, per chi ha il coraggio di essere
chicco di grano e di morire.
[A.R.]
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«Il
Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo»
(Mc
15,32)
Perfino
sulla croce Gesù è tentato: non gli viene risparmiato neanche questo
supplizio. "Scendi dalla croce: dimostraci ora se sei Dio". A questa
pretesa risponde l'assoluta impotenza di Gesù, fino alla morte atroce. Eppure
neanche noi cristiani possiamo sentire di avere la coscienza a posto di fronte
al Crocifisso. Tante volte siamo noi i tentatori: vorremmo un Dio potente, che
ci manifesti la sua forza togliendoci dai tanti guai della nostra vita.
Rimaniamo delusi quando non esaudisce le nostre preghiere. Addirittura,
talvolta, la nostra fede vacilla di fronte a quella che ci pare la sua
assenza...
Non
abbiamo capito Gesù, il suo mistero d'amore, la sua pazzia, il suo essere
assolutamente al di là dei nostri modi piccini di vedere il mondo. La forza
d'amore di Gesù è proprio nella sua debolezza: lì si consuma il suo amore.
Senza colpi di scena o deus ex machina che vengono a salvarlo. Non c'è
lieto fine. Gesù beve il calice amaro fino in fondo.
Ma
proprio qui sta l'amore di un Dio! Proprio da qui sorge l'alba nuova della
Resurrezione.
[A.R.]
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«E
vide e credette».
(Gv
20,8)
Bastano queste poche parole a farci immaginare cosa può
essere successo, quella mattina di Pasqua, nel cuore del discepolo che Gesù
amava. Erano passate poche ore dal fallimento assoluto e assurdo della croce.
Il sogno coltivato per tanto tempo era definitivamente caduto nell'oblio.
Eppure, basta uno sguardo veloce alla tomba vuota per capire tutto, subito,
come in una intuizione fulminante. E' il cuore che ha il sopravvento dove la
ragione non arriva. E' l'amore a tagliare il traguardo della fede. «Allora è
tutto vero!». Le parole di Gesù si rianimano di colpo, acquistano la potenza
della verità, dei fatti. «Vide e credette». E' bastato un segno al
discepolo, per soccombere di fronte all'Amore. Anche per noi può essere
così: quanti segni della presenza del Risorto sono nascosti nella nostra
vita, e aspettano solo di essere scoperti da uno sguardo d'amore.
[A.R.]
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«Metti qua il tuo dito»
(Gv
20,27)
E'
stupefacente pensare all'episodio dell'incontro tra Tommaso, l'apostolo
incredulo, e Gesù Risorto. Lì possiamo capire veramente qualcosa della
resurrezione. Capiamo anzitutto che essa è qualcosa di estremamente concreto,
tangibile: si può toccare con la propria mano. Il corpo di Gesù - per quanto
non obbedisca più alle leggi dello spazio - è un vero corpo, nel quale sono
evidenti le piaghe della crocifissione, i segni dei chiodi, la ferita del
costato. L'uomo Gesù, con il suo corpo, non è annientato o sostituito nel
momento della resurrezione: è invece trasformato, elevato, glorificato.
Questo è il destino di tutti noi uomini, fatti di anima e di corpo. Tutto di
noi ha valore, tutto di noi può essere assunto dall'amore di Dio. Tutto di
noi risorgerà come Gesù. Possiamo dare importanza a tutto, possiamo godere
di tutto quanto è creato, perché Gesù lo ha assunto e lo ha trasformato con
la forza della sua resurrezione.
[A.R.]
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«Sono
proprio io!»
(Lc
24,39)
E'
quasi accorato, Gesù, di fronte all'incredulità dei suoi discepoli. «Non
sono un fantasma!». I fantasmi, infatti, non hanno carne e ossa come lui.
Eppure, dobbiamo capire i poveri discepoli, alle prese con il più grande
mistero della storia. Chi di noi non avrebbe dubitato, vedendo il corpo
risorto di un uomo che solo pochi giorni prima aveva inequivocabilmente
esalato l'ultimo respiro in una morte vergognosa... Ma dietro al dubbio si
nasconde anche la gioia, tale da immobilizzarli! Solo l'iniziativa di Gesù di
mangiare di fronte a loro sembra finalmente convincerli che è veramente lui,
ma Risorto, Vincitore. L'umanità del Risorto commuove, ci spinge alla fede.
Il suo amore scioglie anche i cuori più duri dei suoi discepoli. «Sono
proprio io!». «Sei proprio tu!». Riconoscerlo quale Risorto, significa non
tanto un atto di fede della ragione, quanto un atto del cuore che in un baleno
si riscopre amato, investito della vita vera, proiettato in una realtà che
non è di questo mondo, ma che è già presente qui.
[A.R.]
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«Io
sono il buon pastore»
(Gv
10,11)
Attraverso
l'immagine suggestiva del buon pastore (e per contrasto del mercenario)
possiamo comprendere meglio chi è Gesù per noi e chi siamo noi per Gesù.
Gesù è il buon pastore che offre la sua vita per le pecore. Ciò vuol dire
che per lui le sue pecore (cioè noi) valgono più della sua stessa vita!
Gesù è il pastore che ci conduce, che non ci abbandona e che non fugge via
di fronte al pericolo, perché gli importa di noi. Già, di noi. Ci considera
suoi, le sue pecore: gli apparteniamo. Gesù ci conosce e anche noi lo
conosciamo, se siamo pecore del suo gregge. Tra lui e noi si stabilisce un
rapporto profondissimo, trinitario, simile al rapporto che lega Gesù al
Padre. Ma perché Gesù fa questo? Esattamente per amore, perché il Padre lo
ama e offrire la vita per noi è il modo attraverso cui Gesù risponde e
ricambia l'amore del Padre. E noi cosa possiamo fare? Ascoltare la sua voce,
riconoscerlo e diventare così le sue pecore.
[A.M.]
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«Chi
rimane in me e io in lui, fa molto frutto»
(Gv
15,5)
«Fa
molto frutto». C'è una costante nei Vangeli, che ritorna nelle parabole, nei
miracoli (pensiamo alla moltiplicazione dei pani), nei fatti di Gesù (come la
pesca miracolosa), nei detti: la sovrabbondanza. Dio non misura strettamente
le cose, non è un oculato risparmiatore o un "divino economo".
Tutt'altro: ci promette una misura piena, pigiata e traboccante, o fiumi di
acqua viva che scaturiranno dal nostro cuore, o ancora un acqua che disseta
per sempre... «Molto frutto», non poco, non il sufficiente... il 100 per 1,
o almeno il 60 per 1, o tuttalpiù il 30 per 1, in un tempo in cui il 10 per 1
era sufficiente a gridare la gioia di un raccolto abbondante. Siamo fatti per
la felicità, non semplicemente per un po' di contentezza, per qualche piccola
soddisfazione personale... Ci attende una vita e una gioia eterna che neanche
possiamo immaginare. E non si parla solo della vita oltre la morte: le cose
promesse da Gesù cominciano già ora. C'è una condizione, tuttavia: rimanere
in Lui. Non semplicemente ricordarci di Lui, incontrarLo di tanto in tanto,
rivolgerli un pensiero. No. «Rimanere», sempre, in Lui. Fare di Lui la
nostra stessa vita. Il risultato? E' assicurato.
[A.M.]
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«Voi
siete miei amici»
(Gv
15,14)
«Amici
di Gesù». Forse l'espressione ci ricorda gli anni del catechismo o la prima
comunione... Forse non riusciamo più a dargli quella pregnanza che aveva
quando Gesù - rivolgendosi ai suoi discepoli di allora e di sempre - ci ha
detto: «Voi siete miei amici». Avere un amico è uno dei desideri più
grandi di ognuno di noi. Quanti proverbi e sentenze di tutti i tempi e di
tutte le culture esaltano il valore dell'amicizia. E quante delusioni nella
nostra vita quando l'amico non è come lo pensavamo e desideravamo... Gesù è
il nostro amico. E' il vero amico, quello fedele, presente, che non tradisce,
che sostiene, che corregge talvolta. Colui al quale possiamo dire tutto, e
colui che ci può dire tutto, che ha confidenza con noi, che sa di potersi
rivolgere a noi sempre, che ha bisogno di noi. Noi siamo i suoi amici e lui è
il nostro amico. Quanta solitudine in meno nella vita, con lui, amico sempre
presente! Lui ci ha chiamati amici e ci ha dato tutto. Forse aspetta solo che
anche noi lo chiamiamo amico.
[A.M.]
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«Andate
in tutto il mondo»
(Mc
16,15)
Quaranta
giorni dopo la Resurrezione Gesù ascende al cielo, ritorna da dove era
venuto. Tuttavia non ci lascia soli: ci ha promesso infatti di rimanere sempre
con noi. Ci ha lasciato per questo l'Eucaristia, ci ha assicurato la sua
presenza tra due o più uniti nel suo nome, è restato nella sua Parola nuova
e travolgente. Inventa, però, un altro modo di rimanere: attraverso la
testimonianza dei suoi discepoli. Moltiplica e perpetua così quanto ha fatto
nella sua giovane vita, ripete ovunque ciò che ha potuto compiere solo in
Palestina. Siamo noi questi testimoni di Gesù, chiamati ad andare in tutto il
mondo, a raggiungere tutti gli ambienti dove Gesù non è ancora arrivato, ad
essere le sue braccia e il suo cuore oggi. Il mondo aspetta Gesù, e solo noi,
suoi discepoli, possiamo portarlo. Se non lo porteremo noi, con il nostro
amore, forse Gesù non potrà mai arrivare.
[A.M.]
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«Lo
Spirito di verità vi guiderà alla verità tutta intera»
(Gv
16,15)
Gesù
ha lasciato i discepoli per ritornare dal Padre, nell'Eternità da dove era
venuto. Lì ci attende per godere con lui, per sempre, della vita trinitaria:
l'amore nella sua quintessenza. Ci si potrebbe sentire smarriti senza Gesù.
Come pecore senza pastore. Come bambini orfani, privati della guida sicura dei
genitori. Ma non è così. Gesù non ci ha abbandonato affatto, ci ha lasciato
quanto di più prezioso aveva: il suo stesso Spirito, l'"alito"
stesso della sua vita, il suo respiro. Noi cristiani possediamo in noi, grazie
al battesimo, grazie alla morte in croce di Gesù, questo misterioso dono: lo
Spirito stesso di Dio. E' questo Spirito che ci anima, che ci fa vivere, che
ci guida, che ci conforta, che ci dà coraggio, fortezza, speranza,
soprattutto che ci rende capaci di amare e di non abbandonare mai la Verità:
l'Amore di Dio. E' un dono immenso, di cui non ci rendiamo conto, capace di
trasformare profondamente la nostra vita. E' come un raggio di sole che
potentemente viene a illuminare e riscaldare una stanza buia e umida,
rendendola bella e affascinante. Non ci resta che lasciar vivere in noi questo
Spirito, e invocarlo continuamente: Vieni santo Spirito!
[A.M.]
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«Nel
nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo»
(Mt
28,19)
«Nel
nome del Padre...». Non c'è preghiera, incontro tra cristiani, liturgia che
non inizi con queste parole. Tutto nella vita del cristiano si fa «nel nome»
della Trinità. E' il segno che ci accompagna, l'orizzonte nel quale nasciamo
e cresciamo. Eppure queste parole tante volte rimangono lettera morta, non
sono niente più che una formula imparata a memoria e ripetuta meccanicamente.
Occorre riscoprirne la bellezza, ogni volta che accompagniamo queste parole
con il segno della croce, e il significato. Non viviamo più, infatti, da noi
stessi o per noi stessi. Viviamo grazie all'amore del Padre e del Figlio e
dello Spirito Santo che - per sovrabbondanza - sono traboccati dal cielo alla
terra attraverso il sacrificio d'amore del Figlio Gesù. Di fronte a questo
amore certo, assoluto, infinito, non può esserci più spazio in noi per la
paura, per l'incertezza, per l'egoismo, per la sopraffazione, per la chiusura,
per l'individualismo, per l'indifferenza. C'è una nuova legge dentro e fuori
di noi a dominare il nostro essere cristiano: la reciprocità, l'amore
vicendevole. «Come in cielo così in terra», uomini a immagine della
Trinità.
[A.M.]
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«Prendete,
questo è il mio corpo»
(Mc
14,22)
«Prendete!».
Gesù si dà, si consegna a noi. Si fa pane, si fa vino: cibo e nutrimento.
Vuole entrare dentro di noi, vuole farsi noi. E' Lui il più forte, pur nella
debolezza dell'amore che lo fa inerte come un pezzo di pane, per cui non è
Lui che si trasforma in noi, ma noi che ci trasformiamo in Lui. E' un pane che
dà una nuova vita, vino che comunica una nuova forza. Forza che è amore,
dono supremo. E che ci fa dunque forti, "robusti" per essere anche
noi dono supremo per gli altri. Ci dice «prendimi», affinché anche noi
possiamo consegnarci, dire altrettanto ai nostri fratelli: «Prendimi», sono
tutto per te, la mia vita è dono, il senso del mio esistere è dare. Gesù si
è fatto pane per me, io voglio farmi pane per chi mi sta accanto.
[A.M.]
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«Beato
te, Simone!»
(Mt
16,17)
«Beato
te, Simone!». Certamente il cuore di Simon Pietro ha avuto un sobbalzo di
gioa in quel momento straordinario nel quale, a Cesarea di Filippo, Gesù
tesseva di lui un elogio così grande. E' stato un culmine nella vita di
Pietro. Uno di quei momenti che segnano una persona per sempre. Una nuova
chiamata, dopo quella, ugualmente decisiva, avvenuta tempo prima mentre
pescava sul lago di Galilea. Simone diventa la pietra sulla quale Gesù può
edificare la sua chiesa. Quale onore più grande per Simone, oscuro e
impulsivo pescatore, è possibile pensare? Eppure la vita di Pietro dovrà
passare per altri culmini: non più di onore e di gloria, ma di fallimento.
Passerà per l'incomprensione del messaggio di Gesù e toccherà l'abisso del
tradimento di colui a cui doveva tutto. Alla gioia di oggi occorre associare
le lacrime amare dopo il canto del gallo. Eppure Pietro rimane pietra per
Gesù, che non ritira la sua fiducia, ma la rilancia chiedendo a lui un amore
più grande: «Mi ami tu?». Anche la nostra vita passa per mille
controversie, vette e abissi, gioie e dolori, tradimenti, peccati... Gesù non
per questo ci abbandona. No, perché grazie alla sua croce, tutto concorre al
bene di coloro che amano Dio.
[A.M.]
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«Non
è costui il carpentiere?»
(Mc
6,3)
«Si
è fatto uomo». E' una delle espressioni che ogni settimana, con la recita
del credo, ogni cristiano proclama nella liturgia domenicale. Una frase
apparentemente semplice, se non fosse che occorre prenderne tutte le
conseguenze. Gesù, il Figlio di Dio, il Verbo Eterno del Padre, si è fatto
uomo. Ciò significa che si è fatto bambino, poi ragazzo, poi adolescente,
poi giovane e adulto... Implica che si sia fatto ebreo, fervente israelita,
uomo del suo tempo. Il vangelo di oggi ci dice anche che assumendo l'umanità,
il Figlio di Dio si è fatto anche lavoratore, esattamente carpentiere.
Dimentichiamo facilmente i trenta anni di Gesù a Nazareth, piccolo artigiano,
che si guadagnava il pane attraverso le sue quotidiane prestazioni lavorative.
Lui, il Re dei Re, lo Splendore del Padre, il Giudice supremo, prima di
portare i segni dei chiodi, ha portato nel suo corpo i segni della fatica
quotidiana di ogni uomo. L'amore per noi passa anche attraverso la sua bottega
di carpentiere, attraverso un mestiere. Si è fatto uomo, ha condiviso la
nostra vita, sa cosa vuol dire guadagnarsi «il nostro pane quotidiano».
Per
questo è capace di non passare mai invano nella vita di ogni uomo, di toccare
quelle corde dell'umanità che vibrano al suo richiamo. Dio si è fatto uomo.
[A.M.]
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«Non
vi ascolteranno»
(Mc
6,11)
Le
lapidarie istruzioni che Gesù impartisce ai suoi dodici missionari
basterebbero a rinnovare radicalmente la discutibile prassi di molta
evangelizzazione attuale. E a spiegarne i suoi magri frutti. Nessuno, ad
esempio, agisce individualmente, ma con un altro con cui condividere tutto, a
costo di limitarsi nell’azione, quasi un preludio di quello che sarà il
“comandamento nuovo”. Ecco, basterebbe questo. Così come basterebbe
l’accento sull’imprescindibile e radicale povertà. Ma ora un altro
cardine vorrei evidenziare. Gesù mette da subito in guardia: non tutti
accoglieranno il vangelo, molti neppure lo ascolteranno. Insistere allora?
Gridare più forte? Moltiplicare le attività? Non darsi pace? Farsi venire
sensi di colpa? No, scuotersi piuttosto la polvere di dosso. Peggio per loro.
Ciò che il cristiano annuncia è una perla preziosa, se qualcuno non vorrà
coglierla sarà liberissimo di farlo, ma sarà lui a perderci. Già, forse
c’è qualcosa da cambiare nel nostro modo di presentare il vangelo.
[M.M.]
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«Neanche
il tempo per mangiare»
(Mc
6,31)
E’
una folla impietosa quella che stringe d’assedio Gesù. C’è qualcosa di
crudele nel suo inseguirlo e addirittura precederlo nel luogo che, secondo le
intenzioni ottimistiche del maestro e degli affaticati apostoli, doveva essere
solitario e tranquillo. E’ quel tipo antipatico di folla che tutti abbiamo
conosciuto, anonima e ostile, sulla metropolitana, allo stadio, magari in
Piazza S. Pietro. Ma è proprio qui che Gesù di nuovo ci sorprende. Per lui
quella folla non è né anonima né ostile, è composta piuttosto da persone,
ognuna è un volto assetato, ognuna è un figlio, nessuna è da perdere. Non
la respinge dunque, anzi la accoglie commosso, pospone le velleità vacanziere
(cosa che normalmente in noi provoca acuto nervosismo) e si intrattiene con
lei. Non è difficile a questo punto tra i volti di questa folla, non più di
seccatori ma di fratelli, scorgere anche il nostro.
[M.
M.]
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«Diceva
così per metterlo alla prova»
(Gv
6,6)
Questo
episodio getta luce su una caratteristica del comportamento di Dio verso i
suoi figli, quella della prova. Esplicitamente l’evangelista rivela che Gesù,
quando chiede a Filippo dove comprare il pane per sfamare la folla, lo fa
“per metterlo alla prova”. Lui stesso infatti risolverà il problema, non
senza però aver ottenuto la “insignificante” ma indispensabile
collaborazione dei suoi apostoli nello scovare un ragazzo previdente e
generoso.
Ritrovarci
di fronte a problemi più grandi di noi, scoprirci privi dei mezzi materiali
adatti a risolverli; problemi non solo spirituali, ma materiali, sanitari,
economici; non solo personali, ma che coinvolgono altri: i nostri figli, i
nostri dipendenti, il nostro popolo. All’occorrenza sarà utile ricordarlo:
queste penose e frequentissime situazioni sono prove, cioè occasioni mandate
da Dio per sperimentare che un Padre pensa a noi, che Qualcuno può arrivare
dove noi non possiamo, che la fiducia in lui è più forte di ogni difficoltà.
Il vangelo chiede solo di essere sperimentato.
[M.
M.]
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«Non
avrà più fame»
(Gv
6,35)
Vi
piace il pane? E’ difficile per gli esseri umani non amare quello che, col
riso, è il cibo per eccellenza, quotidiano ma mai stancato. Vi
accontentereste di odorarne il profumo, di ammirarlo nelle vetrine delle
panetterie, di metterlo nella vostra tavola senza mai assaggiarlo? Sarebbe un
vero tormento.
Gesù
si offre a noi come pane della vita, chi lo assaggerà non avrà più fame né
sete (è un pane singolare che può anche dissetare), i suoi desideri
troveranno la meta, i peccati perdono, gli affanni pace. Eppure corriamo il
rischio di non assaggiare mai questo pane. Vivendo da cristiani passivi, per
educazione, per tradizione, per comodità di coscienza, possiamo attraversare
la vita senza mai incontrare Gesù, senza averlo conosciuto in prima persona,
senza mai avergli parlato a tu per tu, senza mai esserci accorti che ci
guardava negli occhi. E’ il triste destino di chi ascolta la Parola, la
legge, la cita, ma non si arrischia a metterla in pratica, perché è lei, la
Parola, la tavola imbandita dove il pane ci attende.
[M.
M.]
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«Se
non lo attira il Padre»
(Gv
6,44)
Ecco
una novità. Sapevamo che Gesù aveva il compito di riportare gli uomini al
Padre, per questo aveva detto, per esempio,“Io sono la porta”, ma ora
veniamo a sapere che è vero anche il contrario: è il Padre che ci
“attira” verso Gesù in una collaborazione trinitaria che si offre più
alla nostra contemplazione che al ragionamento.
E’ un’attrazione misteriosa, ogni vero cristiano l’ha avvertita
nel fascino che promana dalla persona di Cristo, nella costante attualità
delle sue parole, nel bisogno inestinguibile di lui. Ma c’è anche di più
in questa frase che ci dice che Cristo sarà il destino di ogni uomo che segue
Dio. Si apre ai nostri occhi l’orizzonte sconfinato di tutti gli uomini di
ogni religione e di quelli che ascoltano la loro coscienza, forse non lo sanno
ma un giorno (in terra o in cielo) troveranno nel Verbo incarnato la pienezza
di ogni loro aspirazione.
[M.
M.]
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«Maria
si mise in viaggio»
(Lc
1,39)
Si
avverte una sorta di stridore tra i gesti di Maria e ciò che Elisabetta e poi
Maria stessa nel Magnificat affermano sulla sua persona. I gesti sono quelli
di una donna normale che vive con maturità la propria umanità: parte,
viaggia sola proprio mentre un bambino si sta sviluppando nel suo grembo,
conosce la fatica del camminare per la montagna in fretta. Le parole su di lei
invece parlano di una donna dai caratteri quasi soprannaturali: madre del
Signore, benedetta fra tutte, considerata beata da ogni generazione. Ma è
proprio questo il punto, in lei si ricongiungono le dimensioni umane che il
peccato aveva diviso: la carne e lo spirito, l’affetto per gli altri e
l’unione con Dio, la fatica e l’amore, l’intelligenza e la fede,
l’umanità e la partecipazione alla vita divina. In lei, certo, ma anche in
tutti noi, suoi figli, che siamo in viaggio in sua compagnia.
[M.
M.]
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«Colui
che mangia di me vivrà per me»
(Gv
6,57)
Gesù
si è fatto pane per noi. E' pane la sua Parola che nutre la mente, il cuore
con i suoi sentimenti e la capacità di amare, la volontà, l'azione... E'
pane l'Eucaristia che illumina dal di dentro la nostra vita, che dà luce e
calore alla nostra esistenza. E' pane il fratello che ci sta accanto,
sopratutto il più piccolo e il più povero, che ci costringe ad uscire da noi
stessi e ad aprirci a nuovi orizzonti. Se siamo cristiani e ascoltiamo
autenticamente la sua parola (mettendola in pratica, come ci ammonisce san
Giacomo), se ogni domenica partecipiamo al banchetto eucaristico (e ci
nutriamo del corpo e sangue di Cristo), se incontrando il povero incontriamo
Gesù... non possiamo che vivere per Lui. Perché circola in noi la sua vita,
il suo sangue... perché si fa più intimo a noi di noi stessi. Non si può
nutrirsi di Gesù e non vivere per lui.
[A.
M.]
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«Apriti»
(Mc
7,34)
Diversamente
da altre volte Gesù non opera il miracolo solo in forza della sua parola, ma
con l’uso di curiosi gesti. Ne comprendiamo il motivo se pensiamo che ha
davanti a sé un uomo incapace di sentire e di parlare. Vuole perciò farsi
vicino a lui, desidera farsi capire, rompere il muro d’incomunicabilità che
lo separa dal mondo ed ecco che gli comunica affetto e salvezza per mezzo di
movimenti. Una parola però la dice e sarà quella che l’uomo guarito non
potrà più dimenticare. Apriti. Non solo ai suoni del creato, ma al creatore,
non solo alle parole degli uomini ma alla Parola, ad ascoltare i suoi inviti.
Lascia cadere le paure (ognuna è una chiusura, una sordità), allarga il tuo
cuore di angusti orizzonti all’immensità cui Dio ti chiama, non chiuderti
nel poco, nel piccolo, non mettere limiti alla tua speranza. Apertura non è
altro che un sinonimo di conversione.
[M.
M.]
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«Le
cose che escono dall'uomo»
(Mc
7,15)
Sono
liberanti le parole che Gesù proclama a una folla probabilmente sbigottita:
nulla di ciò che è al di fuori dell’uomo è cattivo, quanto Dio ha creato
non può che essere buono. Cadono in un colpo credenze secolari e leggi che
non venivano certo da Dio, ma erano sciocchi e complicati “precetti di
uomini”.
Gesù
però ci mette anche in guardia sulla vera origine del male capace di
rovinarci. Un’origine quanto mai subdola perché situata proprio dentro di
noi. Non sarebbe facile contraddire Gesù, chi non ha mai fatto l’esperienza
di sentire germinare il male dentro di sé in un pensiero maligno, in una
parola pronunciata per ferire, in un atto assolutamente privo d’amore?
Bisogna dargli ragione e cominciare a tenere gli occhi aperti. Per venirci
incontro Gesù ci fornisce una lista delle intenzioni cattive che il cuore
produce, utilissima per confrontarci schiettamente. Insieme ad alcune estreme
e più rare ne possiamo trovare altre molto più comuni con le quali purtroppo
non ci manca forse la familiarità.
[M.
M.]
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«Chi
non è contro di noi è per noi»
(Mc
9,40)
Giovanni
ci dimostra che gli uomini non cambiano. La sua reazione gretta e campanilista
verso un esorcista “non autorizzato” continua ad essere purtroppo di
straordinaria attualità: “non era dei nostri”, dice. C’è dietro questa
presa di posizione la gelosia e l’insicurezza di chi vuole amministrare la
verità in proprio, ma anche quell’egoismo di gruppo che conduce
all’integralismo e al razzismo. Gesù è di altro avviso: se tutti gli
uomini sono figli di Dio per il cristiano non ci può più essere un “noi e
voi”, egli deve aprirsi al respiro universale dello Spirito Santo. La verità,
la ragione, la santità, possono soffiare da venti lontani e inaspettati.
Il maestro continua gli
ammonimenti alla sua comunità mettendo in guardia da ciò che può
allontanarci da Dio: le mani (pronte a rubare, a impugnare armi), i piedi (che
possono condurre su vie senza ritorno), gli occhi (dai quali nascono i
desideri di possesso). La soluzione proposta è di violenta radicalità, Gesù
cerca seguaci incapaci di scendere a compromessi con se stessi.
[M.
M.]
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«Da
chi andremo?»
(Gv
6,68)
Pietro
risponde d’impeto alla dolorosa domanda di Gesù: Forse anche voi volete
andarvene? Non si aspettava forse che il suo maestro fosse pronto ad
un’eventualità del genere, che la sua coerenza e il suo amore per il Padre
lo rendessero capace di restare anche solo. Risponde allora senza ragionare e
le sue parole rivelano il legame ormai indissolubile che lo lega a Gesù
(nemmeno il tradimento lo spezzerà). Sono le parole di ogni uomo che ha
incontrato davvero Cristo, che ha ascoltato le sue parole e deciso
definitivamente di stare con lui. Non c’è più altra strada, altra persona,
altro pensiero che potrebbe sostituirlo, l’anima non sarebbe più capace di
vivere senza di lui, tutto scolorirebbe e sembrerebbe vino annacquato. Pietro
parla al plurale, si fa portavoce degli apostoli, ma anche nostro e non
possiamo non sentire verso di lui un’immensa gratitudine.
[M.
M.]
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«Il
servo di tutti»
(Mc
9,35)
Camminare
con gli amici può essere l’occasione per raccontarsi cose profonde e
personali, Gesù ci prova con gli apostoli per le strade della Galilea e parla
loro del suo futuro terribile e glorioso. I suoi invece discutono su chi sia
il più grande fra loro. Senza lasciarsi scoraggiare da tanta immaturità Gesù,
da vero maestro, coglie l’occasione per un salto di qualità e, senza
prendersela più di tanto, insegna loro il segreto di come il Padre giudica le
azioni degli uomini: nel regno dei cieli chi si mette a servire diventa il
primo di tutti. La mentalità umana ne esce devastata. Penso a cosa significa
servire: rendersi utili, prendersi cura degli altri, non rifiutare le
prestazioni umili e poco celebrate, prestare le proprie cose, dare importanza
ai fratelli anche se abbiamo incarichi di rilievo, non temere la fatica. A ben
vedere il servizio non è che l’altra faccia dell’amore vero.
[M.
M.]
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«Bisogna
che sia innalzato il Figlio dell'uomo»
(Gv
3,14)
Nicodemo
timoroso ascolta nella notte le parole di un difficile maestro chiamato Gesù.
Non sappiamo se le avrà capite. Era certo un uomo intelligente e colto ma qui
non è questione di intelligenza o di cultura. Gesù gli rivela il segreto
della sua venuta fra gli uomini e il senso nascosto del suo destino. Quando
parla di innalzamento, noi sappiamo, allude alla croce; proprio il momento
culmine di umiliazione e dolore diventa sorgente di salvezza per tutti i figli
di Dio. E’ una logica strana, diversa da quella abituale, è una logica
soprannaturale: la croce è liberazione e vittoria, la morte è vita. Non
allontana il male, Gesù, non lo schiva, ma vi passa attraverso assumendolo si
di sé e perciò trasformandolo. Perché tutto questo? Non lo spiega ma dice
“Bisogna che io sia innalzato”, una necessità misteriosa che
silenziosamente sembra suggerirci il senso stesso della vita, la strada
migliore per la felicità.
[M.
M.]
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«All'inizio
della creazione»
(Mc
10,6)
E’
importante constatare che Gesù parla del matrimonio nel capitolo che Marco
dedica alla sequela. Basta questo per riconoscere alla famiglia una dignità
vocazionale di serie A. Ma prima ancora che un
insegnamento sul matrimonio quella di Gesù è una modernissima lezione di
metodo: per capire il senso autentico di qualcosa occorre tornare alla
sorgente da cui è scaturita. Applichiamolo alle nostre abitudini, alle
convinzioni, alle regole che seguiamo. E’ nella loro sorgente che troveremo
l’autenticità. Per Gesù non basta appellarsi alle tradizioni, occorre
vagliarle in base all’intenzione originaria che le ha generate.
Sembrano severe e inflessibili le
parole sull’indissolubilità del matrimonio e infatti lo sono, ma dietro
nascondono una verità calorosa: il vero amore è per sempre, nessun potere
umano lo può distruggere. Questo non solo per merito degli sposi ma
soprattutto perché è Dio che “ha congiunto”. Dietro ogni famiglia c’è
un sigillo divino, un impronta di eternità che la rende proprietà di Dio.
[M.
M.]
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«Già
al presente»
(Mc
10,30)
Della
ricchissima pagina evangelica di oggi cogliamo un’espressione semplice, che
può sbadatamente apparire secondaria. E’ invece una frase fondamentale per
la vita di ogni cristiano. Se Gesù non l’avesse pronunciata le sue promesse
non sarebbero state molto diverse da quelle di tanti altri leaders religiosi
che promettono il benessere nell’aldilà. Questa è la differenza: Gesù
promette affetto, beni e sicurezza “già al presente”. Lo fa
compromettendosi perché le sue parole diventano verificabili. E’ vero o no
che chi lascia qualcosa a causa del vangelo riceverà il centuplo? Gesù si
espone alle smentite o alle conferme della realtà terrena. La sua sicurezza
è impressionante, sta a ciascuno metterla alla prova dei fatti.
Alle
promesse liete Cristo aggiunge una pecora nera: le persecuzioni. Anche queste
saranno una conferma che si è sulla buona strada, la loro assenza dovrà
invece insospettirci sull’autenticità del nostro cristianesimo. Un politico
l’avrebbe taciuto, Gesù è sincero sino in fondo.
[M.
M.]
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«Non
è così»
(Mc
10,43)
Se
mai Gesù disse qualcosa di rivoluzionario fu proprio quel giorno quando,
capovolgendo in un sol colpo l’andazzo del mondo dagli uomini primitivi fino
all’impero romano, affermò che chi serve è più grande di chi comanda. Il
desiderio di potere era considerato, allora come oggi, naturale nell’uomo.
Tucidide espresse bene che “Per
una necessità della natura, ogni essere esercita, per quanto può, tutto il
potere di cui dispone ”. Gesù annulla questa necessità della natura,
sembra non crederci affatto e ci introduce in un altro mondo, il Regno di Dio,
incredibilmente diverso: “Fra voi però non è così ”. Ci chiede
di entrarvi con una ristrutturazione mentale senza precedenti. Mettersi sotto,
rendersi utili, non volere riconoscimenti, servire tutti senza selezioni… Ci
vogliono anime forti per vivere così, infatti Gesù non lo chiede a tutti ma
ai suoi discepoli (“Fra voi ”), eppure a sperimentarlo si scopre
che il giogo del servizio è dolce e si avvertono gioie invisibili.
[M.
M.]
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«Coraggio,
alzati!»
(Mc
10,49)
Ciò
che colpisce e interroga non è solo la smodatezza di Bartimeo nell’urlare
per strada la sua fede e nemmeno la curiosa domanda che Gesù gli pone che,
lungi dalll’essere superflua, rivela l’attenzione e il rispetto del
maestro verso l’uomo. Ciò che lascia sbigottiti è però l’atteggiamento
degli anonimi astanti che in un primo tempo si rivolgono a Bartimeo con
avversione nel tentativo di azzittirlo e invece dopo la chiamata di Gesù
prendono a incoraggiarlo con calore. Quelli che prima erano nemici e ostacoli
nel raggiungere Dio si trasformano in una comunità che sostiene il povero con
parole di risurrezione (“Coraggio! Alzati”). E’ la presenza di Cristo a
produrre ciò, a fare di uomini ciechi e avversari una comunità di fratelli.
E’ bastato ascoltare dalle sue labbra una sola parola e tutto si è
trasformato. Da condannato Bartimeo è ora un discepolo che intraprende un
cammino di luce e colori.
Oggi
come ieri il vangelo ascoltato e vissuto crea solidarietà, calore, vigore,
novità.
[M.
M.]
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«Beati!»
(Mt
5,3)
Per
nove volte, all'inizio del discorso della montagna (il "discorso
programmatico" di Gesù, la Magna Charta del cristiano), risuona
potentemente questa piccola parola: «Beati!».
Ciò
significa che il cuore del messaggio di Gesù - non a caso chiamato Vangelo,
cioè lieto annuncio - è che tutti noi uomini, tutti noi cristiani,
discepoli di Gesù, siamo "beati", felici.
Certo,
si tratta di una felcità differente da quella che si intende comunemente nel
mondo. E' una felicità che nasce dalla povertà, dalla mitezza, dalla ricerca
della giustizia, addirittura dalla persecuzione. Una felicità impegnativa,
difficile forse, ma come tutte le cose che costano, preziosa.
Gesù
non ci inganna. Ci indica una meta luminosa - la gioia - ma ci parla
chiaramente anche della strada, stretta, impervia ma sicura, che occorre
percorrere.
Una
gioia che non è solo per l'eternità, ma gustabile già da ora ogni volta che
facciamo delle beatitudini il nostro stile di vita.
[A.
M.]
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«In
spirito e verità»
Gv
4,24
Gesù
è il liberatore dell'uomo. Lo scioglie da antichi vincoli, dai lacci che gli
impedivano di vivere in pienezza il suo rapporto con Dio: da figli di fronte
al Padre. Così nel dialogo con la samaritana Egli ci annuncia il nuovo tempo
nel quale «i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità». Non
più un culto fatto di offerte, olocausti, formalità e riti, ma un culto che
nasce dalla presenza dello Spirito dentro di noi, vero, sincero, autentico.
Non esiste più "il" luogo della presenza di Dio, un Tempio, nel
quale recarsi materialmente ad adorare Dio. Gesù ha fatto di tutta la terra,
di ogni uomo, un tabernacolo della presenza di Dio. Ogni luogo diventa sacro,
quando permettiamo allo Spirito di vivere in noi: tutto si santifica. Possiamo
avere accanto a noi Dio sempre. E possiamo corrispondere al suo amore sempre,
divenendo "adoratori perenni" della sua divinità d'amore, in ogni
luogo, in ogni tempo. E' l'amore il "combustibile" di questo nostro
continuo olocausto.
[A.
M.]
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«Le
mie parole non passeranno»
(Mc
13,31)
«Tutto
è vanità». Tutto passa. L'insegnamento antico di Qoelet è sempre davanti
ai nostri occhi. E' l'esperienza più certa che ogni uomo possa fare. Il
limite, la fragilità della nostra vita, dei nostri beni, degli affetti...
sono nostro pane quotidiano, fino all'esperienza insondabile della morte. Per
fede, e per constatazione di fronte ai disastri della natura, riconosciamo
anche che il mondo in se stesso finirà. Gesù stesso ce lo annuncia, con toni
drammatici, invitandoci a stare pronti: «il cielo e la terra passeranno». Ma
per noi, suoi discepoli, aggiunge una certezza, un assoluto: «le mie parole
non passeranno». C'è dunque qualcosa di solido a cui aggrapparsi, che mai ci
tradirà: le sue parole, il suo vangelo. Ecco allora l'unica cosa veramente
intelligente da fare: costruire la nostra vita sulla roccia della Parola.
Nella misura in cui ad essa sarà conformata e radicata, allora neanche la
nostra vita passerà. Lasciamoci vivere dalla Parola, e così anche noi
vivremo... per l'eternità.
[A.
M.]
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«Tu
lo dici io sono re»
(Gv
18,37)
Colpisce
la dignità di Gesù di fronte a Pilato. E' un condannato di fronte a colui
che lo giudica e ha potere di vita e di morte su di lui, eppure non teme di
rendere testimonianza alla verità, la sua verità: Egli è IL Re. Anche se in
quel contesto può apparire ridicolo, paradossale, farneticazione...
Nell'annebbiamento di prospettive che proviene da un mondo ferito
dall'orgoglio e dal peccato, i ruoli appaiono invertiti: Pilato è giudice e
Gesù imputato. Basteranno poche ore ancora a far esplodere la verità quando,
nella Resurrezione, Gesù manifesterà visibilmente la sua signoria su tutte
le cose. E' Gesù il nostro Re. Ora lo crediamo nella fede, col rischio di
passare anche noi, talvolta, per ridicoli e farneticanti di fronte alle
apparenze del mondo. Ma è così, e un giorno ciò che noi crediamo apparirà
a tutti come l'Evidenza, come la Verità. Intanto viviamo quanto crediamo, e
facciamo di Gesù il Re di tutti i giorni della nostra vita. Re di amore, di
dono, di servizio.
[A.
M.]
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La Parola di Dio scese...
(Lc
3,2)
È
affascinante la meticolosa circostanziazione di Luca nel descrivere
Giovanni Battista su cui “scende” la Parola di Dio. Dice che è
capitato proprio mentre reggente di qua era l’uno, governatore di là
era l’altro, mentre altrove accadevano altri fatti. Il fascino sta
proprio nel fatto che la parola di Dio “scende” mentre la storia fa
il suo corso ed entra in quella storia… e la cambia. Dovremmo provare
a leggere il giornale, con tutte le sue drammatiche notizie di guerra,
di criminalità, di polemiche politiche e prendere coscienza che la
parola di Dio, se “scende”, scende proprio in questa storia, in
questo tempo e… la cambia. E continua a scendere attraverso ogni
liturgia in cui viene proclamata, in ogni lettura che ne viene fatta
nella preghiera pubblica o personale. Tocca a noi avere la fiducia
sufficiente di lasciarci coinvolgere, di capire che se “scende”
scende proprio nella nostra storia personale, fatta di lavoro, studio,
relazioni positive e conflittualità e… la cambia se non siamo solo
ascoltatori ma la mettiamo in pratica. Potremmo assistere ad autentici
miracoli perché quella Parola che scende è Gesù stesso, il Verbo del
Padre.
R.F.
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«Uno
più forte di me» ...
(Lc
3,16)
È
importante rendersene conto: Gesù arriva tra noi come bimbo indifeso, nella
sua debolezza infinita, ma è "uno più forte di me". Viene apposta
perché io sono, pur nella mia sicurezza, nel mio orgoglio incredibilmente
fragile ed ho bisogno della sua forza, del suo "ventilabro" per
ripulire l'aia della mia anima da ciò che è superfluo e poter raccogliere il
grano che il suo amore ha depositato in me. Da solo non ne sarei capace.
Forse
aspettare il natale con questa coscienza ci permette di dare le giuste
proporzioni all'evento e capire che sono io quello che ha bisogno del
"medico", della sua forza, del suo Spirito e del suo Fuoco coi quali
mi battezzerà. E che non ci sono persone di nessun tipo, seppur grandi e
spirituali (come poteva essere Giovanni Battista, come può essere qualsiasi
altro riferimento spirituale, alto ma pur sempre umano) a cui potermi
aggrappare. Gesù è più forte, e per questo noi possiamo abbandonarci alla
sua "debolezza".
R.F.
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«si
mise in viaggio»...
(Lc
1,39)
“Si
mise in viaggio”. Maria ha ricevuto l’annuncio dell’angelo, le ha dato
un segno: la cugina Elisabetta avrà un figlio nella sua tarda età. E Maria
si mette in viaggio. La presenza di Dio, la sua luce, mettono in movimento chi
l’accoglie. È un movimento carico di significati. È un movimento che cerca
le tracce di Dio presente nella realtà: il segno indicato dall’angelo. È
un movimento che si espone al servizio e alla comunione: l’incontro con
Elisabetta e il mettersi a sua disposizione.
La
presenza di Gesù mette in viaggio: così Maria, così i pastori, così i
magi.
Il
Natale dovrebbe produrre questo viaggio anche in noi per scoprire dove ancora
il Signore prende carne nella nostra storia, per poi mettersi a servizio
della sua presenza tra gli uomini, in ogni uomo con cui Lui si reso solidale.
R.F.
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«ricevuto anche lui il battesimo»...
(Lc 3,21)
"Anche lui". Il Signore mi spiazza anche questa volta: si fa battezzare
"anche lui". E non è cosa da poco, visto che si tratta di un battesimo di
penitenza che i peccatori fanno per chiedere il perdono. Lo ha fatto "anche
lui", per dirmi che è con me, che si fatto come me. Non è il più bel
compendio del mistero dell'incarnazione? Dio si fa "peccatore" perché assume
su di sé il mio male, il mio marcio. E la "voce dal cielo" se ne compiace:
la Trinità è pienamente solidale con la nostra miseria, come un cuneo che si
insinua alla radice malata della nostra umanità e la divelte.
Ora non ci sarà mia miseria che potrà schiacciarmi sulla terra e impedirmi
di guardare in alto. Sotto ogni mio male si è incuneato l'amore di Cristo,
in questa leva misteriosa che solleva il mondo e si erge drammatica e
dolcissima sulla nostra umanità: la Croce.
vai
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Ora è tempo di Gioia (Gv
2,1ss)
Il brano di vangelo ci pone di fronte uno
sposalizio. Degli sposi non viene detto nulla, nemmeno il nome.
Il motivo è che il nome dello sposo lo conosciamo già, si chiama
Gesù e lo sposalizio in questione è quello tra Dio e l’umanità.
Le nozze come
segno dell’alleanza d’amore tra Dio e il suo popolo hanno una
lunga tradizione biblica. La novità introdotta da Giovanni è che
con Gesù Dio compie questo segno e tutte le sue promesse di
bene. E’ la buona notizia e fonte di una gioia immensa.
L’inizio del
ministero di Gesù è quindi posto in un contesto nuziale. La
gioia è l’atmosfera naturale che pervade il racconto ed è
simbolizzata dall’elemento del vino, che nella tradizione
biblica indica la gioia dei tempi messianici. Alla fine del suo
ministero Gesù pregherà il Padre affinché abbiamo in noi stessi
la pienezza della sua gioia (cfr. Gv 17,13).
C’è una festa
alla quale sei atteso. Mi raccomando: non mancare!
FM
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«fate quello che vi
dirà»... (Gv
2,5)
Mi piace poter paragonare la
mia vita in mezzo al mondo a quelle giare delle nozze di Cana.
Servivano a contenere l'acqua per le abluzioni rituali degli
ebrei, per lavarsi le mani da tutto quello che è impuro e non
degno di Dio. Se mi guardo bene, vivendo in mezzo al mondo ne
raccolgo tutto lo sporco e l'impuro, ne raccolgo l'egoismo, il
narcisismo, l'individualismo che contaminano i miei gesti e le
mie relazioni senza che neppure me ne renda pienamente conto.
Un'immagine realistica per
quanto deprimente, ma c'è una via d'uscita: "fate quello che
egli vi dirà". Fare quanto Gesù mi dice, quanto le sue Parole
continuano a dirmi ancora oggi, custodite nel suo Vangelo
compiono ancora il miracolo di trasformare l'acqua inquinata
della mia vita in "vino buono". E quel "vino buono" è il vino
del banchetto del regno dei Cieli, del Paradiso che penetra tra
le pieghe dell'umanità, è il vino del dono totale di sé, del
"sangue versato", della vita donata. Con quella di Gesù anche la
mia vita diventa dono e amore per chi mi vive accanto
moltiplicando il miracolo della trasformazione dell'acqua e
della diffusione del Regno.
RF vai
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«Non
è il figlio di Giuseppe?» (Lc
4,22)
«Non è il figlio di Giuseppe?».
Nonostante l'insolenza e forse
la cattiveria di chi la
pronunciò, questa frase racchiude un fascino che apre al
mistero. Quanti anni Gesù ha vissuto in seno alla sua comunità,
eppure era solo il "figlio di Giuseppe". La grandezza del Verbo
incarnato passava perciò inosservato e tinta della più tersa
normalità.
«Non è il figlio di Giuseppe?».
Viene da dire allora quanto sia preziosa la banalità della vita
normale, quella che si fa ripetitiva e si mostra insignificante,
perché può diventare calice che contiene il Verbo. L'impiegato,
la massaia, lo studente... Tutti indicativi di realtà che
possono custodire il divino in mezzo al mondo, in una
interiorità illuminata dalla Parola di Dio accolta e vissuta
senza clamore.
«Non è il figlio di Giuseppe?».
Si, è ha cambiato e continua a cambiare il mondo.
RF
vai
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«Non
temere; d'ora in poi...»
(Lc
5,1-11)
«Non temere, d'ora in poi sarai pescatore di uomini». Una frase,
quella di Gesù che svela una realtà nascosta agli occhi di
tutti. Prima di tutto nascosta alo stesso Simone che, solo un
istante prima, chiede a Gesù di allontanarsi da lui perché è un
peccatore. Simone né ha la consapevolezza e anche Gesù, visto
che quel "d'ora in poi" sembra dirgli che sino a quel momento
era veramente un peccatore. Ma Gesù vede più lontano e vede più
in profondità, perché ci ama immensamente così come siamo e ci
riporta alla nostra prima origine: la nostra immagine e
somiglianza con Lui.
Che l'episodio della vocazione di Pietro ci aiuti a comprendere
che noi siamo sempre di più della nostra fragilità e del nostro
peccato. Ci aiuti a comprendere che il nostro peccato non è mai
una scusante sufficiente per non diventare ciò che possiamo
essere e che in realtà già siamo. Ci aiuti a comprendere che
l'amore di Cristo ci raggiunge esattamente là dove ci troviamo
per aprirci a nostra volta all'amore.
RF
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«Guai...» (Lc
6,24-25)
"Guai a voi...". Non è facile parlare di Gesù quando diventa
severo. Forse perché lo conosciamo così accogliente,
misericordioso al punto da morire per noi che questa sua
severità ci spaventa. Forse è perché quanto da Lui denunciato è
talmente e terribilmente grave che va ogni limite di
sopportazione, anche quello infinito di Dio che "fa piovere e
sorgere il suo sole sui giusti e sugli ingiusti" (cf Mt).
Ma è ben giusto che Gesù metta in guardia chi sostituisce Dio
col denaro e le ricchezze, fondando lì la propria felicità e
sicurezza, perché si chiude in sé stesso al punto che neppure la
Misericordia può raggiungerlo. E' ben giusto che metta in
guardia chi ora è sazio e ride nell'assoluta indifferenza di chi
invece di chi è nella fame e nel tormento della sofferenza. In
fondo non ci aveva avvertito che qualunque cosa che non abbiamo
fatto al più piccolo dei nostri fratelli non l'abbiamo fatto a
Lui.
Il fratello è un cosa seria, è Cristo presente di fronte a noi:
non possiamo trattarlo come ci pare. Allora, giustamente:
"Guai...".
RF
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«a
chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica»
(Lc
6,9)
"A
chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica...". No,
quella proposta da Gesù non è semplice "non violenza", non è
solo "resistenza passiva". "Non rifiutare la tunica" va oltre
l'angheria dell'avversario, la supera e la sommerge in un gesto
di generosità inatteso e deflagrante. Disorienta l'avversario
con un eccesso d'amore che fa scomparire la sua cattiveria.
Non è forse quello che ha compiuto Gesù in Croce? Non è forse
quello che afferma Paolo che "a stento si
trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può
essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene.
Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo
ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Rm 5,7s).
Con questa regola dell'eccesso noi ci siamo sentiti amati e
attirati dall'Amante al punto da ricambiare con l'amore l'amore.
Con la stessa regola dell'eccesso siamo invitati a proseguire
l'opera del nostro maestro per ricondurre a lui ogni uomo: in un
mare d'amore anche il fango perde consistenza e si scioglie.
RF
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«Se
tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane»
(Lc
4,3)
“Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa
pietra che diventi pane”. Cosa dice di male il
diavolo a Gesù? Se ci facciamo attenzione gli propone qualcosa
di assolutamente legittimo: ha fame, è alla fine del suo periodo
di digiuno e preparazione (i quaranta giorni conclusi simbolo
dei 40 anni nel deserto di Israele prima di entrare nella terra
promessa), è figlio di Dio è può farlo (moltiplicherà poi i pani
per cinquemila uomini). Cos'è che non quadra allora?
In
fondo è semplice: tutte le proposte
del diavolo, che pure potevano essere
nella sua possibilità e nel suo diritto, mettevano Gesù al centro del
suo "universo" e il
resto era "usato" per sé.
La tentazione non sta tanto
nelle cose buone o nelle cose cattive ma nel fatto che, buone e cattive,
le "uso" per me, per il mio egoismo, per salvare me stesso e
non per amare o, come dice Gesù, per servire ("Non sono venuto per
essere servito ma per servire"). Infatti il brano delle tentazioni
nel Vangelo di Luca si conclude con dicendo che "il diavolo si
allontanò da Lui per tornare nel tempo fissato". E sarà poi sulla
croce dove, non più dal demonio ma dalla folla, dai farisei da uno dei
ladroni, sentirà nuovamente la triplice tentazione: "se tu sei il
Figlio di Dio salva te stesso,
scendi dalla croce e noi ti crederemo". Ma anche lì Gesù non
cede, non "salva sé stesso" ma noi e per amore rimane sulla
croce.
RF
vai
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«il
suo volto cambiò d'aspetto»
(Lc
9,29)
Ogni anno
liturgico la seconda domenica quaresimale ci propone l’episodio
pregnante della Trasfigurazione, ogni anno con sottolineature
diverse. Luca la collega esplicitamente alla vicina passione. È
di essa che Mosè ed Elia discorrono con Gesù, quasi a
incoraggiarlo in un momento decisivo.
Ma è da Paolo che
ci proviene la chiave di lettura con la frase “Trasfigurerà il
nostre misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso”.
Quello che avviene a Gesù è profezia del nostro destino, la
trasfigurazione è anche nostra. Una trasformazione che si
compirà dopo la morte se sarà iniziata già nella vita.
Innanzitutto interiore quindi, nella mentalità, nei sentimenti,
negli atteggiamenti. Quando? Ogni volta che “ascolteremo” Gesù,
cioè praticheremo le sue parole, dotate di energia trasformante.
Osservare il volto e le movenze di anziani santi che hanno fatto
della vita un atto di amore ci rivela che questa trasfigurazione
informa anche il corpo umano e accende in esso raggi di gloria.
MM
vai
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«lascialo
ancora quet'anno»
(Lc
13,6-9)
Gesù scardina una superstizione antica affermando che le
disgrazie e le calamità non sono punizioni di Dio. Lungi
dall’apparire ovvia questa risulta invece essere una convinzione
dura a morire ancora oggi. Perché Dio mi tratta così? Cosa ho
fatto di male? Ripetiamo ancora nelle avversità, incapaci di
entrare nel mistero del dolore e cioè nella logica del Regno.
Quasi che Dio ami più i ricchi egoisti degli indigenti, più i
sani dei malati.
Se da una
parte Gesù libera, dall’altra mette in guardia: per tutti ci
sarà una fine (irrilevante in fondo se improvvisa o meno),
occorre convertirsi subito. Due equivoci: ritenere che Dio ha
esaurito la sua pazienza con me, oppure ritenere che Egli ha
pazienza infinita, c’è sempre tempo per cambiare. La parabola
insegna che il tempo dell’attesa misericordiosa di Dio non è
esaurito, ma che siamo “in riserva”, un anno per il fico e per
me? Dio mi chiede di prendere presto una decisione.
MM
La conversione è una necessità urgente. La parabola del fico
sterile apre alla misericordia paziente di Dio ma non nasconde
la severità della vita. Tre anni senza frutti denunciano
l'inutilità della pianta: ha fallito il suo scopo, non serve ne
a sé né agli altri. Dio non molla, concede una ennesima
possibilità, un nuovo anno di cure e attenzioni. Ma questo fico
siamo noi, e le cure dell'agricoltore non ci sostituiscono: o
prendiamo in cuore una decisione o altrimenti ci scriviamo da
soli il nostro destino. Così come il tralcio che non è unito
alla vite non porta frutto e si secca, viene tagliato e gettato
via.
E' il momento di chiedersi da che parte vogliamo stare, avere il
coraggio di prendere la nostra vita è dargli una direzione. Come
ben diceva S. Agostino: "Dio che ti ha creato senza di te non ti
salverà senza di te":
RF
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«mio
figlio»
(Lc
13,24)
Quel giorno Gesù spiegò in maniera definitiva chi è il
Padre. Ci sono due figli, nessuno di loro ha capito che tipo di
persona è il proprio padre, vivono con lui ma non lo conoscono.
Il primo se ne allontana, stare in casa gli pesa come una
prigione. Anche tornando da peccatore continuerà a rapportarsi
al padre come uno schiavo: “Trattami come uno dei tuoi garzoni”.
Ma il padre lo vede come figlio, il suo amore precede il
pentimento, egli non aveva mai smesso di amarlo. Il maggiore
invece si crede giusto, ma anche lui si rapporta da servo: “
Ecco, sono tanti anni che ti servo”. Il padre lo tratta invece
da figlio: “Tutto ciò che è mio è tuo”.
Abbiamo un Padre che ci amerà sempre, mai niente e nessuno potrà
scoraggiarlo da questo. Prendiamone atto definitivamente.
Capiremo allora che ama così anche gli altri suoi figli, i miei
fratelli.
MM
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«Neanch'io
ti condanno»
(Gv
8,11)
Il dialogo finale tra Gesù e la donna resta uno dei momenti più
toccanti del Nuovo Testamento. Poche parole essenziali che
lasciano trasparire tra le righe vertici e abissi. Lo stupore
tremante della donna che si vedeva ormai giustiziata, il
silenzio dopo il fragore della folla inferocita, la domanda di
Gesù, quasi a rompere il ghiaccio, a comunicare calore e
sicurezza. Scopriamo in Gesù la misericordia allo stato puro che
non accusa, che “scandalosamente” assolve senza nemmeno chiedere
pentimento perché sa che proprio dalla gratuità del perdono può
rinascere una vita nuova.
Non è facile capire, anzi ammettere, la radicalità
dell’amore di Dio per noi, non è vero che dobbiamo meritarlo,
che è proporzionato alla nostra virtù, che esistono peccati
capaci di oscurarlo. Finché viviamo ci aspetterà, non smetterà
di credere in noi, sarà felice di dichiararsi e ripeterci:
Neanch’io ti condanno.
MM
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La debolezza di Dio è il suo debole per l'uomo
(Lc
22,14
- 23,56)
Gesù ha trascorso
tutta la sua vita pubblica immerso nell’attività a favore
dell’uomo: guariva storpi, muti, ciechi…, percorreva a piedi
assiduamente la Galilea, predicava instancabilmente la necessità
della conversione e l’amore del Padre suo, scelse alcuni perché
stessero con lui, addirittura risuscitò Lazzaro….
Ora, invece, come
se avesse esaurito ogni energia vitale, si lascia arrestare, si
lascia schiaffeggiare, si lascia insultare, si lascia
condannare, si lascia crocifiggere! È il vangelo della
passione, appunto! Il patire prende il posto dell’agire.
Perché? Perché Gesù non prende l’iniziativa?
Forse perché vuole
vedere se ci mettiamo dalla parte dei suoi crocifissori o dalla
parte dei suoi discepoli. La nostra vita, vista da questa
prospettiva, è l’occasione dataci da Dio per scegliere: fare del
mondo un calvario senza amore e senza speranza, crocifiggendo
gli altri in nome del potere e della cupidigia, oppure stare con
Lui prendendo la nostra croce, indossare con Lui il grembiule
per lavare i piedi, fare con Lui della nostra esistenza un dono
d’amore.
LM
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«Non
è qui, è risuscitato»
(Lc
24,6)
La domenica è il cuore della settimana cristiana
e questa domenica, la domenica di risurrezione, è senza dubbio
il cuore dell'anno cristiano. Senza questo cuore, se Gesù non è
risorto, tutto il cristianesimo è vano.
La parola 'Pasqua' ricorda il verbo greco 'pascho',
'patire': la resurrezione è frutto, per Cristo e per noi
battezzati in Cristo, della passione e della morte.
La morte, drago affamato, si è avventata Venerdì
Santo sul Crocifisso, come aveva fatto con tutti gli uomini fin
da Adamo; ma mangiando quell'Uomo sulla croce è stata ingannata,
perché ha inghiottito la vita, Dio, il boccone velenoso che l'ha
uccisa.
'Pasqua' significa anche festa del 'passaggio':
la festa più antica, del passaggio dai pascoli invernali a
quelli primaverili, dalla semina ai nuovi raccolti, passaggio
del Mar Rosso per il popolo d'Israele, ed ora, per Cristo e per
noi in Cristo, la festa del passaggio più importante, quello
dalla morte alla vita.
Vangelo significa 'buona notizia': 'Non è qui, è risuscitato'
non è 'una', ma 'la' buona notizia.
GG.
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«Otto»
(Gv
20,19)
'Otto giorni dopo': la Pasqua è festa così grande che non basta
un giorno; nella sua preghiera la Chiesa racchiude gli otto
giorni tra la domenica di risurrezione e quella di oggi in
un'unica grande settimana solenne: l'ottava di Pasqua, una
settimana di 'alleluia'.
'Otto giorni dopo…venne Gesù' (cf Gv 20, 26); il
Vangelo della seconda domenica di Pasqua è quello dell'apostolo
San Tommaso, che da incredulo, prima di vedere Gesù risorto,
diventa credente e fa la sua bellissima professione di fede:
"Mio Signore e mio Dio!".
È una consolazione per noi vedere come Gesù sostiene la
fede debole ed incerta di Tommaso, uno dei Dodici; lo fa
fermandosi in mezzo ai discepoli la sera della domenica di
Pasqua, e ritornando in mezzo a loro l'ottavo giorno: è la
domenica dunque, fin dal momento della risurrezione del Signore,
il giorno nel quale Gesù sta con noi in un modo speciale, ci
convoca insieme, ci dà la sua pace, la sua gioia, il suo Spirito
Santo; e dice, ai discepoli allora, ed a noi oggi: "Come il
Padre ha mandato me, anch'io mando voi".
GG.
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«Mi
vuoi bene»
(Gv
21,1-19)
L'evangelista Giovanni ci racconta oggi la terza apparizione di
Gesù risorto (Gv 21, 1-19); qui per tre volte il Signore chiede
a Pietro se gli vuol bene; ed ogni volta, dopo che Pietro gli
risponde di sì, gli affida la missione di pascere le sue
pecorelle, di essere la guida dei cristiani.
Dunque il requisito per un incarico così importante è uno solo:
si tratta di voler bene a Gesù. Per ben sette volte in poche
righe ritorna questa espressione, nel dialogo tra Gesù e Pietro:
voler bene a Gesù.
Ma il testo greco, le parole cioè che l'evangelista ha proprio
scritto, ci riserva una sorpresa: non sempre infatti il 'voler
bene' è espresso allo stesso modo. Gesù le prime due volte usa
una parola che si rifà all'agape, l'amore più alto e più bello;
invece nella terza domanda di Gesù, e sempre nelle risposte di
Pietro, c'è una parola che rimanda alla 'filia', all'amore di
amicizia, alto e bello sì, ma meno dell'agape.
È come se Gesù si accontentasse, abbassasse il tiro: se come
Pietro riconosciamo di essere ancora incapaci di 'agape', il
Signore risorto si china su di noi, ci prende al punto in cui
siamo, e ci dice, come a Pietro: "Seguimi".
GG.
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«Nessuno
le rapirà dalla mia mano»
(Gv 10,
27-30)
Il vangelo di
questa domenica mi rimanda per associazione al primo dei
comandamenti, che ho meditato appena due giorni fa: “Io sono
il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio all’infuori di me”.
Nel contesto in cui è stato pronunciato per la prima volta il
suo messaggio era chiaro e potente: qualunque cosa potesse
sconvolgere gli israeliti, tanto da far loro presagire una
potenza ultraterrena, non poteva competere con la sconvolgente
liberazione dalla schiavitù e con l’aiuto nel deserto da parte
di Yahwe. Questo comandamento interviene anche oggi a salvare
Israele e ciascuno di noi dalla nevrosi ossessiva: “Non devi
più assicurarti instancabilmente il favore della divinità di
turno perché Io sarò sempre al tuo fianco, in modo affidabile!”.
Preghiamo questa settimana con il salmo 121: “Il Signore è il
tuo custode, il Signore è come ombra che ti copre e sta alla tua
destra… . Il Signore ti proteggerà da ogni male, egli proteggerà
la tua vita”.
Oggi è non per
caso la XLI giornata mondiale per la preghiera per le vocazioni.
È certo che Dio vede le necessità della Chiesa, ma allora perché
pregare per le vocazioni? Pregare per le vocazioni significa
ricordare che la vocazione è dall’alto, dal Custode, per Cristo,
nello Spirito Santo. Non è il soggetto che sceglie, neppure
soltanto la Chiesa che chiama e nemmeno i bisogni del mondo che
suscitano vocazioni: Dio solo plasma e sostiene le vocazioni.
Quindi dobbiamo pregare il Signore affinché mandi operai nella
sua mietitura, così da affrettare il regno di Dio. Ma perché
tutto si avveri occorre che ne sentiamo l’urgente bisogno perché
Lui esaudisce i desideri del nostro cuore. Non c’è chiamata
senza un desiderio orante della Chiesa affinché il Signore
faccia ascoltare la sua voce.
LM
'Il Bel Pastore'
E' dolce e rassicurante il breve Vangelo di oggi: Gesù
dice che noi siamo le pecore del suo gregge, che ascoltano la
sua voce e lo seguono; lui è il nostro pastore, ci dà la vita, e
nessuno potrà mai rapirci dalla sua mano e dalla mano del Padre.
Siamo
dunque assolutamente al sicuro: come fa il pastore con le
pecore, così Gesù ci conosce uno per uno, vive giorno e notte
con noi, ci guida, ci porta ai pascoli migliori, ci protegge, ci
chiama: non per niente oggi in tutta la chiesa si prega proprio
per le 'vocazioni', per le 'chiamate' di Gesù.
Nel
capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, che sempre troviamo alla
quarta domenica di Pasqua, c'è una parola che descrive Gesù
Pastore: kalòs. Questa parola greca vuol dire 'buono', ma, prima
ancora, vuol dire 'bello'; Gesù è il buon Pastore, ma prima
ancora è il 'bel' Pastore.
Essere
le pecore del gregge di Gesù è dunque per noi la cosa migliore,
perché Gesù è il nostro pastore buono, ma è anche la cosa più
bella che ci possa capitare.
GG
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«Nuovo»
(Gv 13, 34)
"Vi do un comandamento
nuovo" disse Gesù in quell'ultima terribile e meravigliosa cena.
Giovanni decenni dopo quella cena scrive nella sua prima
lettera: "E' di un comandamento antico che vi scrivo, tuttavia è
un comandamento nuovo". Non è perciò "nuovo" solo nel senso che
"prima non c'era ed ora c'è". Si riferisce ad una vita che
continuamente si rinnova perché è nella radice dell'amore essere
continuamente creativo: "Ecco, faccio nuove tutte le cose".
Nessuno si abitua mai a sentirsi amato, e mai si abitua ad
amare: quando subentra l'abitudine proprio l'amore sta
cominciando a spegnersi. Il motivo di tutto ciò risiede nel
fatto che questo "comando nuovo" attinge la sua forza e il suo
contenuto alla vita stessa della Trinità. La reciprocità
dell'amore della Trinità è il motore dell'attività creativa e la
filigrana della creazione, dove ogni cosa è fatta in dono a
tutto il resto.
Se nella nostra vita ci scontriamo col "vecchio" che avanza ed
ingrigisce le nostre giornate ora sappiamo la risposta: manca il
"nuovo" di quel comando, manca la vita della Trinità, del Cielo.
A noi l'affascinante compito di innescare attorno a noi quella
stessa vita, partendo da piccoli gesti di dono disinteressato. E
come affermava S. Giovanni della croce: "metti amore dove non
c'è amore e troverai amore".
RF
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«Se mi amaste vi rallegrereste»
(Gv 14,28)
Per Gesù è l’ora
della promessa dello Spirito, inquadrata dal comandamento di
amarLo, che equivale a quello dell’osservare i suoi
comandamenti. Lo Spirito ci è dato, e lo sperimentiamo, quando
cerchiamo di amare il nostro Signore e di obbedirGli. È questo
il dono che suscita la gioia. Solo se il Cristo torna dal Padre,
lo Spirito sarà dato: è l’annuncio della passione, l’annuncio di
una morte feconda, generatrice di vita: nel suo battesimo Gesù
riceve lo Spirito, nella sua morte effonde lo Spirito: “Non
c’era ancora lo Spirito perché Gesù non era stato ancora
glorificato” (Gv 7,39).
Perché Gesù ritiene così
indispensabile la venuta dello Spirito? Perché ci insegnerà ogni
cosa e ci farà ricordare tutto ciò che Gesù ha detto, potrà
suggerirci ogni momento come presentare ai fratelli il Cristo
che vive con noi, che diviene nostro a misura che lo riveliamo.
Chiediamolo a Gesù questo dono dall’alto, per non imporre agli
altri altro peso che quello del suo amore, che è l’unica
necessità e l’unica costrizione, che si impone da sé con la
forza del disarmo.
LM
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«Siete
testimoni»
(Lc
24,48)
Sono passati 40 giorni, così ci rivelano gli
Atti degli Apostoli, e Gesù accingendosi ad essere assunto in
Cielo dice ai suoi: "siete testimoni". Già, testimoni. Significa
aver veduto, toccato, udito, cioè sperimentato l'oggetto della
testimonianza altrimenti si è testimoni del nulla. Quello è il
senso di quei "40 giorni", come il ritiro di Gesù dopo il
battesimo nel Giordano, come 40 furono gli anni del popolo nel
deserto prima di poter entrare nella terra promessa. "40"
sottolinea l'aver fatto una intensa e radicale esperienza di
Dio, di quelle che cambiano la vita, come fecero i discepoli col
Risorto presente in mezzo a loro per tutto quel tempo.
I cristiani sono un popolo di
testimoni, o almeno così dovrebbe essere. Cosa possiamo
testimoniare? Di quale radicale esperienza di Dio possiamo
comunicare? Quali sono i nostri "40" giorni? Ci stiamo giocando
il nostro cristianesimo! Se dovessimo ritrovarci ammutoliti
dinnanzi a queste domande occorre una svolta decisa. Cerchiamoci
un compagno, come Cleopa verso Emmaus, condividiamo con lui le
nostre speranze - magari deluse - nel Signore, apriamoci al
forestiero come fosse uno di famiglia lasciandoci interrogare
dalle Scritture e preghiamo "Resta con noi Signore, perché si fa
sera". Così come cominciò il primo di quei 40 giorni forse anche
noi potremmo comunicare a qualcuno: "non sentivi anche tu ardere
il cuore mentre Lui parlava"?
RF
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«la
Verità tutta intera»
(Gv
16,13)
E' vero, quanto è piccolo il nostro cuore per
reggere il peso e lo spazio della verità tutta intera. Perché
questa verità potesse trovare spazio in noi, Gesù ha dovuto
"strappare" lo Spirito Santo al Cielo con la sua agonia in
croce, col suo grido di abbandono e solitudine dal Padre. In
quel drammatico e paradossale "gioco" di sofferenza e solitudine
si riassume la "verità tutta intera". Questa verità è che per
noi uomini, per amore e passione nostra, il Figlio, il Padre e
lo Spirito Santo si sono messi in gioco al punto da sembrare che
la Trinità stesse per spaccarsi. La verità tutta intera è che la
Trinità è come se si fosse completamente dispiegata e dilatata
per farvi entrare dentro ogni uomo, pagando per intero il
drammatico prezzo al nostro posto. La verità tutta intera è che
ormai la nostra dimora è il seno del Padre, accanto al Figlio,
avvolti dallo Spirito. E' il resto ad essere apparenza. Se
questo è vero, giustamente Gesù diceva che non siamo in grado di
reggerne il peso. Per questo ci viene in aiuto lo Spirito, per
permetterci di trasformare la nostra vita, in tutta la sua
normalità, in una esperienza di Trinità. Questo è il nostro
destino: non possiamo aspirare a qualcosa di meno.
RF
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«Dategli
voi stessi da mangiare»
(Lc
9,13)
La folla li attornia stanca e affamata, i
discepoli si sentono senza risorse e Gesù reagisce con una
provocazione: "date voi stessi da mangiare".
Gesù
ribalta come sempre la visione delle cose e ci porta su un altro
piano. Dinnanzi all'amore e al servizio ci guardiamo
attorno per vedere se abbiamo delle cose da dare. Invece l'amore
non dà cose ma dona sé stesso. Questo ha fatto Gesù morendo
sulla croce: non ha cercato cose ma sé stesso. Così è
l'Eucaristia che di quella croce e dell'epilogo della
risurrezione è memoriale: Gesù continua dare non cose ma sé
stesso.
Cosa dovrà fare il discepolo che a quel Pane
continua cibarsi? La risposta è ovvia e l'impegno è serio: una è
la via tracciata dal Maestro e al discepolo non è lecito
inventarsene un'altra.
RF
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«Ma
voi chi dite che io sia?»
(Lc 9,20) "Ma
voi chi dite che io sia?". Immagino il silenzio che seguì a
questa domanda. E in quel silenzio anche tutto l'imbarazzo: non
si può più barare col "sentito dire". Qui Gesù chiede un
coinvolgimento personale: voi, tu puoi dirmi chi sono per te?
Proviamo anche noi a metterci dentro a questo silenzio
imbarazzante e rispondere a questa domanda senza ricorre alle
formule del catechismo ma solo al coinvolgimento della nostra
anima. Cosa ne verrà fuori?
Solo se
saremo capaci di dirgli che che è il perno della nostra vita,
che è l'amore che ci ha salvata in questa e in quell'occasione,
saremo anche capaci di aderire alle esigenti richieste che
seguono: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi
se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua".
Sì, perché solo chi sente amato può rispondere con un amore così
radicale.
RF
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«Vi
mando come agnelli in mezzo ai lupi»
(Lc 10,3)
Affascinante quel "agnelli in mezzo ai lupi".
Perché se confrontato con la finale del brano "Io vedevo satana
cadere dal cielo come la folgore. Ecco, io vi ho dato il potere
di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni
potenza del nemico" non significa che si è mandati allo
sbaraglio ma che l'agnello nasconde una potenza inusuale nella
sua debolezza.
I 72
discepoli infatti sono mandati a due a due. Non solo perchè
testimoni credibili perché "vale la testimonianza di due" ma
perché in quel due si cela il germe della comunità, il seme
della Chiesa: e di fronte ad essa gli inferi non prevarranno.
Perché nella fragilità di quei due, come per i discepoli di
Emmaus, icona della Chiesa nascente, c'è tutta la potenza del
Cristo, che solo Lui ha vinto il mondo.
Agnelli,
certo, deboli, perché è vero ma non soli. Ravviviamo perciò i
nostri rapporti di comunione e sfuggiamo ogni individualismo e
solitudine narcisistica: avremo tutta la potenza che vince il
mondo.
RF
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«fatevi
amici con l'iniqua ricchezza»
(Lc 16,9)
La parabola di Gesù mette in evidenza un mondo
di loschi affari e truffe ben stigmatizza la debolezza dell'uomo
di fronte alle ricchezze. La falsità e lo sfruttamento sono
sempre in agguato, indeboliscono la volontà visto che
l'amministratore infedele una volta scoperto teme di doversi
mettere a lavorare e cerca una soluzione come sempre fatto, con
l'ennesima truffa perpetrata al suo padrone.
Eppure in
quel suo tentativo di farsi degli amici con una ricchezza non
sua perché questi li possano accogliere viene celata una
possibilità di scampo all'uso individualistico delle ricchezze.
Possiamo farci degli amici che possano accoglierci nelle loro
dimore e questi amici sono i poveri a cui Gesù ha affidato il
Regno dei Cieli: loro possono aprirci le porte del regno. Le
nostre ricchezze, sempre inique nel linguaggio lucano perché
sottratte a chi non possiede nulla, possono diventare i l
biglietto d'ingresso di una dimensione nel momento in cui
vengono condivise. Ciò che guadagno non lo guadagno solo per me
ma anche per i poveri, ed il possesso di quelle ricchezze mi
rende responsabile verso di essi.
Un bel
cambiamento di prospettiva ma niente di diverso da quello
descritto sempre da Luca nel magnificat cantato da Maria di
fronte ad Elisabetta: "Ha rovesciato i potenti dai troni ha
innalzato gli umili".
RF
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«c'era
un uomo ricco»
(Lc 16,19)
Questa parabola di Gesù mi spaventa e mi mette
inquietudine non tanto per quello che dice del ricco epulone ma
soprattutto per quello che non dice. Infatti non dice che quest'uomo
era ricco perché aveva truffato, oppure perché aveva rubato o
ucciso. Dice solo che era un uomo ricco. E' lecito immaginare
che quest'uomo abbia anche faticato e sofferto per raggiungere
la sua posizione economica e che ora lecitamente si goda il
frutto delle sue fatiche. Eppure muore e sta "nell’inferno
tra i tormenti". Perché? Che ha fatto di male?
E' proprio questo che mi inquieta: non ha fatto nulla,
semplicemente non ha fatto nulla! E' tutta qui la sua condanna:
l'inazione e l'indifferenza. Mi tornano alla mente le parole di
Gesù nel Giudizio universale:"Avevo fame e non mi avete
dato da mangiare..."
La
ricchezza rischia di uccidere l'attenzione a quanto ci circonda
e farci ripiegare su noi stessi. Ma anche le legittime pretese
sul godimento della propria vita diventano ingiustizia quando
altri non possono goderle e noi ce ne stiamo beatamente a
guardare. Perché proprio chi non può goderle è Gesù!
RF
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«non sono stati
guariti tutti e dieci?»
(Lc 17,11-19) Come mai Gesù dice solo allo
straniero riconoscente: "la tua fede ti ha salvato"? Eppure
tutti e dieci i lebbrosi sono stati destinatari della guarigione
procurata da Gesù. Esiste una profonda differenza tra guarigione e
salvezza che si radica in una differente dimensione dell'anima che la genera
ed è quella che bisogna penetrare. La discriminante sta proprio
nell'atteggiamento riconoscente dello straniero che è molto più del semplice
dire "grazie". Dietro l'atteggiamento riconoscente c'è la
consapevolezza della gratuità del dono ricevuto. In quanto dono non è dovuto né meritato.
E' questo che innesca la
riconoscenza: non avevi nessun motivo per farlo eppure l'hai
fatto! Solo entrando nella dimensione della gratuità si può
penetrare il cuore di Dio, perché Lui è Amore, e l'amore non ha
mai un perché, è motivo a sé stesso: uno ama perché ama, cioè, è
gratis! Perciò quell'atteggiamento riconoscente rispecchia il cuore di
Cristo, e diventa l'espressione più bella della fede perché
riconoscenza e gratuità sono facce di una stessa medaglia. Lo
straniero è salvo proprio perché è riuscito a partecipare a
questo mistero d'amore e solo l'amore risana oltre le ferite del
corpo, tergendo le piaghe più recondite dell'anima.
RF
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«pregare
sempre»
(Lc 18,1-8)
Gesù non ci chiede di lavorare, di vegliare o di digiunare
sempre, ma di pregare sempre sì: la parabola del Vangelo di
oggi è proprio sulla necessità di pregare sempre.
Se il giudice disonesto, dice Gesù, si decide a far giustizia
alla vedova insistente pur di togliersela dai piedi (perché non
lo 'tormenti', troviamo scritto), tanto più, ovviamente, Dio
farà giustizia, e rapidamente, agli eletti che gridano giorno e
notte verso di lui.
Ma Gesù chiede: gli eletti gridano giorno e notte? Si trova la
fede sulla terra?
Eppure sappiamo che pregare è sempre possibile; è possibile,
dice San Giovanni Crisostomo, fare una frequente e bella
preghiera anche al mercato o durante una passeggiata solitaria.
È possibile, aggiunge, pure nel vostro negozio, sia mentre
comperate sia mentre vendete, o anche mentre cucinate!
Perché prega incessantemente colui che unisce la preghiera alle
opere e le opere alla preghiera. GG
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«abbi
pietà di me»
(Lc 18,9-14)
Come domenica scorsa, anche oggi il Vangelo di Luca ci
parla della preghiera, con la parabola del fariseo e del
pubblicano.
Il
fariseo sale al tempio per ringraziare Dio, e ne ha buoni
motivi: egli infatti nella sua vita fa anche più del dovuto
('digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto
possiedo'); eppure, la sorpresa: Gesù dice che il fariseo torna
a casa non giustificato.
Cosa
non ha funzionato agli occhi di Dio? Forse il fatto che il
fariseo prega 'tra sé': un monologo dunque, più che una
preghiera, con al centro se stesso, le proprie opere buone, e
con un certo disprezzo per gli altri uomini meno bravi di lui.
Soprattutto il fariseo si dimentica di quella che è invece
l'unica cosa che chiede a Dio il pubblicano, anche lui salito al
tempio, il quale però si ferma a distanza, non osa nemmeno
alzare lo sguardo, si batte il petto, e implora: "O Dio, abbi
pietà di me peccatore".
Di
questo abbiamo tutti bisogno, e il pubblicano che l'ha chiesto a
Dio, da Dio l'ha ottenuto!
GG
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Un sicomoro (Lc 19,1-10)
Grande movimento nell'episodio del Vangelo di oggi: Gesù
passa per Gerico; e tra la folla un uomo ricco, capo degli
esattori delle tasse, ma piccolo di statura, sale su un albero,
un sicomoro, per vedere chi fosse Gesù. E lo vede, ma non è
questo che conta; ciò che conta è che Gesù vede lui, e tra la
mormorazione dei benpensanti si autoinvita a casa sua.
Sappiamo come va a finire: pieno di gioia Zaccheo accoglie Gesù,
e Gesù per Zaccheo è ormai 'il Signore'; la 'salvezza' entra in
quella casa ed al Signore Zaccheo proclama la sua concretissima
conversione: metà dei beni ai poveri, e la restituzione del
quadruplo a chi è stato da lui frodato.
Ancora
oggi dalle parti di Gerico si trova un sicomoro che una
tradizione indica come 'quel' sicomoro, dove Gesù ha visto
Zaccheo, quel giorno, in quel momento: l'occasione della vita,
che Zaccheo non si è lasciata scappare.
Ogni
giorno, anche oggi, c'è un sicomoro per ciascuno di noi…
GG
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«Beati» (Mt
5,1-12)
La festa di tutti i santi diventa ogni anno più
solenne, perché ogni anno cresce il numero dei nostri fratelli e
delle nostre sorelle che Gesù chiama alla comunione piena con
sé, al paradiso, alla gioia.
E di
gioia è piena la bellissima pagina del Vangelo di oggi, le
beatitudini: con esse Gesù ci indica la strada da percorrere
quaggiù per gustare un primo assaggio della gioia preziosa, e
dunque a caro prezzo, della santità.
Conosciamo le beatitudini, le abbiamo sentite tante volte;
eppure esse rimangono ancora lontane dalla nostra mentalità
umana, che ci farebbe dire piuttosto beati i ricchi, beati
coloro che godono, che sono tranquilli, che hanno potere, che
non hanno motivo di pianto…
Come fare allora per incarnare il
'beati' di Gesù? Lasciando che sia Lui a trasformarci. 'Beata
colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore':
questa esclamazione di Elisabetta alla cugina Maria (Lc 1, 45) è
la beatitudine che riassume tutte le altre, e ne è come la
sorgente.
GG
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Uguali agli angeli (Lc
20,27-38) Cosa c'è
dopo la morte? Nel Vangelo di oggi questa domanda, antica quanto
l'uomo, è il motivo della questione che i sadducei, i quali non
credevano alla risurrezione, pongono a Gesù.
I
sadducei partono dal 'levirato', in uso allora in oriente,
Antico Testamento compreso: l'obbligo cioè di sposare la moglie
del fratello morto senza figli, per dargli una discendenza.
C'erano dunque sette fratelli, tutti morti senza figli: la
donna, moglie di tutti e sette uno dopo l'altro, nella
risurrezione di cui parla Gesù, di chi sarà moglie?
La
risposta è che non si possono capire le realtà dell'al di là
solo con i ragionamenti di quaggiù. Nell'altro mondo, ci dice
Gesù, non c'è la morte, né la necessità di assicurarsi una
discendenza: vivremo con il Dio dei vivi.
Le
parole di Gesù ci offrono dunque un assaggio di quella
meravigliosa sorpresa che sarà il paradiso: vedere, amare e
godere Dio senza fine; e San Luca inventa addirittura qui una
nuova parola: 'isaggeloi': i figli della resurrezione, ci
insegna Gesù, sono 'isaggeloi', uguali agli angeli.
GG
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«Nemmeno
un capello del vostro capo perirà» (Lc
21,5-19)
Gesù è ormai giunto a Gerusalemme e si avvicinano per
lui i giorni della passione; è il tempo delle drammatiche
profezie sulla distruzione del tempio e sulla fine del mondo.
Molte parole del Vangelo di oggi ci fanno paura: 'non resterà
pietra su pietra', 'vi saranno terremoti, carestie e
pestilenze…fatti terrificanti', 'ma prima…vi perseguiteranno',
'sarete traditi persino dai genitori, dai fratelli…e dagli
amici, e metteranno a morte alcuni di voi', 'sarete odiati da
tutti'.
Pare di
vederli, i seguaci di Gesù, ascoltarlo timorosi, con stupore, e
far sgorgare spontanea la domanda: 'Maestro, quando accadrà
questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?', quasi
a dire: 'Potremo cavarcela, e in che modo?'
Sì, ce la caveremo, perché le parole
di Gesù, come sempre, ci assicurano la sua protezione
infallibile, divina; ecco allora spuntare in queste righe
apocalittiche la vittoria finale dell'amore di Dio, e della
testimonianza dei cristiani: 'non vi terrorizzate', 'io vi darò
lingua e sapienza a cui tutti i vostri avversari non potranno
resistere', 'salverete le vostre anime'. Addirittura: 'nemmeno
un capello del vostro capo perirà'.
GG
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«Amen
ti dico, oggi sarai con me nel paradiso»
(Lc 23, 35-43)
L'ultima domenica dell'anno liturgico è dedicata a
Cristo Re; un Re che il Vangelo di oggi ci presenta lontano
dalle nostre idee umane: Gesù è Re sulla croce, schernito dai
capi e dai soldati, e persino da una scritta sopra il suo capo
(l'unica cosa scritta su Gesù nel tempo della sua vita): Questi
è il re dei Giudei.
Anche
uno di quelli che condividono la sua sorte dolorosa lo insulta,
lo 'bestemmiava' dice l'evangelista Luca. L'altro, invece, no: è
il buon ladrone, un santo canonizzato da Gesù stesso (ha rubato
anche il paradiso!), e martire, testimone di Cristo nel momento
in cui tanti erano fuggiti. Il buon ladrone è l'unico in tutto
il Nuovo Testamento a rivolgersi a Cristo chiamandolo
semplicemente 'Gesù', e lo prega: "Ricordati di me".
La
risposta è una delle sette frasi di Gesù in croce, una solenne
affermazione: "Amen ti dico, oggi sarai con me nel paradiso"; è
straordinario, divino, che dalla bocca di Cristo morente in
croce esca la parola 'paradiso', cioè giardino, luogo di
delizie; ma ancor più meraviglioso è sentire che non in futuro,
ma oggi stesso, per il buon ladrone c'è la certezza: "oggi sarai
con me".
Se c'è
riuscito il ladrone, perché noi non dovremmo?
GG
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«Vegliate»
(Mt 24,37-44)
Il mondo attorno a noi corre, insegue progetti, desideri…
anch’io, forse anche tu. Partecipiamo al gioco: corriamo a ci
affanniamo ogni giorno… dietro ad una illusione che prima o poi
ci chiederà il conto. La vita è come un supermarket, riempi il
carrello fin che puoi, ma alla fine devi passare alla cassa…
Pessimismo? No, sano realismo: non c’è cosa più saggia che
vivere nella realtà. Gesù vive nella realtà non si illude e non
illude. Siamo all’altezza di ciò che ci accade? Della realtà che
ci chiede di tenere i piedi per terra? Ci voleva Dio per
riportare l’uomo all’essenziale. Questo significa “vegliare”.
Guardare alla nostra vita con distacco e scegliere ciò che
conta, ciò che resta. Ciò che resta chiede un prezzo subito, non
si nasconde dietro un dito, ma da anche la gioia ora. Gioia!
Poter dire: sono pronto alla Tua venuta. Forse tutti abbiamo
qualcosa da sistemare. Ecco il tempo opportuno!
G2
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«Convertitevi»
(Mt 3,1-12)
Non bada alla forma Giovanni. Vestito di peli di cammello con
una cintura ai fianchi. Figura di altri tempi. La sua, una
modalità non consona ai nostri clichè… Eppure giunge a noi
dall’ultimo profeta, qualcosa di stranamente attuale, vivo. Egli
grida in fondo una sola cosa: sii autentico! Chi non desidera
esserlo? In fondo tutti lo desideriamo! E’ solo così, ammettendo
la verità di noi stessi che possiamo incontrare la “Verità che
viene” a noi col Natale. Gesù non ci chiede la perfezione come
noi la intendiamo. Vuole entrare in dialogo con noi. E’ amico
che ama intrattenersi con noi e tra amici le maschere non
servono, cadono… sotto i colpi della fiducia e dell’amore.
Convertirsi allora, è credere a questa fiducia e mettersi a
nudo davanti a Lui e lasciandosi ridire la propria
personalissima verità, da Lui che è la Verità.
G2
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«Il
più piccolo del Regno»
(Mt 11,2-11)
Tutti i profeti,
fino a Giovanni Battista, hanno parlato nei secoli di Dio. Della
sua Alleanza (amicizia) con Israele. E’ una bellissima storia
quella di questo rapporto. Ora, in questi giorni, la storia
subisce un’accelerazione senza pari. La presenza di Gesù tra di
noi ci risucchia, come in un vortice, in un’altra dimensione. In
questa dimensione “grandezza” e “piccolezza” assumono caratteri
totalmente diversi rispetto al passato. Giovanni è grande, ma il
più piccolo nel Regno è più grande di lui! Tu che leggi, forse
ti sentirai così… il più piccolo, nel vivere il vangelo, nel
rapporto con Dio, nel vivere l’amore portato da Gesù… Ma solo
per il fatto che sei nel nuovo tempo instaurato da Gesù, nel
tempo del Regno di Dio tra gli uomini, solo per questo sei più
grande di Giovanni! Che altissima dignità! Da qui, da ciò che
siamo agli occhi di Dio possiamo partire per realizzare la
nostra vita con Lui.
G2
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«Quel
che è generato in lei viene dallo Spirito Santo»
(Mt 1,18-24)
Un vangelo da capogiro. La ragione oggi tocca
i suoi confini e cede il passo alla fede. Troppo semplice,
troppo alto e puro, troppo assurdo per la nostra logica ciò che
accade in questa pagina: un bambino viene concepito da una donna
senza il concorso naturale di un altro uomo. Nessuna tecnica di
ingegneria genetica. E’ Dio che entra nella nostra vita e lo fa
a suo modo non secondo i nostri schemi. Emmanuele: Dio con noi…
la mente distratta dal prodigio e forse bloccata, perde di vista
il vero miracolo: Dio, l’onnipotente, l’irraggiungibile, il
totalmente altro, sceglie di stare con noi per più di trenta
anni. Tempo in cui la storia dell’umanità sembra arrestarsi e
riprendere il cammino in direzione opposta. Ora il Figlio,
riporta me, riporta te, chi ti sta accanto o ti è lontano, al
Padre di tutti. Ora la pace ha un nome, non è una chimera. Basta
seguire questo bambino, per ritrovarsi fratelli, non più
dispersi e soli, ma membri di un’unica famiglia riconciliata.
G2
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«Andiamo
fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento»
(Lc 2,15)
Natale è da
sempre la festa della luce, la luce del sole che in questi
giorni di dicembre ricomincia ad allungare il suo tempo sulla
notte, e la Luce di Dio, che oggi viene nel mondo; ha dunque un
fascino particolare celebrare la Messa di Natale al sorgere
della luce.
Il
Vangelo della Messa 'dell'aurora' ci narra ciò che è successo in
'quella' aurora: la visita dei pastori a Maria, a Giuseppe e al
Bambino.
L'evangelista Luca per ben tre volte in poche righe usa qui il
termine greco 'rhema': è una parola che, come la corrispondente
ebraica 'dabar', significa appunto 'parola'; la parola che il
Signore ha fatto conoscere ai pastori (versetti 15 e 17) e che
Maria 'medita' nel suo cuore (versetto 19).
Ma si
tratta di una parola speciale, di una parola che 'avviene', che
non solo dice, ma anche 'fa quello che dice': la Parola eterna,
infinita di Dio, che si fa carne.
Anche
noi possiamo dar gloria a Dio, vivere la gioia, lo 'stupore' che
provarono quel giorno gli angeli e gli uomini a Betlemme per
questo 'avvenimento': Dio nascosto nella debolezza di un
bambino, figlio di Maria, nostro fratello.
GG
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«Fuggi»
(Mt 2,13)
Quest'anno la
domenica della Santa Famiglia si celebra il giorno dopo Natale:
potremmo dire che la poesia del Natale finisce presto.
Infatti
nel Vangelo di oggi San Giuseppe fugge in Egitto, guidato da un
angelo in sogno, e porta con sé il Bambino e sua Madre: è
questione di vita o di morte. Fugge nella notte in Egitto, avrà
paura a ritornare in Giudea, si rifugerà in Galilea, custode
premuroso del Bambino e di sua Madre.
La
Santa Famiglia dunque, proprio lei, è una famiglia di profughi,
vittima della persecuzione del potente di turno, Erode.
'Meno
male che adesso non c'è, Nerone!', dice una canzone di qualche
anno fa; Nerone o Erode, siamo sicuri che adesso non ci siano
più?
Se pensiamo alle varie persecuzioni
di oggi contro 'la famiglia', ai bambini maltrattati, offesi nei
loro diritti, uccisi, vediamo che Nerone o Erode ci sono ancora,
eccome. Ma l'esperienza della Santa Famiglia ci incoraggia e
assicura che Dio alla fine libera dal male; l'angelo annunzia a
Giuseppe: "sono morti coloro che insidiavano la vita del
Bambino" (Mt 2, 20).
GG
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«Gli
fu messo il nome Gesù»
(Lc 2,21)
Oggi è
capodanno, ed è la festa del nome di Gesù; il nome col quale
egli era stato chiamato dall'angelo, annota l'evangelista Luca,
ancor prima di essere concepito da Maria.
È
bello, è di buon augurio poter iniziare un nuovo anno, ed ogni
nostra giornata, nel nome di Gesù, che significa 'Salvatore'.
Il
poeta Giacomo Leopardi, immaginando il dialogo tra un venditore
di calendari ed un passante, dubita che col nuovo anno 'si
principierà la vita felice': 'quella vita ch'è una cosa bella,
non è la vita che si conosce'…
La
speranza cristiana invece è tutta riposta in questo bambino, che
non solo si chiama, ma è realmente il nostro 'Salvatore', anzi
l'unica salvezza senza illusioni.
Gesù
salvatore basta ed avanza; con noi però c'è anche Maria, la
madre del bambino: oggi infatti è la più importante delle sue
feste, è la solennità che la celebra madre di Dio.
Con Gesù e con Maria, dunque, l'anno
che oggi comincia certamente sarà un 'buon anno'.
GG
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«luce -
tenebre»
(Gv
1,1-18)
Il
prologo del Vangelo di Giovanni è il testo che la Chiesa ci
propone oggi, come anche alla Messa del giorno stesso di Natale;
si tratta di una tra le pagine più belle e celebri della
letteratura mondiale: "In principio era il Verbo, e il Verbo era
presso Dio e il Verbo era Dio…"
Più
volte troviamo in queste righe la contrapposizione netta:
tutto-niente, accogliere-non accogliere, luce-tenebre.
Di
fronte al tutto di Dio, alla sua pienezza, alla sua divinità che
'si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi' non sono
possibili mezze misure; o siamo luce o tenebra, la penombra non
è possibile.
Nasce quasi spontanea la paura di
non farcela; ma il vangelo è buona notizia: a quanti l'hanno
accolto, han detto di sì, il Verbo ha dato potere di diventare
figli di Dio; è Dio dunque il protagonista, e lui ce la fa di
sicuro. Momento forte di questa trasformazione
dell'uomo in Dio è l'Eucarestia, tema speciale per la Chiesa
quest'anno. Da Gesù abbiamo ricevuto, 'e grazia su grazia';
dall'Eucarestia, 'da Dio', siamo 'generati'. È questo il cammino
di luce che ci è stato donato.
GG
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«oro,
incenso e mirra»
(Mt
2,11)
Oggi è
una grande solennità: il Bambino Gesù si 'manifesta' (è questo
il significato della parola 'epifania') al cosmo (la stella) ed
a tutti gli uomini, fino ai più lontani.
I Magi
vengono da lontano, da un imprecisato oriente, e sanno bene dove
stanno andando, e perché. Protagonisti ante litteram del cammino
cristiano, chiedono ad Erode: "Dov'è il re dei Giudei che è
nato? Siamo venuti per adorarlo". Questa parola guiderà la
Giornata Mondiale della Gioventù 2005 a Colonia, città che ha
ospitato per secoli le reliquie di questi uomini misteriosi e
buoni, i primi adoratori di Gesù non ebrei.
Entrati
nella casa (di Giuseppe, piena zeppa di parenti giunti per il
censimento), i Magi offrono oro (simbolo della regalità, e che
avrà senz'altro fatto comodo a Giuseppe nella fuga in Egitto),
incenso (simbolo della divinità) e mirra (simbolo dell'uomo che
morirà in croce).
Il
Vangelo non ci dice quanti fossero; da San Leone Magno in poi si
pensa che fossero tre, in rapporto ai loro tre doni; di sicuro
essi, nell'aprire prostrati i loro scrigni di fronte al Bambino
e a sua Madre, sono un bellissimo modello per tutti noi.
GG
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«per
farsi battezzare»
(Mt
3,13)
'L'epifania tutte le feste porta via', dice un proverbio; così
la festa di oggi rischia di passare un po' in secondo piano, nel
clima di smantellamento dei presepi e degli alberi di Natale.
Eppure
si tratta di un evento centrale nella vita di Gesù, narrato da
tutti e quattro i Vangeli: il suo battesimo, l'unica
manifestazione della Trinità alle folle (troviamo infatti qui
una delle rare parole del Padre, 'la voce dal cielo' che dice
l'amore per il Figlio, e il segno dello Spirito 'come una
colomba').
Secondo
un'antica tradizione Adamo dopo il peccato originale si reca
pellegrino al fiume Giordano; anche Gesù, nuovo Adamo, lo fa, ed
inaugura la sua missione pubblica in fila coi peccatori: le
parole di Gesù che chiede il battesimo all'esterrefatto Giovanni
nel Vangelo di Matteo sono le prime parole sue che troviamo
sfogliando la Bibbia, e dicono 'sì' alla volontà del Padre, un
'sì' che egli ripeterà sempre, fino al secondo battesimo, la
morte in croce.
Ed ha
ben ragione a meravigliarsi, Giovanni Battista, di questo
rovesciamento: Cristo non viene santificato dalle acque, ma le
santifica per noi. Immerso nel peccato, Gesù non è peccatore, e
noi con lui, se custodiamo la grazia del battesimo che ci ha
donato e ci dona.
Basterebbe che noi fossimo coerenti
con il nostro battesimo per…
GG
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«Ecco
l'agnello di Dio»
(Gv 1,29)
"Ecco l'agnello di Dio che
toglie i peccati del mondo". Gesù non ha ancora iniziato il suo
ministero di predicazione e subito viene presentato nel modo più
duro. Certo, a noi oggi l'agnello fa tenerezza ma l'immagine che
Giovanni evoca nella cultura religiosa ebraica farebbe
accapponare la pelle a chiunque. E' come se dicesse: "ecco la
carne da macello che verrà sacrificata per i vostri peccati",
visto che l'agnello era la vittima sacrificale espiatoria. E'
come se dicesse che è impossibile conoscere Gesù se non a
partire da quell'immenso dono d'amore che è il suo dare la vita
al mio posto. Per seguirlo devo prima di tutto accettare che Lui
mi possa amare così: "non noi abbiamo amato Dio ma Lui ci ha
amati per primi donandoci il suo figlio unigenito per la
remissione dei nostri peccati". E l'amore chiama amore. Seguire
Gesù non è eseguire dei precetti ma ricambiare un dono, perché
"l'amore con l'amore si paga". Allora sarà vera sequela.
RF
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«Vide
due fratelli... che gettavano la rete»
(Mt 4,18)
Quale cosa meravigliosa il
Figlio di Dio che vede questi due fratelli, Pietro e Andrea,
mentre gettano la rete in mare. Li coglie come in una istantanea
che li fissa per l'eternità in un gesto usuale e abitudinario
per loro: gettare la rete "perchè erano pescatori". Era il loro
lavoro, ciò che riempiva le loro giornate, nella fatica di
portare avanti la loro famiglia. E' importante rendersi conto
che questo sguardo di Gesù è posato sopra ciascuno di noi
proprio nel ripetersi delle nostre azioni quotidiane, quelle che
fanno andare avanti la nostra vita senza clamore. Il mio lavoro,
i miei rapporti con le persone che amo, il mio riposo... Tutto
viene fissato come in una istantanea per l'eternità, perché lo
sguardo di Gesù è uno sguardo d'amore che sorregge e riempie di
valore anche le azioni che non calcolo più, consumate
dall'abitudine. Che bella la vita vissuta così. E cosa può
diventare una vita vissuta così! Quello che capitò ai due
fratelli quando incrociarono lo sguardo di Gesù: non fu più la
stessa cosa.
RF
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«Beati
i misericordiosi...»
(Mt 5,7)
"Beati i misericordiosi perchè otterranno misericordia". Tra le
beatitudini sembra quella meno paradossale e quasi ovvia: è
facile che una persona misericordiosa riceva dagli altri un
atteggiamento analogo. Ma attenzione, questa sorta "do ut des"
spirituale non coincide col contesto delle beatitudini, così
radicale nelle sue esigenze. C'è sotto qualcosa. Infatti si può
capire meglio mettendolo in parallelo con il Padre nostro dove
c'è un analogo "rimetti a noi i nostri debiti come noi li
rimettiamo ai nostri debitori" o con il discorso delle
beatitudini lucano: "Siate misericordiosi come il Padre vostro".
Il punto fondamentale è che la misericordia è la chiave
d'accesso al rapporto con Dio, senza la quale si rischia di
rimanere fuori. E' perchè sono destinatario della misericordia
di Dio per me che sono Felice, beato! Ogni volta che metto in
atto la misericordia entro nel cuore di Dio e lì rimango: ci può
essere felicità più grande?
RF
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«...ebbe
fame»
(Mt 4,1-11)
"Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta
notti, ebbe fame". Mi ha incuriosito questa
nota di Matteo nell'episodio delle tentazioni. E' un momento di
debolezza e in quella debolezza si insinua il maligno con le sue
voci... Ha aperto una finestra sulle nostre tentazioni che
insorgono quando il nostro cuore ha "fame" di qualcosa che lo
colmi e lì le voci del maligno suggeriscono spesso le
scorciatoie per riempirlo. Così nascono i peccati, perché
abbiamo fame. Allora la strada più efficace per impedire alla
tentazione di insorgere è di avere il cuore sazio. Ma cosa può
rendere sazio il nostro cuore? "Tu ci hai fatto per Te
Signore, ed il nostro cuore è inquieto se
non riposa in Te" affermava S. Agostino. Lì
dobbiamo continuamente attingere attraverso nella preghiera,
nella frequenza alla Parola di Dio e sopratutto nella Carità.
Dio, immensa fonte dell'Amore, ha fatto il nostro cuore per
amare ed essere amati e non saremmo mai sazi finché non
smetteremo di pensare a noi stessi per donarci agli altri. E lì
il maligno avrà poco spazio per trovare il nostro ascolto.
RF
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«...li
condusse in disparte»
(Mt 17,1-9)
Gesù porta i suoi discepoli più intimi dentro il mistero della
sua identità e del suo rapporto col Padre. E' un momento
essenziale per lui e per quegli uomini che lo stanno seguendo
proprio quando ormai diventa sempre più chiaro il suo futuro di
passione. E' affascinante l'annotazione di Matteo: "li condusse
in disparte". Perché non rendere pubblica una realtà cosi
profonda? Forse avrebbe potuto cambiare il suo "destino"...
Perché "in disparte"? Forse perché l'esperienza di Dio non è un
fenomeno "massmediatico", non è un semplice coinvolgimento
emotivo ("è bello per noi stare qui"). E' qualche cosa che deve
entrare prima di tutto in quel luogo "in disparte" della nostra
anima, là dove nascono le scelte e le decisioni che cambiano la
vita. Altrimenti si riduce alla puerile lacrimuccia da spot
televisivo che muove i sentimenti ma non le nostre azioni. Ecco
perché non fanno le tre tende e scendono a valle: da quel luogo
"in disparte" della propria anima ci si muove verso le
espressioni più radicali dell'amore, come quella di dare la vita
per i propri fratelli.
RF
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«Il
Padre cerca tali adoratori»
(Gv 4,23)
Nel sorprendente dialogo con la samaritana
Gesù rivela nientemeno che Dio stesso è alla ricerca dei veri
adoratori, dei veri credenti; evidentemente non è facile
trovarli. Chi sono? Quelli che lo adorano “in spirito e verità”.
Coloro che sanno andare all’essenziale del rapporto con Dio, che
hanno lo spirito del Padre. Essi non sono legati ad un luogo di
culto specifico: Gerusalemme, S. Pietro, Lourdes… ma sanno che
Dio è dappertutto, in ogni luogo, in ogni fratello. La loro
religione non è fatta di ex voto, coroncine, devozioni, abiti
particolari, apparati esteriori, ma di Parola di Dio vissuta
giorno dopo giorno. Per loro la sostanza viene prima della
forma, l’amore prima delle pratiche, il fratello prima
dell’altare. Solo così la religione cristiana non diventerà una
struttura cui sottostare, giustamente antipatica ai più, ma
tornerà ad essere il luogo dell’incontro sconvolgente con Cristo.
MM
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«Colui
che parla con te»
(Gv 9,37)
Cosa prova un
cieco nato ad aprire gli occhi per la prima volta? E’
un’emozione che noi assuefatti a vedere riusciamo solo
lontanamente a immaginare e che forse si può riassumere in una
parola: luce. Il cieco scoprì di colpo la luce, i colori, le
forme.
Cosa prova
un’anima spenta ad incontrare Dio? E’ un’emozione ancora più
forte che si può riassumere con la stessa parola: luce. Il mondo
avverso e penoso, la mia mediocre vita, l’ambivalente presenza
degli altri, tutto si illumina, acquista connotazione e senso,
prende una direzione. Dove trovare questa luce, dov’è colui che
ci può illuminare? Non è lontano. Il cieco-vedente, alla fine
del brano, se lo trova davanti in un incontro a due toccante,
lo ascolta, gli parla, parole eterne che cambiano una vita fino
allora dolente. E’ vicina questa luce, ci attende e ci cerca
allo stesso tempo.
MM
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«Gesù
voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro»
(Gv 11,5)
"Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro".
Che frase straordinaria, su cui troppo facilmente si sorvola.
Questo episodio raccontato da Giovanni è un'autentica
manifestazione dello spessore umano dell'amore soprannaturale!
E' l'episodio in cui Gesù "scoppiò in pianto" di fronte alla
tomba di Lazzaro e fa dire ai presenti: "Vedi come lo amava!".
L'amore di Gesù che produce la risurrezione di Lazzaro non è ne
un'arcana magia soprannaturale ne una fredda e disincarnata
espressione della volontà di Dio. E' qualcosa che tocca le
"viscere" di chi lo dona, lo coinvolge sino all'intimo perché
"voleva molto bene". Gesù amava da uomo intero, con la volontà,
con la testa e col cuore. Con questo amore "caldo" Gesù ama me,
te, ciascuno... Che fare? Lasciamoci toccare da questo calore
"viscerale" che risusciti la nostra fredda umanità schiacciata
dal cinismo in cui siamo costretti a vivere nel mondo. Da nuovi
"Lazzaro" torneremo a vivere nei nostri ambienti con una eredità
da far fruttare: lasciamo che il nostro amore non sia solo un
dovere cristiano ma anche un impeto del cuore toccato da Cristo.
Cominciamo anche noi a "volere molto bene".
RF
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«Sigillando
la pietra»
(Mt 27,66)
Col sigillo della pietra termina
il racconto del Passio, la tomba viene chiusa, il sangue è stato
versato sino in fondo, tutto è compiuto. Tutto quello che si
poteva soffrire Gesù l’ha sofferto, ha addirittura provato
l’inconcepibile impressione di essere abbandonato dal Padre. Non
c’è dolore umano che lui non abbia preso su di sé. Tutto ciò che
di brutto ci potrà capitare nella vita Gesù l’ha attraversato,
l’ha fatto suo. Non saremo mai più soli, nemmeno nella
situazione più imprevedibile. Il crocifisso sarà il mio
riferimento, la mia consolazione, la risposta ogni volta che mi
sentirò deriso, scartato, oggetto di menzogna, accusato,
tentato, tradito, svalutato, incompreso, sospettato, angosciato,
impaurito dal futuro, inascoltato, impotente, lontano da Dio,
orfano, stanco, illuso, fallito, incapace, arido, fragile,
disorientato, malinconico, inutile, incerto, strano. Sotto
qualsiasi forma il dolore mi visiterà potrò scoprire il volto
amico e radioso di Dio.
MM
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«Quand'era
ancora buio»
(Gv 20,1)
Questo episodio
ci trasmette un clima misterioso e sacro. Il sole non è ancora
sorto quando Maddalena si reca al sepolcro. E’ il buio della
tristezza infinita dentro di lei. L’afflizione disperata le
impedisce di capire cosa è successo, interpreta male il segno
della pietra ribaltata. Pietro e Giovanni corrono a vedere,
hanno ritmi diversi eppure si aspettano con rispetto, la Chiesa
sarà appunto un grande popolo di uomini diversi che dovranno
capirsi e rispettarsi. Immaginiamo lo stupore, anzi lo sconcerto
dei due apostoli che entrano dentro: Gesù, il morto, non c’è
più, c’è silenzio, tutto è in ordine, cos’è successo? Il giovane
crede. E’ l’amore particolare che lo lega a Cristo a dargli un
intuito speciale. Gesù fisicamente non appare, ma sono i segni
che lo indicano, che parlano di lui. Anche a noi è richiesto di
saper vedere oltre, di cogliere tra le pieghe della vita, la
presenza gioiosa del Risorto.
MM
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«Pur
non avendo visto»
(Gv 20,29)
In quel giorno
felice di maggio, a Gerusalemme circa duemila anni fa,
attorniato dai suoi apostoli ancora sbigottiti, di fronte a
Tommaso, troppo umano per non risultarci un familiare compagno,
Gesù ad un tratto ha pensato a noi. A noi cristiani che non
l’abbiamo visto di persona, ma abbiamo creduto alla sua
risurrezione dal regno dei morti. Ha detto che siamo beati per
questo. Sapeva che non è facile credere ad una cosa del genere e
non sarà troppo severo con quanti non ci riusciranno. Non ha
detto che credere è un penoso dovere, ma che al contrario arreca
beatitudine, felicità. Come spiegare che è proprio vero?
Credere senza
vedere significa credere sulla parola di altri, la Chiesa si
fonda su questo, sulla testimonianza di chi ha visto e sentito,
è un atto di fiducia che si è trasmesso di generazione in
generazione fino a noi, fino a me.
MM
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«Erano in cammino»
(Lc 24,13)
La strada verso
Emmaus è indubbiamente anche la strada della nostra esistenza,
segnata dal dubbio, dalla delusione, dalla ricerca di senso, ma
anche da una misteriosa presenza che irrompe, prima con
discrezione, poi con sempre maggiore pienezza: è il Risorto. I
contrassegni di questa presenza sono gli stessi oggi come ieri,
identifichiamoli: non si può incontrare a comando, è lui che
prende l’iniziativa di raggiungerci; è qualcosa di “normale”,
cammina con noi senza sconvolgere rumorosamente la quotidianità,
eppure la cambia dal profondo; getta luce sulla Parola, ne fa
capire la logica soprannaturale che la anima; diventa visibile
nel dono dell’eucaristia; riempie il cuore di gioia, ma rimane
ineffabile, “sparisce”, non si lascia definire.
I due discepoli
ci mostrano come fare per godere di lui: per strada lo accolgono
con semplicità, lo ascoltano a cuore aperto, lo pregano di
indugiare con loro, trasmettono la loro gioia ad altri.
MM
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«Io sono la porta»
(Gv 10,7)
Il brano
evangelico si addice al periodo di Pasqua. La porta è per
definizione un luogo di passaggio (già questo evoca la pasqua),
essa permette di uscire da un ambiente per introdursi in uno
spazio nuovo. Gesù dunque si propone come transito che conduce
al pascolo, alla sazietà, alla pienezza. E’ la croce
questo varco che ci apre a un mondo nuovo. Accoglierla con amore
significa compiere un misterioso ma tangibile passaggio nel
quale ogni giogo diventa dolce, ogni dolore acquista prezioso
significato, tristezza e preoccupazione si trasformano in
occasioni per amare di puro dono.
Non ci si blocca
in mezzo a una porta, niente di più indisponente per chi
vorrebbe passare, oltre al pericolo delle correnti... Non si
prende la croce con esitazione e tentennamento, senza mai
compiere il passo decisivo, niente di più sterile per l’anima;
l’amore chiede risolutezza e promette vita in abbondanza.
MM
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«La mia pace»
(Gv 14,27)
Gesù ci promette la pace, la "sua pace" e "non
come la dà il mondo". Bisognerebbe provarla questa pace per
coglierne la differenza. Non è l'assenza di conflitti nel nostro
ambiente, che magari covano sotto la cenere. Non è certamente
quel sospiro di sollievo che si prova dopo che tutti sono andati
via o si ritorna dal lavoro e si dice tra sé: finalmente pace e
faccio quello che voglio. Non è neppure quel senso che si prova
di fronte ad un tramonto, alla sconfinatezza del mare o
l'imponenza delle montagne.
E' un'altra cosa, perché è frutto dell'amore. Le
ultime parole del brano, che preannuncia lo scontro col principe
del mondo, fanno intuire qualcosa: mostrare l'amore con cui Gesù
ama il Padre. Questo amore richiede il sacrificio supremo, il
dolore più profondo, quello della croce. La pace di cui parla
Gesù nasce dal "chicco di grano che caduto in terra muore e
porta molto frutto". E' la pace che si sperimenta quando non ti
appartieni più, ti sei trasferito nella presenza di Dio del
prossimo, dove il "principe di questo mondo" con le sue
passioni, il suo narcisismo ed egoismo ormai non può più nulla.
E' quel fuoco che provarono i discepoli di Emmaus capaci di
accogliersi e di accogliere nonostante l'amarezza e lo sconforto
che li opprimeva. No, la Sua pace è veramente un'altra pace.
RF
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«Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi»
(Gv 14,18)
Che promessa meravigliosa quella di Gesù: non ci
lascerà orfani! Come potrebbe, Lui che è l'Emmanuele, il Dio con
noi? Dopo la Resurrezione non siamo e non saremo mai soli.
Attraverso lo Spirito la presenza del Risorto continua ad
attraversare la vita di ogni cristiano e anche di ogni uomo. Lui
è lì, a cominciare dal profondo della nostra coscienza, che ci
parla, ci consiglia e ci conduce. Lui è lì, dentro le righe del
suo Vangelo, ad illuminare le nostre menti e spingere la nostra
vita. Lui è lì, celato nel pane e nel vino, a nutrire la nostra
carità e il nostro donarci. Lui è lì, dentro le nostre relazioni
di carità reciproca, così come accadde ai discepoli di Emmaus,
per ricreare il mistero meraviglioso della comunità cristiana.
No, non siamo orfani. E se ci sentissimo tali farse dovremmo
avere il coraggio di rituffarci dentro uno di questi luoghi
appena descritti per sentirci dire ancora una volta il dolce
rimprovero: "Tardi e duri di cuore nel comprendere le
Scritture...". Il dolce Consolatore tornerà a muovere la nostra
vita.
RF
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«Chi mangia e beve di me dimora in me e io in lui»
(Gv 6,56)
Veramente mai nome fu più appropriato per
indicare il cibarsi dell'Eucaristia: comunione. Perché Gesù ci
conferma che cibarsi di Lui porta ad una intimità senza pari con
Lui: un dimorare reciproco. Se l'Eucaristia è "il culmine e la
fonte" di tutta la vita cristiana allora dobbiamo guardare a
questa comunione il culmine e la fonte di tutto il nostro agire.
Significa che tutto della mia vita deve spendersi per realizzare
questa comunione, per raggiungerla e tutto il mio agire deve
avere la comunione come motore. Significa che l'Eucaristia mi
trasforma in apostolo di comunione, generatore di fraternità in
tutti gli ambienti in cui vivo e che frequento. Essere di meno
significa svuotare di contenuto il dono dell'Eucaristia. A noi
prenderne coscienza e vivere con intensità quella "robusta
spiritualità di comunione" auspicata da Giovanni Paolo II nella
sua "Novo millennio ineunte".
RF
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«...non
è degno di me»
(Mt 10,37)
"Chi ama più suo padre, sua madre i suoi figli la sua
vita... più di me, non è degno di me". Gesù ci scandalizza e ci
spiazza. Va a toccare i sentimenti più intimi e più profondi
mettendoci in imbarazzo perchè veramente non è facile rispondere
sinceramente a questa domanda. Eppure, se Gesù non ce la
ponesse, tradirebbe il suo rapporto con ciascuno di noi. Perchè
il suo rapporto con noi è qualcosa di tremendamente serio: ha
investito tutto sé stesso per ciascuno di noi, sino alla morte.
Ha disamato la sua vita, il suo essere nel seno del Padre per
sperimentare la distanza dell'umanità da Dio sulla croce: si è
annichilito per amore, per mettere noi al primo posto. E noi? E
io? In quale posto della mia vita e dei miei affetto ho relegato
Gesù? Al 2°? Al 3°? All'ennesimo posto? E magari davanti a Lui
non ci sono neanche gli affetti nobili per la famiglia che ha
elencato. Magari c'è un hobby, il mio tempo libero, qualche
sport, il lavoro... Perché non ho più tempo per pregare, per
stare un po' con Lui, per farmi ispirare nei miei gesti
quotidiani, nel farmi orientare nell'amore. E così anche quegli
affetti così sacri per il padre, la madre, i figli si svuotano
di contenuto e inaridiscono. E credendo di salvare la mia vita
la perdo completamente.
RF
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«...così
è piaciuto a te»
(Mt 11,26)
Questo meraviglioso brano sembra uscito dalla
bocca di Maria in prosecuzione del Magnificat o strappato ai
discorsi giovannei di Gesù. E' la straordinaria proclamazione
della "vendetta" della Grazia sulla presunzione di dominio che
il "sapere" dell'uomo vuole avere sulla realtà. Così i sapienti
e gli intelligenti rimangono privi della possibilità di
penetrare il vero mistero della vita, rimangono esclusi dalla
leggerezza che l'Amore di Cristo dà alla vita. Invece chi è
piccolo e apparentemente senza strumenti è anche il più libero
ed accogliente: può tendere la mano e chiedere aiuto perché
consapevole di non poter dominare la realtà. Ma questo
paradossalmente gli consegna lo scettro del dominio: ristorato
dalla Grazia ha le armi necessarie per affrontare anche i drammi
più pesanti della vita e vincere su di essi. Si ritrova
catapultato dentro il mistero trinitario che lega Padre e
Figlio: lo Spirito Santo.
RF
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«A
chi ha sarà dato»
(Mt 13,12)
Dopo la parabola del seminatore e del seme che
cade in terreni che accolgono diversamente il seme Gesù diventa
severo. In fondo, ancora prima di spiegare la parabola ne rivela
il senso con quelle parole "a chi ha sarà dato e sarà
nell'abbondanza, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha".
In primo momento queste parole sembrano quasi ingiuste e
verrebbe da rispondere col lamentoso proverbio: "piove sempre
sul bagnato...". Ma in realtà ricordano che se la "rivelazione
dei misteri del Regno" è qualcosa di "dato", cioè è un dono
gratuito del Padre, questo dono va però accolto. Chi ha
accoglienza può ricevere il dono, chi non ce l'ha è destinato a
perdere il dono e quanto pensa di possedere, perché superficiale
e forse solo razionale. Ma come essere "accoglienti"? Solo chi
ama sa essere accogliente, ed è in grado di ricevere il mistero
più grande del Regno: l'Amore di Dio.
RF
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«70
volte 7»
(Mt 18,22)
Tasto dolente quello del perdono dei torti subiti.
Proprio di fronte al perdono comprendiamo quanto noi siamo umani
e quanto Dio ci sovrasti. Pietro, generoso, si presenta a Gesù
con una proposta che supera la perfezione giudaica di perdonare
sino a tre volte lo stesso peccato. Ma la sua generosità e
insufficiente rispetto alla larghezza di Dio: 70 volte 7, un
gioco di simbolismi numerici ebraici che dice "sempre, senza
eccezioni". Se questo ci può spaventare ripartiamo da noi
stessi, dalla nostra posizione di peccato di fronte a Dio: nella
parabola 10.000 talenti contro i 100 denari del debito del
nostro fratello. Sono numeri umanamente sproporzionati perché ci
vogliono 60.000.000 di denari per arrivare a 10.000 talenti e il
re Erode allora aveva una rendita di 900 talenti annui. Il
nostro errore è che partiamo sempre dalla sofferenza che
sopportiamo noi e non calcoliamo mai la sofferenza che
infliggiamo agli altri, perché per noi abbiamo sempre mille
scusanti. Invece Gesù, per pagare quei 10.000 talenti al nostro
posto non ha fatto calcoli, anzi ha esagerato perché ha
inchiodato la sua vita divina su una croce.
Ogni mattina dovremo firmare una cambiale in bianco nei
confronti di ogni prossimo: anche con 70 volte 7 non
estingueremo mai il nostro debito d'amore.
FR
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«...perché
io sono buono»
(Mt 20,15)
Dio è veramente ingiusto: come può dare a tutti
la stessa "paga"? Nella parabola degli operai dell'ultima ora
traspare questo sgomento negli operai della prima. Ma questo è
anche il nostro sgomento. Questo perché siamo abituati a
misurare tutto in giusto e sbagliato e non con l'ottica
dell'amore. Non riusciamo a capire che Dio è "buono" e che Lui
non è giusto come intendiamo noi. Se fosse stato così tutto si
sarebbe già concluso col diluvio universale e invece ha dato
tutto sé stesso ed è morto in croce. L'amore dall'alto della
croce è quel "denaro" che Gesù ha dato a tutti gli operai,
quelli della prima come quelli dell'ultima ora, perché l'amore
non si misura ma dà tutto... Forse abbiamo tanto da cambiare nel
nostro cuore per impedire che la nostra "giustizia" diventi
occasione di tanto amore negato.
FR
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«Più
tardi arrivarono anche le altre...»
(Mt 25,11)
Forse a qualcuno è capitato di arrivare all'aeroporto e trovare
il Check-In del proprio volo (l'ultimo della giornata)
irrimediabilmente chiuso. O dopo una corsa affannosa arrivare
sul binario della ferrovia e vedere il proprio treno
allontanarsi impietosamente sui binari. O vedere scomparire
all'orizzonte la nave sulla quale si sarebbe dovuto imbarcare la
propria auto... Si prova un senso di irrimediabilità: si è
arrivati troppo tardi. Con i mezzi di trasporto comunque si può
spendere qualche soldo in più, magari bivaccare una notte e
prendere quello successivo. Ma nella vita ci sono dei momenti
che non sono sostituibili con altri e ciò che è perso è perso.
Chi è più avanti negli anni può testimoniare quanti rimpianti,
quante occasioni mancate e mai più ritornate, perché si è
arrivati tardi, perché non si era pronti e nel tentativo di
prepararsi ci ci si è trovati tagliati fuori. Tra queste
occasioni c'è anche Dio che passa, lo "sposo". Per pigrizia, per
negligenza, per pressappochismo siamo "cristiani" qualche volta,
in occasioni preordinate, magari la messa domenicale, magari il
matrimonio o qualche altro sacramento, oppure all'incontro di
qualche gruppo che frequento. Ma poi per strada, a casa, a
scuola, nel lavoro, nelle amicizie arriva l'occasione per amare,
per testimoniare, per pregare, per soccorrere, per ascoltare
Gesù nel fratello. Ma io non sono pronto, arrivo in ritardo: Lui
è già passato e ha chiuso la porta della sua festa mentre io
rimango fuori nell'aridità del mio cuore, insoddisfatto della
mia vita. A voglia gridare da fuori del portone: "ma io sono
andato a messa domenica... ma io all'incontro del gruppo ero
presente...". Il portone rimane chiuso. L'amore è nel presente:
o ci sono oppure no. Non c'è alternativa.
FR
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«per paura andai a nascondere il talento ...»
(Mt 25,25)
Ciò che veramente è contrario all'amore e alla fede non è tanto
l'odio o l'incredulità quanto piuttosto la paura. La paura è
come un cancro che assale l'anima e la ripiega su sé stessa e
stravolge tutte le sue relazioni. In fondo anche nelle cose più
terribili come possono essere il razzismo e la guerra non c'è un
sentimento di paura? Paura del diverso, paura di un possibile
nemico, paura che qualcuno possa prevalere su di noi... Se poi
la paura s'insinua anche nel rapporto con Dio allora è finita
perché la paura mette distanza e diffidenza dall'unica persona
che ci può dare vita e riempire la nostra esistenza,
condividendo con noi tutto quanto è suo. Per questo ci viene
tolto anche quello che crediamo di avere, perché un rapporto
fondato sulla paura non è un rapporto. L'unica arma che ci
rimane è l'amore, sola forza capace di sconfiggere la paura sin
dalla radice. Non a caso l'apostolo Giovanni afferma:
"Nell'amore non c'è timore, al contrario l'amore perfetto
scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi
teme non è perfetto nell'amore" (1Gv 4,18).
FR
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«avevo
fame... ero nudo...»
(Mt 25,35-36)
Che rivelazione sconvolgente! Il nostro Re ha fame, ha sete, è
forestiero, è nudo, malato e carcerato. Se ci fermiamo un
momento è ci rendiamo conto del peso di questa paradossale
constatazione c'è da sentire i brividi percorrere la nostra
schiena. Certo, perché se andiamo sino in fondo alle conseguenze
di questa particolare regalità di Cristo significa che noi siamo
sudditi dei poveri che ci circondano. Significa che l'affamato,
il profugo e l'immigrato, il detenuto e il barbone sono nostri
padroni. E il Re, che in tutte queste persone si è immedesimato,
ci chiederà conto di come lo abbiamo servito. Forse è opportuno
scendere dalla nostra presuntuosa gerarchia di valori e cambiare
i nostri occhi, il nostro cuore, per imparare a vedere e ad
agire con la prospettiva dell'amore. Ci giochiamo quella pesante
frase del Re: "venite benedetti... via lontano da me maledetti".
FR
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«Vegliate»
(Mc 13, 33-37)
Nel Vangelo di oggi Gesù per quattro volte, in poche righe,
raccomanda di vegliare, di stare attenti, di vigilare perché non
sappiamo quando sarà il ‘kairòs’, il momento importante, quello
della sua venuta.
Per Gesù il momento importante, cruciale è giunto: subito dopo
queste parole, infatti, troviamo nel Vangelo di Marco il
racconto della passione.
Anche per noi giunge oggi un nuovo ‘kairòs’: comincia infatti il
tempo di Avvento, dell’attesa della ‘venuta’, dell’avvento
appunto, del ‘padrone’, bambino a Natale e glorioso alla fine
dei tempi.
Di due ‘avventi’ di Gesù non conosciamo il quando, il ‘kairòs’:
si tratta della sua parusia finale e del momento nel quale verrà
a prenderci, con la nostra morte.
Sappiamo invece che Gesù viene ogni giorno, ‘alla sera’, ‘a
mezzanotte’, ‘al canto del gallo’, ‘al mattino’; ogni momento,
dunque, se sappiamo attendere e vegliare, è destinato a
trasformarsi in un ‘kairòs’, in un incontro straordinario col
Signore che viene.
GG
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«Inizio»
(Mc 1, 1)
La pagina di oggi è la prima
del Vangelo di Marco, il più antico; e la prima sua parola è,
appunto, ‘inizio’.
Protagonista di questo inizio è Giovanni ‘il battezzatore’;
l’evangelista si dilunga a parlare di lui, ricordando le sue
parole e la sua attività, citando la profezia di Isaia,
annotando addirittura particolari del vestito e della dieta.
È importante dunque Giovanni, perché è precursore, colui cioè
che aveva l’incarico di invitare la gente ad aggiustare ed
abbellire le strade alla vigilia dell’arrivo di una persona di
riguardo; e la sua grandezza di precursore è tutta racchiusa
nelle parole ‘viene uno che è più forte di me’.
Con tutta la sua vita, fino al martirio, il Battista non indica
se stesso ma un Altro, il più forte di tutti, Gesù, colui che
‘battezzerà con lo Spirito Santo’.
E anche a noi Giovanni indica il vero ‘inizio’: basterebbe
ricominciare ogni giorno dal battesimo di Gesù che abbiamo
ricevuto, per…
GG
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«Io
non sono il Cristo»
(Gv 1,20)
È ancora Giovanni Battista il protagonista, come leggiamo oggi
nel collage di due brani del primo capitolo del Vangelo
dell’altro grande Giovanni, l’Evangelista.
È bello sapere che ciascuno di noi, come Giovanni, ha un ‘suo
nome’, è ‘mandato’ da Dio, per ‘rendere testimonianza’, per
preparare la via, per essere ‘voce’ della Parola, del Signore
che viene.
A questo proposito il Battista, rispondendo con chiarezza
all’incalzare delle domande, dice di se stesso: ‘Io non sono il
Cristo’, né Elia, né il profeta.
D’altra parte ormai Gesù, al quale con il Battista anche tutti
noi non siamo degni di ‘sciogliere il legaccio del sandalo’, è
venuto, ha portato a compimento la nostra salvezza, ci ha donato
il vero battesimo dello Spirito; ormai, anche se ‘io non sono il
Cristo’ è donato a ciascuno di noi di vivere per Cristo, con
Cristo ed in Cristo.
GG
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«E
l'angelo partì da lei»
(Lc 1,38)
L’ultima domenica di Avvento, a un passo dal Natale, è la più
antica festa mariana della Chiesa; non fa dunque meraviglia che
il Vangelo di oggi sia dedicato alla madre che sta per
partorire.
Si tratta del bellissimo episodio dell’annunciazione; l’angelo è
‘mandato da Dio’ a Maria, la ‘piena di grazia’, per proporle ciò
che è umanamente impossibile: diventare la madre di Dio.
È un momento decisivo: tutta la creazione pende dalle labbra di
Maria, in attesa di un suo sì che ha il potere di cambiare e
redimere la storia. L’evangelista Luca, dopo che Maria ha detto
il suo ‘eccomi’, annota che ‘l’angelo partì da lei’.
Forse ‘partì’ anche per portare a Dio la risposta di Maria, per
annunciare al Signore l’obbedienza e l’amore della sua creatura.
È bello pensare che anche da ciascuno di noi, quando rispondiamo
di sì ad un invito di Dio, un angelo parte, e reca un annuncio
di gioia al Signore.
GG
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«Si fece
carne»
(Gv 1,14)
A Giovanni fu necessaria una parola quasi sgradevole, “carne”,
per rendere l’idea di ciò che era avvenuto quando il Dio eterno
e immenso, Santo dei santi, luce da luce, atto puro, Vita,
Perfezione, Bellezza, immutabile Amore prese la forma di un
normale uomo. Un nome comune, “Gesù”, una madre e un padre, una
casa, un paese oscuro di provincia. E’ salutare immaginarsi la
piena umanità di Gesù, Dio che nasce, cresce come tutti i
bambini, conosce il freddo, il sonno profondo e il sogno, il
sudore, il desiderio del cibo e di giustizia, la tristezza dei
giorni di pioggia, l’entusiasmo, la delusione, il piacere
dell’amicizia, il bisogno di appartarsi, la gratitudine e
l’indifferenza, il pensiero, la parola che ferisce o risana,
l’avvicinarsi inesorabile dell’ultimo giorno. Tutto ciò che
costituisce l’umana esistenza Dio l’ha voluto vivere da dentro.
Da allora tutto, tranne il male, che Gesù non conobbe, è
diventato sacro, tutto porta l’impronta dell’amore di Dio.
MM
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«Siano
svelati i pensieri»
(Lc 2,35)
Maria e Giuseppe ascoltano stupiti le profezie di Simeone sul
loro bambino. Parole di risurrezione ma anche di rovina per
molti. Il messia contraddirà gli uomini iniqui e svelerà i loro
subdoli pensieri.
C’è un filone semi-dimenticato che percorre i vangeli. Essi
annunciano non solo misericordia, ma anche verità, non solo
perdono, ma anche giustizia. Proprio Maria si era rallegrata
perchè Dio rovescia i prepotenti, indebolisce i superbi, lascia
i ricchi a mani vuote. Anche quel giorno, nella sua sete di
giustizia, avrà gioito udendo che Dio svelerà i piani segreti di
chi opera il male. E noi con lei in tempi in cui uomini di
governo e personaggi potenti si alleano per opprimere popoli
deboli, mentono ai loro cittadini, perseguono unicamente la loro
personale ricchezza. Lo chiediamo con fede che emerga la verità
nelle nazioni, nelle città, nelle famiglie e s’inauguri, anche
per mezzo nostro, un tempo di sincerità e pace.
MM
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«Serbava»
(Lc 2,19)
I vangeli sono avari su Maria. Ci offrono pochissime frasi utili
a farcene un’immagine soddisfacente. Una è quella di oggi che la
descrive mentre conserva nella sua mente i fatti sorprendenti a
cui assiste dopo la nascita di Gesù e sui quali medita. Poche
parole per un ritratto splendido. Stupita ma non sconcertata la
scorgiamo ancora una volta padrona di sé, come lo fu di fronte a
Gabriele. Gli angeli, i pastori, un bambino povero riconosciuto
come il Salvatore... tutti si sorprendono, ne parlano,
discutono. Poco propensa alla chiacchera e all’enfasi Maria dal
canto suo preferisce osservare e riflettere in silenzio. E’ una
donna che ha familiarità con i tempi del mistero. Non riesce a
capire tutto e allora depone nell’anima quanto ha visto e udito
per lasciarlo maturare e comprenderlo a suo tempo. Avevamo
conosciuto Maria proiettata verso Dio, ora la vediamo in se
stessa, posata , sapiente, capace di attendere.
MM
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«Dov'è il re dei Giudei che è nato?»
(Mt 2,2)
Né tre né re, stando ai dati della Scrittura, i saggi magi
giungono dall’Oriente (probabilmente la Persia) alla ricerca di
un re. Sono il simbolo dei pagani che riconoscono il Messia, il
loro gesto profetizza che Gesù è venuto per tutti e tutti in lui
possono intravedere Dio. C’è però una trasformazione interiore
da compiere e i Magi lo fanno. Stanno cercando un re e quindi si
immaginano una reggia, una corte, una sede di ricchezza e
potere. Trovano invece un bambino povero, una normale casa, una
giovane e un falegname come genitori. Qui sta la grandezza dei
magi: non si sdegnano, non si fermano, ma adorano quel bambino.
Non si aspettano premi, anzi sono loro a fare dei doni a Dio. Ci
ricordano che il nostro è un Dio dell’umiltà, non del lusso,
della debolezza, non del potere, del silenzio, non dello
schiamazzo.
MM
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«fu
battezzato»
(Mc 1,9)
Questo episodio è un riassunto dell’intero evangelo. Vi troviamo
l’umile ed efficace preparazione del Battista, l’abbassamento
radicale e amorevole di Gesù, la glorificazione da parte del
Padre, la discesa dello Spirito. Al centro di tutto vi sta
questo gesto umanamente inspiegabile del Messia che, proprio nel
momento della sua presentazione agli uomini, quando potrebbe
impressionarci sfoderando la sua divina superiorità, si mostra
invece come un uomo normale, che addirittura sembra abbia
bisogno di convertirsi. Non si vergogna di essere come noi. “E’
un gesto di profonda incarnazione” dicono i teologi, una prova
d’amore che ci lascia sbalorditi, aggiungiamo noi. Immergendosi
nel Giordano egli si immerge nella nostra condizione umana di
debolezza, peccato, desiderio di cambiare. Non si scandalizza
del nostro male. Dio non è più Altro da noi, lontano nella sua
perfezione, non è più nemmeno solo Padre, ora è nostro fratello.
MM
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«Che cercate?»
(Gv 1, 38)
Due discepoli di Giovanni seguono Gesù. L'uomo di Nazareth si
volta è rivolge loro - e a noi oggi - quella domanda: "Che
cercate?". Cosa cerchiamo da Gesù? Perché, bene o male, gli
andiamo dietro? Cosa ci spinge a frequentare la messa o ad
osservare almeno alcuni dei suoi precetti?Dovremo ripeterci
spesso questa domanda per smascherare le nostre abitudini e,
molto spesso, le nostre ipocrisie. Non possiamo stare a guardare
da lontano, studiare il maestro a debita distanza per vedere se
ci conviene o meno seguirlo sul serio e se nel caso ci fosse
qualcosa di scomodo non siamo troppo vicini da rischiare di
rimanere coinvolti. I due discepoli di Giovanni ebbero il
coraggio di rispondere: "dove abiti?". In quel modo si
lasciarono coinvolgere e condivisero la "casa" di Gesù, cioè la
sua vita vissuta dall'interno, in intimità con Lui. Non
scordarono più quello straordinario momento in cui si
scambiarono quella domanda e risposta: "erano circa le quattro
del pomeriggio". Dopo quell'ora la loro vita non fu più la
stessa. E noi cosa rispondiamo?
RF
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«Il
regno di Dio è vicino»
(Mc 1, 15)
Il mondo è cambiato e noi non ce ne siamo accorti. Sì, ormai il
regno dei Cieli non è più nell'Alto dei Cieli ma si è fatto
vicino: è qui accanto a noi, in mezzo a noi, dentro di noi. E
noi? Continuiamo a vivere come se fosse lontano. E' assurdo ed
insensato! Dobbiamo aprire gli occhi, raffinare lo sguardo oltre
le apparenze attraverso cui vediamo il mondo. Dobbiamo aprire le
orecchie e creare silenzio sui nostri pensieri e sulle nostre
preoccupazioni per udire il soffio della Vita che attraversa le
cose e la nostra anima. Dobbiamo aprire le mani che stringono
per possedere per accarezzare il mondo e il prossimo che ci
sfiora per donare ciò che siamo. E' giunto il momento - ed è
questo - in cui dobbiamo "convertirci" che significa prima di
tutto "accorgersi" di una Presenza talmente vicina da essere
nascosta. Se non ci accorgiamo di questa Presenza rischieremo
una vita senza direzione.
RF
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«Che
c’entri con noi, Gesù Nazareno?»
(Mc 1, 24)
Diciamoci la verità: di fronte a molte scelte e situazioni della
vita in cui ci sentiamo in colpa viene anche a noi da rivolgere
a Gesù questa domanda: "Che c’entri con noi, Gesù
Nazareno?". Si, ha ragione l'indemoniato: "tu
sei venuto a rovinarci!". Si, Gesù è venuto a rovinare il nostro
perbenismo interessato, è venuto a rovinare il nostro
doppiogiochismo nei rapporti, è venuto a rovinare il cercare il
nostro interesse, è venuto a rovinare il nostro imporci
narcisistico, è venuto a rovinare i nostri ricatti psicologici
per tenere in pugno le relazioni a nostro beneficio... Di fronte
a Lui non possiamo più nasconderci, siamo costretti a giocare a
carte scoperte e fare una scelta definitiva: o far "tacere" le
voci che ci popolano e ci trascinano nel baratro dell'egoismo e
seguire Lui oppure continuare come prima sapendo di aver perso
l'occasione della nostra vita. Chiediamo aiuto alla forza del
suo Amore per sconfiggere il demone del nostro "io" antropofago
e liberare così le nostre energie più belle, troppo spesso
coperte dalle macerie del nostro mondo ineriore.
RF
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«Si
alzò quando era ancora buio»
(Mc 1, 35)
La sveglia
suona. Sono le 6 e 30. Una giornata a scuola, sotto un cielo
grigio di nuvole ancora senza luce, mi attende come un drago,
pronto a sbranarmi. Intorpidito con nella mente l’ultimo sogno,
mi getto fuori dal letto come il capitano di una nave che
affonda si getta in mare in balia delle onde… Anche tu forse al
primo risveglio sarai stato così? E’ della natura umana… La
gente fuori ti attendeva impaziente, accampata davanti alla tua
casa, tutti avevano bisogno di te… Ma con il cercare il
silenzio, il deserto, come primo gesto della tua giornata,
indichi ciò che più conta: essere attaccati a Dio e partire da
Lui. Intorpidito con la prospettiva di una giornata grigia,
intravedo la luce che scalda, che tutto svela, anche i miei
giorni grigi sotto un cielo di nuvole… Si alzò quando era ancora
buio…
GG
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«Se
vuoi puoi guarirmi»
(Mc 1, 40)
Ma veramente
Dio può tutto anche ciò che sembra impossibile? Non ci credo! Io
credo solo a ciò che vedo, a ciò che è scientifico. La materia
ha le sue leggi. Due più due fa quattro e non è un’opinione!
L’uomo ha fatto tanta strada da quando ha scoperto le leggi che
regolano il mondo… Eh si! Ne ha fatta di strada, da quando ha…
scoperto… scoperto… ma l’uomo ha solo scoperto le leggi della
natura, non le ha fissate lui… E se veramente provassi a mettere
in conto l’impossibile come sguardo d’amore di Dio per me? E se
provassi? “Se”. Una parolina semplice che mi attrae e mi
travolge in una possibile avventura… E se provassi a dire come
il lebbroso: “ Se vuoi puoi guarirmi”? Cosa succederebbe… forse
anch’io come lui aprirei una nuova possibilità, spalancherei con
quel se un orizzonte nuovo nella mia vita… E se Dio fosse
provocato dalla mia fede?
GG
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«battezzate
nel nome del Padre...»
(Mt 28,19)
All'epilogo della permanenza sulla terra, prima
dell'ascensione, Gesù dona ai suoi questo comando: ammaestrate
tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre del Figlio e
dello Spirito Santo". Nel nome: siamo battezzati nel nome della
trinità. Quel nome non è una parola magica ma una realtà perché
nella cultura semitica (e non solo) il nome di una persona ne
indica la sua realtà più intima. Significa che siamo battezzate
nella realtà più intima della Trinità, nella sua essenza. E
l'essenza della Trinità è il loro rapporto d'amore, che
mantenendo integra la loro singola identità, il fonde in una
sola realtà di comunione. Essere battezzati significa perciò
essere (o diventare) principio di comunione e di unità d'amore,
espressione della Trinità nel mondo. Cosa non da poco...
RF
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«tagliala»
(Mc 9,43)
“Tagliala, taglialo,
cavalo...”. L’atteggiamento che Gesù domanda ai suoi si può
sintetizzare in una parola: risolutezza. Non verso gli altri (lì
valgono la pazienza, il perdono, il dialogo...), ma verso se
stessi. Già, perché l’uomo può essere di scandalo a se stesso.
Tutto ciò che ci “scandalizza”, cioè ti è di inciampo nell’amore
vero, va eliminato senza tentennamenti, senza facili scuse.
S. Giovanni della Croce
gli farà eco affermando: “Che importa che l’uccello sia legato a
un filo o a una corda! Per quanto sottile sia il filo, l’uccello
resterà legato come alla corda, finche non riuscirà a strapparlo
per volare. Lo stesso vale per l’anima legata a qualche cosa:
nonostante tutte le sue virtù non perverrà mai alla libertà
dell’unione con Dio”.
Quanti fili da tagliare
(con l’aiuto dello Spirito, per fortuna), tra questi anche molti
desideri, perché rinunciare veramente ad una cosa vuol dire
rinunciare a desiderarla.
MM
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«come un
bambino»
(Mc 10,15)
A chi è come un bambino
appartiene il regno dei cieli, cioè il regno di Dio. Sapevamo
che Dio è padre e forse un po’ tutti lo immaginavamo come un
anziano con la barba da saggio, oggi Gesù ci rivela un suo nuovo
volto: Dio è anche un eterno bambino. Certo la sua sapienza lo
avvicina di più agli adulti, così la sua forza, la premura per i
figli, la coerenza... Ma sotto altri aspetti assomiglia
indubbiamente ad un bambino: per la sua infinita innocenza
innanzitutto, per la sua estrema semplicità, per la facilità con
cui sa perdonare, per la capacità di dare e ridare fiducia, per
la gioia di vivere.
Sono in contrasto questi
due modi di vedere Dio? No, se è vero che il suo mistero è
infinito e che non finiremo mai di scoprire le bellezze del suo
volto.
MM
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«Tutto
è possibile»
(Mc 10,27) Sembra una banalità, eppure è così facile
dimenticarlo: Dio è onnipotente, a lui tutto è possibile, tutto
facile. Con una parola aveva creato l’universo, con un alito
l’uomo. L’angelo l’aveva ricordato a Maria, oggi Gesù lo sta
ripetendo a noi. Nel brano lo si afferma in riferimento alla
salvezza: anche se da soli non siamo capaci di mettere Dio prima
dei nostri attaccamenti, anche se non riusciamo ad amare, a
conservare la fiducia in Lui quando il mondo traballa, Dio può
farlo per noi, può liberarci, aprirci il cuore, rinforzare la
fede, salvarci. Non c’è situazione che Lui non possa trasformare
o dolore che non sappia consolare. Possiamo chiedergli tutto e
tutto sperare da Lui. Oggi può diventare nostra questa
preghiera: «Prenditi Tu cura di me. Io mi fido di Te».
Chiediamoci infine: cosa avrà provato
Gesù a pronunciare quella frase, lui che sapeva che quella
salvezza sarebbe stata possibile ad un prezzo, il prezzo della
sua vita?
MM
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«Chi
vuol essere il più grande»
(Mc 10,43)
Nello stile di vita
portato da Gesù sulla terra c’è un punto sorprendente rispetto
alla mentalità degli uomini, rivoluzionario, impensabile: il più
grande è colui che si mette a servire tutti, il primo è chi
prende l’ultimo posto. Esattamente il contrario di quello che la
natura umana, compresa quella di molti cristiani, continua a
pensare. Noi vediamo un ordine nel mondo, una logica che mette i
più potenti al primo posto, Dio ne vede un’altra, invisibile,
opposta: il vero mondo è diverso da quello che appare ai nostri
occhi tutti i giorni.
Ma perché chi serve è più
grande? Gesù non lo spiega, quasi a suggerirci che occorre
sperimentarlo per scoprirlo. Possiamo però immaginarlo almeno in
parte. C’è più gioia nel dare che nel ricevere, dunque chi serve
è più felice di chi si lascia servire. Non solo: ha più amici, è
libero da se stesso, si sente utile, avverte l’indicibile
presenza di Dio.
MM
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«La
tua fede ti ha salvato»
(Mc 10,52)
Uno dei molti incontri
tra un uomo e Gesù per le strade della Palestina, anche questa
volta sorprendente e determinante. Bartimeo, il mendicante
cieco, l’aveva subito intuito. Poter parlare al Messia era la
grande occasione della sua vita, per questo non teme di
scomporsi urlando per strada, per questo gli corre incontro
gettando via la sua unica proprietà, il mantello, sapendo che
per un cieco non sarebbe stato facile ritrovarlo.
L’incontro supera le sue
aspettative: il cieco chiede la vista, Gesù gli dona la salvezza
(cioè la dignità di figlio, l’unione con Dio, la serenità) della
quale la vista recuperata è solo il pal-lido simbolo. E’ la sua
fede a smuovere il cuore di Dio: quell’uomo ha fiducia in Lui,
sa af-fidarsi alla sua onnipotenza, lo chiama “Rabbunì”, maestro
mio, e forse è stata proprio questa parola piena di modestia e
di affetto l’arma vincente di Bartimeo.
MM
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«Beati...»
(Mt 5,3)
«Beati voi…»
«beato chi…» Il Vangelo è disseminato di promesse di
beatitudine: quasi ogni pagina ne contiene una, tanto da esserne
uno dei principali “leit motif”. Dunque dietro questa parola,
annuncio di gioia e di felicità, può compiersi il nostro destino
di cristiani. E’ allo stesso tempo un invito e un annuncio, una
promessa e un inizio di vita nuova, la constatazione di una
ovvia conseguenza. Si potrebbe quasi pensare ad un “indice di
beatitudine”, per scoprire quanto sangue evangelico ci scorre
nelle vene! Non c’è vangelo senza beatitudine, non può esserci
cristiano senza felicità, non possono esistere santi
malinconici. La tristezza è bandita da Gesù. Anzi, è
trasformata… in un seme di gioia.
AM
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«Non c’è altro comandamento più importante di
questi»
(Mc 12,31)
È strano Gesù: parla di un
comandamento, ma poi leggendo le sue parole si scopre che sono
due… «non c’è altro comandamento»… «di questi». Un comandamento
che assomiglia ad una medaglia, unica, ma con due facce. Da una
parte c’è l’amore verso Dio, dall’altra l’amore verso il
prossimo-il vicino-colui che ci passa accanto. Non c’è l’uno
senza l’altro.
È categorico Gesù, quando
ci si mette: non c’è nessun comandamento più importante di
questo. Il discorso è chiuso una volta per tutte. Non è
possibile fare dispute o sottigliezze su questo argomento. Ma in
fondo è meglio così: le cose sono chiare, sappiamo cosa dobbiamo
fare, non c’è pericolo di sbagliarsi. Ora possiamo mettere tutto
il nostro cuore, la nostra mente, le nostre forze in quest’unica
cosa importante.
AM
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«Tutto
quanto aveva per vivere»
(Mc 12,44)
Cosa significa
evangelicamente “molto” o “poco”? “Ricco” o “povero”? “Tutto” o
“nulla”? Gesù ci inserisce in una nuova logica, in cui centrale
non è la “quantità”, ma la “qualità”, l’orientamento profondo
del cuore che ognuno di noi si porta dentro. Così accade che il
“tanto” offerto al tesoro del tempio dai ricchi, sia in realtà
“poco” (appena il superfluo), mentre il “nulla” (due spiccioli)
della vedova si mostri per quello che veramente è davanti a Dio:
il suo “tutto”. Non ha dato quanto le avanzava, bensì “tutto
quanto aveva per vivere”. E’ la vedova, dunque, la vera “ricca”:
perché ha scoperto “il” vero Tesoro, e pur di averlo è stata
disposta a mettere in gioco ogni cosa.
AM
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«Il
cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno»
(Mc 13,31)
Tutto passa,
tutto finisce, ogni cosa ha un termine. È una delle poche
certezze della vita, magistralmente focalizzata da filosofi,
scrittori e poeti. È una delle realtà che bene o male, presto o
tardi, ogni uomo è costretto ad imparare. Tutto ci sfugge
inesorabilmente di mano. Lo stesso cielo, la terra in cui
viviamo avranno una fine, e d’altra parte i disastri ecologici
rendono questa prospettiva sempre più realistica. Eppure, nel
fragile panorama della vita, per noi cristiani esiste una
certezza: la parola di Gesù non passerà. Sì, perché Gesù è il
“Verbo” divino, la “Parola d’amore” detta eternamente da Dio.
C’è dunque un punto su cui possiamo costruire la nostra vita, un
appiglio che non viene mai meno, una certezza assoluta. Una
Parola Eterna che si è fatta “libro”, il piccolo Vangelo che
tutti possediamo, dal quale scaturisce una vita che non avrà mai
fine.
AM
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«Io sono re»
(Gv 18,37)
Non è un modo di dire, un’espressione nata
dalla pietà popolare, da qualche devozione medievale… È Gesù
stesso a definirsi tale, ad accettare quel titolo
provocatoriamente propostogli da Pilato. Gesù è un re. Anzi, è
“il” Re, l’unico che può davvero fregiarsi di un tale titolo, in
cui il titolo diventa sostanza. Tuttavia è un re molto diverso
da quelli che conosciamo dalla storia o dalla cronaca. Il suo
regno non è di quaggiù, non ha confini, non ha territorio o
esercito, pur essendo un regno reale. Cresce lentamente: da
piccolo seme a grande albero, fino a incorporare tutto in sé,
nella pienezza del tempo. A noi è concesso un privilegio: farne
parte fin da subito, contribuire alla sua inarrestabile
crescita. Unica condizione per noi è accettarne la legge
intrinseca, quella che nel regno di Gesù muove, armonizza, fa
essere tutte le cose: l’amore.
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«State bene attenti»
(Lc 21, 34)
Nel
Vangelo di questa prima domenica di Avvento Gesù ci rivela come
sarà l’avvento, la sua venuta gloriosa alla fine dei tempi.
Sono parole che fanno tremare: segni nel cielo, angoscia sulla
terra, sconvolgimenti; si morirà di paura.
Gesù profeta di sventura? Al contrario: improvvisamente infatti
il quadro si rovescia, Gesù annuncia che verrà per liberarci,
per darci la forza e il dono di comparirgli davanti.
Ci svela inoltre come fare per poterci alzare e levare il capo
proprio in quel grande giorno: ‘Vegliate e pregate’, non
attaccate il cuore alle cose terrene. Gesù comanda e raccomanda:
‘state bene attenti’, perché la posta in palio è grande: stare
nella gioia di Cristo per sempre.
GG
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«Ogni
uomo vedrà la salvezza di Dio!»
(Lc
3, 6)
In questa
seconda domenica di Avvento l’evangelista Luca ci mette di
fronte ad un evento importantissimo. Non può che essere così,
visto che per fare da cornice a questo momento entra in campo
tutto il mondo di allora: dall’imperatore Tiberio Cesare a tre
tetrarchi, al governatore Pilato; dai sommi sacerdoti Anna e
Caifa ad ogni uomo, che dalla Parola di Dio scesa su Giovanni
Battista nel deserto è chiamato, citando il profeta Isaia, a
preparare la via, a raddrizzare i sentieri, a riempire ogni
burrone, ad abbassare ogni monte.
Davvero straordinario è ciò che sta per avvenire: tutto è in
attesa e, come predica il Battista, ognuno deve prepararsi,
convertendosi per essere perdonato, per essere pronto.
A Natale infatti “ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!”
GG
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«Chi
ha due tuniche»
(Lc 3,
11)
Il
protagonista del Vangelo di oggi, terza domenica di Avvento, è
Giovanni Battista, profeta così grande da far sorgere il dubbio
che fosse proprio lui il Cristo.
Giovanni con tutta chiarezza risponde di no; lui è solo il
precursore, colui che prepara la venuta di Gesù.
Ma le sue parole sembrano provenire più da Dio che da un
semplice uomo; alle folle che lo interrogano su cosa fare per
salvarsi, il Battista infatti inizia a rispondere dicendo: “Chi
ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da
mangiare, faccia altrettanto”.
Parole rivoluzionarie, che ci danno la regola d’oro della
giustizia cristiana: chi ha il superfluo deve dare a chi non ha
il necessario. È dunque la giustizia, il fare la nostra parte
(tutti, tanto che il Battista si rivolge anche ai pubblicani ed
ai soldati) la migliore preparazione alla venuta della grazia e
della carità di Cristo, il più bel modo di avvicinarsi al
Natale.
E nell’ultimo Avvento, alla fine dei tempi, Gesù nella gloria ci
dirà proprio così: “Venite, benedetti del Padre mio, perché io
ho avuto fame e mi avete dato da mangiare…” (cf Mt 25, 34 ss).
GG
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«benedetta
tu»
(Lc 1,42)
La quarta domenica di
Avvento, che quest’anno cade proprio alla vigilia di Natale, è
la più antica festa che la Chiesa ha dedicato alla Madonna. Una
traccia di questo è nel Vangelo di oggi: la pagina di Luca che
racconta la visita di Maria a Santa Elisabetta.
Si tratta di un bellissimo incontro di quattro persone: le due
madri e i bambini nel loro grembo.
È Giovanni che, all’udire la voce di Maria, per primo ‘sussulta’
di gioia nel grembo di Elisabetta; l’evangelista usa qui lo
stesso verbo che aveva descritto, tanti secoli prima, la danza
del re Davide, con tutte le sue forze, davanti all’Arca
dell’Alleanza.
È infatti Maria la vera Arca dell’Alleanza, il suo grembo è il
luogo per eccellenza della presenza del Signore. È lei la strada
migliore per arrivare a Gesù; ce lo conferma oggi il saluto che
Elisabetta, ‘piena di Spirito Santo’, rivolge a gran voce prima
alla madre: “Benedetta tu”, per arrivare poi al Figlio: “E
benedetto il frutto del tuo grembo!”.
GG
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«Oggi vi è
nato»
(Lc 2,11)
Alla Messa di mezzanotte il Vangelo di Luca non poteva che
narrarci proprio il momento del Natale: Maria dà alla luce Gesù.
Un evento tanto importante e decisivo nella storia della
salvezza del mondo, l’Incarnazione di Dio, è come se avesse
bisogno di uno sfondo di grande semplicità: Gesù neonato è
avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia della casa affollata
dei parenti di Giuseppe, giunti a Betlemme per il censimento.
Ciò che nei cieli è proclamato dalla moltitudine degli angeli,
avviene in terra nella povertà; anche i primi a ricevere
l’annuncio dell’angelo sono solo alcuni pastori spaventati,
gente agli ultimi posti della scala sociale di quei tempi.
Soltanto una parolina, allora, per non stonare troppo in questo
semplice silenzio nel quale avviene una grande gioia: ‘vi’. Oggi
infatti, dice l’angelo, non solo è nato Gesù, ma ‘vi è nato’,
nato per voi, per la nostra salvezza.
GG
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«Quando
egli ebbe dodici anni»
(Lc 2,42)
La più importante festa cristiana, la Pasqua, celebra un attimo:
la resurrezione di Gesù. Così altre feste, come il Natale, ci
fanno rivivere eventi fondamentali della nostra storia, che si
compiono in breve tempo. Non è così per la festa di oggi: la
Santa Famiglia, nella quale Gesù trascorre quasi tutto il tempo
della sua vita terrena, una trentina d’anni.
È bello immaginare questo lungo tempo: le gioie e le sofferenze,
la quotidianità, l’amore reciproco di Maria, Giuseppe, Gesù…
I Vangeli ci regalano pochi squarci di tutto ciò; uno è proprio
l’episodio della pagina di oggi, Gesù ritrovato nel Tempio,
‘quando egli ebbe dodici anni’. In esso c’è una formidabile
chiave di lettura per la ‘Santa’ e per ogni famiglia; ci dice
infatti Gesù che bisogna occuparsi delle ‘cose’ (o della ‘Casa’,
secondo una variante testuale) del Padre.
Facendo così, il resto verrà di conseguenza…
GG
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«Tutti
quelli che udirono si stupirono»
(Lc 2,18)
Tutti quelli che
udirono si stupirono di quanto dissero i pastori. E lo stupore è
dovuto al fatto che una cosa così normale come la nascita di un
bimbo possa contenere un evento così strepitoso come la nascita
del Figlio di Dio, che fa di una donna addirittura la Madre di
Dio. Può la normalità contenere una realtà così straordinaria?
Il Natale ne è la prova: da quando Dio ha preso carne umana nel
grembo di Maria lo straordinario è diventato normale, perché lo
straordinario è che Dio in Gesù continua a rimanere in mezzo
agli uomini. Lo aveva promesso: “Sarò con voi, tutti i giorni,
sino alla fine del mondo”. Per accorgersene però bisogna avere
gli occhi della Madre che ha donato la sua carne “ordinaria”
allo Straordinario, lei che “serbava tutte queste cose in cuor
suo”. Chiediamo a Maria lo sguardo di una coscienza attenta che
sa riconoscere Gesù presente nella sua vita, dai doni
sacramentali dell’Eucaristia, al Verbo penetrate del Vangelo;
dal volto del fratello e del povero che incontro ogni giorno al
dovere quotidiano che la volontà di Dio dispone nel mio stato di
vita. E con quest’occhio attento il cristiano sarà di nuovo
“madre” di Gesù che custodisce e protegge la sua straordinaria
Presenza nell’ordinario succedersi del suo tempo.
RF
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«Ed ecco
la stella»
(Mt 2,9)
Ed ecco la
Stella. Era scomparsa nel momento in cui si è voluto cercare
conferma e supporto dai potenti che muovono le loro scelte solo
su logiche umane. Ora partono, si muovono e prendono distanza
dalla logica del mondo e la Stella torna ed indica nuovamente la
via per il Bimbo, per riconoscerlo tra i tanti, unico nella sua
assoluta normalità. È quella dei magi l’esperienza di ogni uomo
che cerca il Signore, la cui unica stella che può guidarlo
all’Incontro decisivo è lo Spirito Santo che lo abita nella
coscienza, la cui luce si spegne là dove viene inquinata da
logiche di perbenismo, apparenza, dominio e successo. A quanti
Erode chiediamo consiglio: riviste, tv, radio, internet, amici e
colleghi? Ma solo quando abbiamo il coraggio di addentrarci nel
silenzio della nostra anima la Stella torna a brillare e
rivelarci la presenza epifanica del Signore dentro le scelte di
ogni giorno. Bentornata Stella.
RF
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«Mi
sono compiaciuto»
(Lc 3,22)
Col battesimo
sul Giordano Gesù si apre la sua vita pubblica. Incomincia con
un gesto che può lasciare spiazzati perché si presenta a
Giovanni Battista come se fosse un peccatore qualsiasi. Come se
non fosse bastato il semplice fatto di essersi fatto carne nel
mistero del Natale, Gesù immergendosi nel Giordano s’immerge
nell’umanità che arranca, l’umanità fragile ed inconcludente
nell’osservanza della legge. Allora il Padre si manifesta, se ne
compiace. È una duplice compiacenza. Si compiace del figlio che
inizia nel modo migliore la sua missione fra gli uomini, senza
emergere e distinguersi da essi ma condividendo in tutto la loro
condizione. Così può compiacersi nel Figlio di ogni uomo che a
Lui in questo modo è associato. Ormai viviamo in Gesù e il
nostro destino è legato al Suo. Siamo esseri per cui il Padre si
compiace, nonostante tutto, nonostante la nostra incoerenza e
mancanza, perché ormai in Cristo siamo tutti suoi figli. Oggi il
Padre si compiace di noi. Non deludiamo le sue speranze su di
noi.
RF
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«Non
hanno più vino»
(Gv 2,3)
«Non hanno più vino». È vero, non abbiamo
più vino. La nostra vita scorre frenetica, assalita dalle 1000
incombenze quotidiane, che spesso ci lascia aridi a sera. La
nostra vita è continuamente assalita dalle contraddizioni della
nostra umanità fragile che facilmente si rimangia le sue buone
intenzioni lasciandoci un senso di amarezza. La nostra vita, pur
essendo almeno nell'intenzione cristiana, scorre su binari che
seguono la mentalità del mondo e che relegano Dio ad un
cantuccio di preghiera assonnata e distratta prima di
addormentarsi o solo un po' più di tempo alla messa domenicale.
Oh sì, non abbiamo più Vino! Ci manca la gioiosa esperienza
della presenza provvidente di Dio, capace di far cooperare al
bene ogni cosa, anche tutto il negativo appena elencate delle
nostre giornate. Lasciamo che la sua Parola - "quello che vi
dirà" - tocchi le giare della purificazione, ricettacolo della
sporcizia - segno della nostra vita incoerente - e la trasformi
in gesti di attenzione e servizio al bisogno di chi ci circonda.
Permettiamo alla presenza di Gesù nella nostra vita di rendersi
manifesta e con la semplicità di Maria diciamoglielo: non
abbiamo più vino.
RF
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«Oggi»
(Lc 4,21)
«Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i
vostri orecchi». Oggi!
Gesù proclama l'inizio della sua vita pubblica ed espone il suo
programma messianico realizzando la parola di Dio pronunciata
dal profeta Isaia. Lo fa aprendo la su affermazione proprio con
la parola "oggi". Con Gesù è cominciata l'era dell'oggi, l'era
del presente, lo rende luogo dell'attualità e della presenza di
Dio. L'annuncio del passato non importa più perché ora
c'è Dio, l'attesa del futuro non importa più perché ora
c'è Dio: la sua Presenza si realizza. Ora Gesù nasce, ora Gesù
muore in croce, ora Gesù risorge. Questo significa che ora devo
vivere da cristiano, proprio ora mentre lavoro, studio o guardo
la tv; ora devo mettere in pratica il vangelo con le sue
esigenze; ora devo decidermi per Lui. Oggi, appunto, perché
l'oggi è diventato il tempio della presenza di Dio!
RF
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«Pieni di
sdegno»
(Lc 4,28)
I concittadini sono pieni di sdegno alle parole di Gesù. Come
non capirli? Lo hanno visto crescere, lo hanno visto correre
nelle strade polverose di Nazareth insieme ai loro figli, lo
hanno visto lavorare nella bottega del padre, Giuseppe. Come
possono accettare che possa presentarsi come colui che adempie
le parole della Scrittura, che si spacci per il Messia atteso da
secoli? Nessuno di noi forse sarebbe stato capace di reagire
diversamente. Ed è questo il nostro limite: quello di dare peso
soltanto a ciò che vediamo e rientra nei nostri schemi di
normalità. Viviamo ogni giorno mettendo un'etichetta alle
persone che sfioriamo distrattamente, convinti ormai di
conoscerle a fondo. Salvo poi risvegliarci un brutto giorno e
dirci: ma chi è questa persona con cui ho vissuto per tutti
questi anni? L'occhio dell'amore e della fede non dà mai nulla
per scontato, si apre sempre oltre la rassicurante normalità, si
mette in gioco di fronte al dono continuamente nuovo e
misterioso della vita. E il modo migliore è quello di dare
subito il nome giusto ad ogni persona che incontro, anche se
abitassi con lui da sempre: Gesù. Questo nome mi mantiene aperto
alla novità e al mistero che ogni persona custodisce nel suo
cuore perché immensamente amata da Dio, perché immagine e
somiglianza del suo creatore che è Amore.
RF
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«Prendi il
largo»
(Lc 5,4)
Chissà quali sorprendenti parole avrà detto il "rabbi che
insegna con autorità" predicando dalla barca di Pietro. Alla
fine delle quali Gesù vuole ricambiare la disponibilità
mostratagli da quei pescatori con l'invito: "Prendi il largo".
Modo strano di ricambiare quello di Gesù, come sempre, perché
non ragiona con i soli criteri umani. Prendi il largo: erano
stati tutta la notte al largo ma invano. Ora i pescatori era
tornati alla sicurezza della baia con rassegnazione di chi sa
che ormai non c'è più nulla da fare, non serve più rischiare.
Così la nostra vita spesso si rifugia nella sicurezza delle
proprie abitudini, delle cose che conosciamo già, che forse non
ci danno la felicità ma ci evitano di soffrire di più. Forse
abbiamo già rischiato in passato e ne siamo rientrati con le
reti vuote, abbiamo già investito in impegno e generosità ma
siamo rimasti scottati dall'ingratitudine dell'infido mare della
piccola o grande realtà sociale in cui viviamo. Ma forse come
Pietro e compagni abbiamo fatto da soli, con le nostre "barche",
con le nostre "reti", privi della cosa più importante: la Sua
Parola. "Prendi il largo": ora Pietro, affascinato dalle parole
di Gesù, si fida e si affida alla loro potenza; ora può
"prendere il largo" anche nel momento meno favorevole perché ha
intuito che le Sue Parole non sono come le altre. Per questo le
reti poi risultano insufficienti a contenere i frutti di quel
"prendere il largo". E noi ci lasciamo affascinare dalle parole
del Maestro che insegna con autorità e su quelle parole
"prenderemo il largo"?
RF
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«Verso
i suoi discepoli»
(Lc 6,20)
Il discorso di Gesù sulle beatitudini ci riempie ogni volta di
fascino e ogni volta ci sconvolge per il suo paradosso: si può
gioire della povertà, della fame, del pianto? Penso che nessuno
possa farlo e neanche Gesù lo ha fatto. Gesù non pretende che
possiamo gioire di ciò che toglie all'uomo la sua dignità di
figlio di Dio, figlio di Re. E' ben altro il motivo che spinge a
rallegrarsi e gioire: quello di essere discepoli di Gesù. Essere
alla sua sequela, essere alla sua Presenza non può che riempire
il cuore e farlo esultare, perché in lui veramente si sperimenta
la sazietà, la risata sincera, perché chi è con Gesù possiede il
Regno di Dio. Allora veramente si può anche piangere ed essere
felici, perché non abbiamo da temere. Lui ce lo ha detto: "Io ho
vinto il mondo... Io sarò con voi sino alla fine del mondo". Per
questo i due pellegrini di Emmaus, pur angosciati possono dirsi:
"Non ci ardeva forse il cuore mentre Lui parlava con noi lungo
la via?".
RF
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«Anche
i peccatori fanno lo stesso»
(Lc 6,32)
Gesù, come spesso fa, mette il dito nella piaga e smaschera la
nostra convinzione di essere brave persone. Certo è cosa buona
amare chi ci ama e fare del bene a chi ce ne fa. E' un dovere di
riconoscenza e spesso molti non fanno neppure quello. Ma non
possiamo illuderci di essere cristiani se agiamo bene come
chiunque potrebbe agire bene: un ateo come un buddista, un
agnostico come un animista. Gesù ci sfida a fare qualcosa che ci
renda riconoscibili come suoi seguaci: amare il nemico, usare
misericordia senza calcolo, trasformare addirittura le angherie
subite in sovrabbondanza di generosità.
Non possiamo mimetizzarci a lungo: Gesù è stato riconosciuto dal
centurione come figlio di Dio mentre moriva sulla croce
perdonando i suoi carnefici. Certo le nostre forze non saranno
sufficienti, ma almeno questo ci costringerà ad attingere alla
Fonte della Carità e metterci sul serio alla sua sequela.
RF
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