i Giovani con i Padri Somaschi     

 

La Parola

Il Vangelo domenicale

  commentato in 150 parole

 

     
   

 

 Matteo  Marco  Luca  Giovanni 

 


  

  

          

 

 

«Portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore»

(Lc 2,22)

Nel brano della presentazione di Gesù al tempio tutto è rivestito di un fascino particolare. Prima di qualsiasi commento pastorale o morale cìò che rimane nell’anima è una sorta di bellezza diffusa che si diffonde dai particolari ai personaggi e alle parole: il sottinteso tranquillo viaggio dei tre, la coppia di colombe che il Levitico stabiliva per i poveri, la lunga attesa di Simeone, quasi un archetipo, che giunge a compimento, la sua gioia, l’abbraccio commosso al bambino che segna il compimento della sua vita, lo stupore dei genitori, la profezia radiosa per il bambino, angosciante per la madre, il presumibile improvviso batticuore di Maria, la presenza rassicurante di Anna.

Il brano si conclude con l’annotazione della crescita umana di Gesù, nel corpo, nella mente, nello spirito, come ogni uomo; una lunga pausa di soprannaturale serenità per Maria prima di eventi meravigliosi e terribili.

 

[M.M.]

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«Il Verbo si è fatto carne»

(Gv 1,14)

Nonostante questa sia la verità più sostanziale del cristianesimo, non dovremmo stupirci mai abbastanza che Dio sia diventato uomo. L’abitudine compie la sua terribile opera anche qui, almeno per i cristiani di nascita, eppure basta riflettere un attimo per capire che non c’è nulla di scontato in questa storia. Dio si è reso uomo, un re? Un potente? Sarebbe per noi più accettabile, invece era un povero. E’ apparso all’improvviso? No, è nato da una donna. E’ giunto con fragore, con splendore? Nemmeno, pochi se ne accorsero. Si è reso presenza universale nel tempo e nello spazio? No, è apparso in un punto della storia umana e in un luogo geografico fra i tanti, e non dei migliori probabilmente.

I poeti più di tutti si meravigliano dell’incarnazione: un uomo è Dio. A noi cristiani questo appare ancor prima che poesia un gesto d’amore misterioso e infinito, sempre che amore e poesia non possano coincidere. Il Natale è forse anche questo.

 [M.M.]

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«Come è possibile? Non conosco uomo»

(Lc 1,34)

Molto di Maria ci rivela questa domanda. Innanzitutto per il fatto stesso di domandare. Davanti ad una epifania del divino questa donna si turba, ma non si lascia offuscare la mente dallo sconcerto, è padrona di sé, reagisce, ragiona, chiede spiegazioni. E le chiede ad un angelo. Non si lascia schiacciare dal soprannaturale, non cade ai piedi di Gabriele, conserva la sua dignità: è una figlia di Dio anche lei e sa di esserlo.

L’annuncio presupponeva una maternità per lei fuori dal suo futuro, diciamo pure dal suo progetto di vita. Eccola allora presentare la sua difficoltà. C’è una risolutezza nelle sue parole che si fa quasi pervicacia. Maria avrebbe sottoscritto le parole di Paolo: “se un angelo del cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema.” Ascolta le delucidazioni dell’angelo. Comprendendole certo in minima parte. Ma non importa capire tutto, in lei prevale la fiducia.

 

[M.M.]

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«Veniva nel mondo la luce vera»

(Gv 1,9)

C'è un miracolo che si ripete ogni giorno: l'emergere della luce dal buio, la nascita di un nuovo giorno.  Nessuno potrebbe vivere senza il contatto vivificante con la luce del sole, ed è quasi impossibile trovare qualcuno che non provi un moto di meraviglia di fronte all'alba, o un senso di nostalgia, di fronte ai colori del tramonto... Gesù è la vera luce.  Tante luci ci accompagnano, molte sono illusorie, fuochi di paglia, bagliori... Gesù è il vero sole, l'unico capace di illuminare e di riscaldare ogni uomo. Un sole che non solo sta sopra di noi, ma anche dentro di noi, nel profondo della nostra anima. "E' venuto a visitarci un sole che sorge dall'alto", capace di fare anche di noi uomini altri piccoli soli, capaci per partecipazione di diffondere ad altri, immersi nelle tenebre e nel freddo, luce e calore.

 

[A.M.]

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«In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete»

(Gv 1,26)

Le parole del Battista ai sacerdoti rilevano il silenzio misterioso in cui Gesù seppe vivere, uomo tra gli uomini, fino alla maturità, ma possiedono anche una forza che attraversa quella situazione contingente e arriva intatta a noi. Siamo sicuri oggi, e parlo dei cristiani, che Gesù Cristo sia conosciuto? E’ vero: su di lui è stato scritto qualche milione di libri, pochi uomini ormai ignorano il suo nome, i suoi principi hanno costituito la civiltà occidentale, eppure resta vivo il presentimento che Gesù abbia ancora molto da dirci. Troppo lontani il suo stile di vita, la sua libertà, la sua dedizione al Padre, la sua vittoria sulla morte da ciò che noi sperimentiamo e che continua ad opprimerci. Questo però non deve scoraggiarci se è vero che egli è “in mezzo a voi”. Non lontano dunque, ad un passo dalle nostre miserie. Tutto potrebbe risolversi in un istante, come in un istante avvenne la risurrezione. L’atomica Gesù Cristo non è ancora esplosa ma, per fortuna, non siamo ancora fuori pericolo.

 

[M.M.]

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«Tu sei il Figlio mio prediletto»

(Mc 1,11)

Nello scarno racconto che l'evangelista Marco fa del battesimo di Gesù, ci fa partecipare ad un evento straordinario. Il Padre proclama il suo amore eterno, profondissimo, assoluto per il Figlio: l'amato, il prediletto. Il Padre confessa il suo amore, lo grida al Figlio. E' un amore che Egli, attraverso Gesù, farà arrivare a ciascuno di noi, chiamati ad essere figli nel Figlio, eredi nell'Erede. Quante poche volte, invece, noi abbiamo il coraggio di manifestarci - da fratelli, figli di questo stesso Padre -  il nostro amore, di dichiarare, con le parole e con i fatti, il bene che ci vogliamo... L'amore trinitario è un amore esplosivo, diffusivo: non si può contenere. Lo sarà anche il nostro, nella misura in cui attingerà alla Sorgente di ogni amore, alla Fonte stessa del Bene.

 

[A.M.]

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«La febbre la lasciò ed essa si mise a servirli»

(Mc 1,31)

Ciò cui assistette Simone in casa sua fu un miracolo insolito. Primo perché quella della suocera, per quanto seria, era semplice febbre e non una malattia gravissima o cronica; secondo per il suo svolgimento quasi accidentale: Gesù non va di proposito dalla malata, ma la trova per caso nell’abitazione che lo ospitava. E’ Cristo presente fra i suoi che risana, proprio in forza della sua presenza. Egli non può ignorare chi vicino a lui sta soffrendo, non può lasciare a se stessa una persona provata. E risana anche dai piccoli mali, quei disturbi fisici, psicologici, interiori che pur non compromettendo la nostra esistenza la rendono penosa e triste. La guarisce “prendendola per mano”, con una capacità di affetto, di rapporto, di fiducia che nel cristianesimo stavamo dimenticando. La solleva come un giorno lui si solleverà dalla tomba, è il Risorto che opera queste guarigioni risolutive. “Tutti” lo cercano, è naturale, chi non cercherebbe un Dio così?

[M.M.]

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«Che cosa è più facile?»

(Mc 2,9)

Il miracolo di oggi riveste un significato specialissimo ed assume un’importanza cruciale nell’economia del vangelo. Gesù, sorprendendo tutti, non risana subito il corpo del paralitico, ma perdona i suoi peccati. La guarigione fisica, per lui di ben più facile ottenimento, sarà solo la controprova visibile di quel potere divino. Egli compie in modo esplicito e palese ciò per cui è venuto sulla terra: annullare il peccato. Dietro quel gesto c’è nientemeno che il senso stesso dell’incarnazione. Gli scribi “giustamente” si scandalizzarono,  noi oggi molto meno. Abituati ad un uso spesso sbrigativo e superficiale del sacramento della penitenza abbiamo perduto nozione della bruttezza deformante del peccato e del prezzo che esso domanda. Ma forse anche in questo sta l’amore materno e umile di Cristo, nel renderci facile ciò che per lui ha significato sangue e abbandono.

[M.M.]

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«Se vuoi» 

(Mc 1,40)

Come fare ad ottenere da Dio quanto domandiamo nella preghiera? E’ un sconosciuto derelitto di duemila anni fa ad insegnarcelo. Gesù restò scosso dalle sue parole, nessuno fino a quel momento gli aveva detto “Se vuoi”. Si emozionò e subito lo esaudì. Come poteva non volere il bene di quell’uomo?

Se vuoi. Queste due parole nascondono il segreto della preghiera. C’è dietro umiltà, perché contemplano e già accettano la possibilità che Gesù non voglia il miracolo; c’è anche però una compiuta fiducia nel potere di Cristo; c’è soprattutto dietro una vita di dolore. Tutte qualità capaci di muovere il cuore di Dio. Anche Lui infatti ha bisogno di sentirsi libero, di non essere costretto, sa bene che i suoi orizzonti sono più grandi dei nostri, che il Bene voluto da Lui può camminare per vie diverse dalle quelle che noi desidereremo, eppure si commuove e cede quasi con arrendevolezza di fronte a quella libera costrizione che solo l’umiltà unita alla fede sa dare.

[M.M.]

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«E anche a te una spada trafiggerà l'anima»

(Lc 2,35)

Simeone, uno sconosciuto che sembra apparire dal nulla e silenziosamente svanire, quasi un angelo, per dire parole straordinarie ed eterne. Non succede anche a noi talvolta di trovare impreviste parole divine, magari di luce o conforto, sulla bocca di messaggeri inattesi? Di qualcuno che Dio aveva voluto incontrassimo proprio in quel momento?

Penso ora alla profezia svelata a Maria. Nella sua crudezza le rivela il suo destino, cioè il destino di chi ama.  Amare vuol dire affezionarsi per poi essere capaci di distaccarsi. L’amore non è un compassato servizio che rendi al prossimo; è piuttosto calore, affetto, capire, creare legami, soffrire per l’altro, diventare una cosa sola con lui. Ma amore è anche accettazione del distacco che, prima o poi, Dio domanderà. Simeone si fermava qui, al cuore trafitto, ma noi sappiamo qualcosa in più, che in realtà ogni separazione, lungi dal distoglierlo, nutre l’amore e lo conduce ad orizzonti degni di Dio.

[M.M.]

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«Li chiamò. Ed essi lasciato il loro padre Zebedeo sulla barca con i garzoni, lo seguirono»

(Mc 1,20)

Gesù sta realizzando una nuova esperienza di vita: comunicare a tutta l'umanità, con la parola e i fatti, l'Amore immenso dell'eterno Padre. Si rende conto di non poter non coinvolgere altri a sé per stare insieme in questa nuova vita. Non può essere solo se vuole cominciare a vivere relazioni improntate al volersi bene reciproco. E allora guarda, incontra, chiama a stare con lui persone semplici, comuni con cui condividere tutto di sé.
Alla sua voce Giacomo e Giovanni si decidono a seguirlo e si lasciano dietro non solo gli strumenti della loro professione ma si separano anche da loro padre, dagli affetti più cari. Non sanno cosa quell'uomo vuole da loro, ma non sono capaci di resistere a quella voce. Non esitano, chiamati da qualcuno che li ama, si fidano completamente.
Anche noi ascoltiamo spesso questa voce di Gesù; molte volte la sua Parola risuona nel nostro intimo. Proviamo a lasciare tutto anche noi?, senza fare calcoli.: Gesù è più importante di ogni altra cosa! Lasciamoci fare da Chi ci conosce e ci ama. Seguiamolo!

[P.B.]

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«Finché hanno lo sposo con loro non possono digiunare»

(Mc 2,19)

Gesù è lo sposo e i suoi discepoli sono gli invitati alla sua festa di nozze. Sarebbe assurdo, in una tale occasione di gioia, mettersi a digiunare. La domanda fatta a Gesù "Perché i tuoi discepoli non digiunano?" è dunque fuori luogo, questione oziosa, frutto di poco senno. Come è possibile essere tristi mentre si partecipa al giorno più bello della vita dell'amico? Dimentichiamo troppo spesso che la fede cristiana è gioia, una gioia tale che nessuno ci potrà togliere. Gioia che nasce dalla legge del dare, che è frutto dello Spirito che vive in noi, che sgorga dall'amore reciproco. Troppo spesso invece, noi cristiani siamo tristi, grigi e afflitti. Siamo stolti. Proprio come coloro che, durante la festa, stanno in disparte a piangere invece che essere felici con tutti gli altri.

[A.M.]

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«Il tempo è compiuto; convertitevi e credete al Vangelo»

(Mc 1,15)

Non c'è più tempo. Il tempo si è ristretto, si è fatto corto. In quel poco che rimane occorre fare l'unica cosa necessaria e sensata: convertirsi e credere al Vangelo. Da quando il Verbo si è fatto carne, infatti, le cose hanno cambiato valore: c'è un capovolgimento da fare, dall'alto in basso, da oriente a occidente, dalla terra al cielo. Non c'è più tempo da perdere. Come l'uomo che ha trovato la perla preziosa e subito vende  tutte le altre per comprarla. Come i discepoli che subito hanno seguito Gesù. Non c'è più tempo. La conversione, oramai, è questione di tutti i giorni, di tutte le ore, di tutti i minuti. E' l'unico chiodo fisso che ci possiamo permettere. Perché il tempo si è fatto breve. Non c'è più tempo. Il Vangelo non può più aspettare.

[A.R.]

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«... domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti» 

(Mc 10,9)

I discepoli non riescono neanche ad immaginare cosa significhi "risuscitare dai morti", non ne hanno la più pallida idea din quanto non ne hanno ancora fatto l'esperienza. Sono gli stessi discepoli a cui capiterà l'avventura, nella mattina di Pasqua, di essere i testimoni dell'Evento più importante che mai sia capitato nella storia: la Risurrezione di Gesù. L'incontro con Gesù Risorto sarà per loro un nuovo inizio di vita, una trasformazione così radicale (da tiepidi e mediocri uomini, a coraggiosi martiri) da renderli irriconoscibili. Tante volte noi cristiani, pur vivendo dopo la Resurrezione viviamo come se fossimo prima: non abbiamo fatto esperienza del Risorto, non l'abbiamo incontrato e non sappiamo neanche cosa possa voler dire. Eppure il Risorto si dona a noi come ai discepoli, diversamente da Gesù di Nazaret, dal quale ci separano due secoli. E' al di là del tempo e dello spazio, è presente nella sua Chiesa, nella sua Parola, nell'Eucaristia, è dentro di noi, grazie al Battesimo. Il cammino verso la Pasqua è un cammino verso il Risorto, affinché accada anche a noi quel meraviglioso cambiamento di vita che toccò in sorte una mattina ai discepoli e alle donne.

[A.R.]

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«Quando poi fu risuscitato dai morti i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo»

(Gv 2,22)

Non dobbiamo mai dimenticare che i Vangeli sono espressione della fede certa, tangibile, indubitabile dei discepoli di Gesù nella sua Resurrezione. Se perdiamo di vista questo punto centrale, non possiamo più capire la sostanza del cristianesimo. La Resurrezione di Gesù è stato un evento che ha sconvolto la storia personale dei discepoli, è stata una Luce tale che ha illuminato non solo il presente e il futuro, bensì anche il passato. Alla luce della Resurrezione i discepoli hanno ricordato e capito la persona, la vita, le parole, i gesti di Gesù, sono stati capaci di penetrarli in profondità. Il cammino della Quaresima ci porta dritti lì, al mistero dei misteri che celebriamo nella santa notte della veglia pasquale. Senza la luce che si sprigiona dalla morte-risurrezione di Gesù siamo ciechi, la nostra fede vana e insulsa, la nostra vita di cristiani inconcepibile. Siamo cristiani perché figli della Luce, figli della Resurrezione, testimoni anche noi, nostro malgrado, di un evento che continua a sconvolgere la storia.

[A.R.]

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«Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito» 
(Gv 3,16)

Dal "dare" si misura l'amore. Quanto più amiamo, tanto più "diamo", anzi, diveniamo noi stessi "dono" per gli altri, senza più risparmio, senza più calcolo. Si capisce allora che la misura del "dare" di Dio è assoluta. Egli ci ama "talmente" da darci ciò che ha di più caro e più prezioso: il suo Figlio. Il "dare" esprime quindi la legge di amore che è dentro di Dio, la legge che è dietro ogni parola del Vangelo, la realtà che dice il senso dell'esistenza stessa di Gesù: dato/donato per noi. Riecheggiano qui altre parole evangeliche che ci spronano a vivere anche noi secondo questa legge suprema di amore: "Date e vi sarà dato". "C'è più gioia nel dare che nel ricevere". Possiamo anche noi fare nostra la dinamica più intima che è in Dio. Dal semplice "dare" passa la strada per la Felicità.

[A.R.]

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«Vogliamo vedere Gesù»

(Gv 12,21)

«Vedere Gesù». E' il desiderio di tanti uomini, di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Incontrare quest'uomo straordinario, poter sentire la sua voce, stare con lui, ammirarlo... Desiderio particolare di ogni cristiano, nostalgia dei tempi degli apostoli quando i dodici potevano godere della sua presenza... «Vedere Gesù». Forse è troppo tardi, è un sogno irrealizzabile, una banale illusione... Eppure Gesù dà una risposta a questa domanda, risposta singolare, ma di quelle destinate a lasciare il segno, di quelle che travalicano tempo e spazio. Per vedere Gesù, per poterlo veramente conoscere occorre, come il chicco di grano, morire con Lui. Chi ha il coraggio di fare questo passaggio può davvero incontrare Gesù. Non semplicemente l'uomo di Nazareth, il profeta di Galilea, l'uomo che ha diviso in due la storia dell'umanità... No: può incontrare oggi il Signore Risorto, capace di cambiare le sorti della nostra vita impregnandola della sua potente luce e vita. Ma questa strada è per gli arditi, per chi ha il coraggio di essere chicco di grano e di morire.

[A.R.]

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«Il Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo» 

(Mc 15,32)

Perfino sulla croce Gesù è tentato: non gli viene risparmiato neanche questo supplizio. "Scendi dalla croce: dimostraci ora se sei Dio". A questa pretesa risponde l'assoluta impotenza di Gesù, fino alla morte atroce. Eppure neanche noi cristiani possiamo sentire di avere la coscienza a posto di fronte al Crocifisso. Tante volte siamo noi i tentatori: vorremmo un Dio potente, che ci manifesti la sua forza togliendoci dai tanti guai della nostra vita. Rimaniamo delusi quando non esaudisce le nostre preghiere. Addirittura, talvolta, la nostra fede vacilla di fronte a quella che ci pare la sua assenza...

Non abbiamo capito Gesù, il suo mistero d'amore, la sua pazzia, il suo essere assolutamente al di là dei nostri modi piccini di vedere il mondo. La forza d'amore di Gesù è proprio nella sua debolezza: lì si consuma il suo amore. Senza colpi di scena o deus ex machina che vengono a salvarlo. Non c'è lieto fine. Gesù beve il calice amaro fino in fondo.

Ma proprio qui sta l'amore di un Dio! Proprio da qui sorge l'alba nuova della Resurrezione.

[A.R.]

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«E vide e credette». 

(Gv 20,8)

Bastano queste poche parole a farci immaginare cosa può essere successo, quella mattina di Pasqua, nel cuore del discepolo che Gesù amava. Erano passate poche ore dal fallimento assoluto e assurdo della croce. Il sogno coltivato per tanto tempo era definitivamente caduto nell'oblio. Eppure, basta uno sguardo veloce alla tomba vuota per capire tutto, subito, come in una intuizione fulminante. E' il cuore che ha il sopravvento dove la ragione non arriva. E' l'amore a tagliare il traguardo della fede. «Allora è tutto vero!». Le parole di Gesù si rianimano di colpo, acquistano la potenza della verità, dei fatti. «Vide e credette». E' bastato un segno al discepolo, per soccombere di fronte all'Amore. Anche per noi può essere così: quanti segni della presenza del Risorto sono nascosti nella nostra vita, e aspettano solo di essere scoperti da uno sguardo d'amore.

[A.R.]

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«Metti qua il tuo dito» 

(Gv 20,27)

E' stupefacente pensare all'episodio dell'incontro tra Tommaso, l'apostolo incredulo, e Gesù Risorto. Lì possiamo capire veramente qualcosa della resurrezione. Capiamo anzitutto che essa è qualcosa di estremamente concreto, tangibile: si può toccare con la propria mano. Il corpo di Gesù - per quanto non obbedisca più alle leggi dello spazio - è un vero corpo, nel quale sono evidenti le piaghe della crocifissione, i segni dei chiodi, la ferita del costato. L'uomo Gesù, con il suo corpo, non è annientato o sostituito nel momento della resurrezione: è invece trasformato, elevato, glorificato. Questo è il destino di tutti noi uomini, fatti di anima e di corpo. Tutto di noi ha valore, tutto di noi può essere assunto dall'amore di Dio. Tutto di noi risorgerà come Gesù. Possiamo dare importanza a tutto, possiamo godere di tutto quanto è creato, perché Gesù lo ha assunto e lo ha trasformato con la forza della sua resurrezione.

[A.R.]

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«Sono proprio io!» 

(Lc 24,39)

E' quasi accorato, Gesù, di fronte all'incredulità dei suoi discepoli. «Non sono un fantasma!». I fantasmi, infatti, non hanno carne e ossa come lui. Eppure, dobbiamo capire i poveri discepoli, alle prese con il più grande mistero della storia. Chi di noi non avrebbe dubitato, vedendo il corpo risorto di un uomo che solo pochi giorni prima aveva inequivocabilmente esalato l'ultimo respiro in una morte vergognosa... Ma dietro al dubbio si nasconde anche la gioia, tale da immobilizzarli! Solo l'iniziativa di Gesù di mangiare di fronte a loro sembra finalmente convincerli che è veramente lui, ma Risorto, Vincitore. L'umanità del Risorto commuove, ci spinge alla fede. Il suo amore scioglie anche i cuori più duri dei suoi discepoli. «Sono proprio io!». «Sei proprio tu!». Riconoscerlo quale Risorto, significa non tanto un atto di fede della ragione, quanto un atto del cuore che in un baleno si riscopre amato, investito della vita vera, proiettato in una realtà che non è di questo mondo, ma che è già presente qui.

[A.R.]

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«Io sono il buon pastore»

(Gv 10,11)

Attraverso l'immagine suggestiva del buon pastore (e per contrasto del mercenario) possiamo comprendere meglio chi è Gesù per noi e chi siamo noi per Gesù. Gesù è il buon pastore che offre la sua vita per le pecore. Ciò vuol dire che per lui le sue pecore (cioè noi) valgono più della sua stessa vita! Gesù è il pastore che ci conduce, che non ci abbandona e che non fugge via di fronte al pericolo, perché gli importa di noi. Già, di noi. Ci considera suoi, le sue pecore: gli apparteniamo. Gesù ci conosce e anche noi lo conosciamo, se siamo pecore del suo gregge. Tra lui e noi si stabilisce un rapporto profondissimo, trinitario, simile al rapporto che lega Gesù al Padre. Ma perché Gesù fa questo? Esattamente per amore, perché il Padre lo ama e offrire la vita per noi è il modo attraverso cui Gesù risponde e ricambia l'amore del Padre. E noi cosa possiamo fare? Ascoltare la sua voce, riconoscerlo e diventare così le sue pecore.

[A.M.]

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«Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto» 

(Gv 15,5) 

«Fa molto frutto». C'è una costante nei Vangeli, che ritorna nelle parabole, nei miracoli (pensiamo alla moltiplicazione dei pani), nei fatti di Gesù (come la pesca miracolosa), nei detti: la sovrabbondanza. Dio non misura strettamente le cose, non è un oculato risparmiatore o un "divino economo". Tutt'altro: ci promette una misura piena, pigiata e traboccante, o fiumi di acqua viva che scaturiranno dal nostro cuore, o ancora un acqua che disseta per sempre... «Molto frutto», non poco, non il sufficiente... il 100 per 1, o almeno il 60 per 1, o tuttalpiù il 30 per 1, in un tempo in cui il 10 per 1 era sufficiente a gridare la gioia di un raccolto abbondante. Siamo fatti per la felicità, non semplicemente per un po' di contentezza, per qualche piccola soddisfazione personale... Ci attende una vita e una gioia eterna che neanche possiamo immaginare. E non si parla solo della vita oltre la morte: le cose promesse da Gesù cominciano già ora. C'è una condizione, tuttavia: rimanere in Lui. Non semplicemente ricordarci di Lui, incontrarLo di tanto in tanto, rivolgerli un pensiero. No. «Rimanere», sempre, in Lui. Fare di Lui la nostra stessa vita. Il risultato? E' assicurato.

[A.M.]

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«Voi siete miei amici»

(Gv 15,14)

«Amici di Gesù». Forse l'espressione ci ricorda gli anni del catechismo o la prima comunione... Forse non riusciamo più a dargli quella pregnanza che aveva quando Gesù - rivolgendosi ai suoi discepoli di allora e di sempre - ci ha detto: «Voi siete miei amici». Avere un amico è uno dei desideri più grandi di ognuno di noi. Quanti proverbi e sentenze di tutti i tempi e di tutte le culture esaltano il valore dell'amicizia. E quante delusioni nella nostra vita quando l'amico non è come lo pensavamo e desideravamo... Gesù è il nostro amico. E' il vero amico, quello fedele, presente, che non tradisce, che sostiene, che corregge talvolta. Colui al quale possiamo dire tutto, e colui che ci può dire tutto, che ha confidenza con noi, che sa di potersi rivolgere a noi sempre, che ha bisogno di noi. Noi siamo i suoi amici e lui è il nostro amico. Quanta solitudine in meno nella vita, con lui, amico sempre presente! Lui ci ha chiamati amici e ci ha dato tutto. Forse aspetta solo che anche noi lo chiamiamo amico.

[A.M.]

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«Andate in tutto il mondo» 

(Mc 16,15)

Quaranta giorni dopo la Resurrezione Gesù ascende al cielo, ritorna da dove era venuto. Tuttavia non ci lascia soli: ci ha promesso infatti di rimanere sempre con noi. Ci ha lasciato per questo l'Eucaristia, ci ha assicurato la sua presenza tra due o più uniti nel suo nome, è restato nella sua Parola nuova e travolgente. Inventa, però, un altro modo di rimanere: attraverso la testimonianza dei suoi discepoli. Moltiplica e perpetua così quanto ha fatto nella sua giovane vita, ripete ovunque ciò che ha potuto compiere solo in Palestina. Siamo noi questi testimoni di Gesù, chiamati ad andare in tutto il mondo, a raggiungere tutti gli ambienti dove Gesù non è ancora arrivato, ad essere le sue braccia e il suo cuore oggi. Il mondo aspetta Gesù, e solo noi, suoi discepoli, possiamo portarlo. Se non lo porteremo noi, con il nostro amore, forse Gesù non potrà mai arrivare.

[A.M.]

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«Lo Spirito di verità vi guiderà alla verità tutta intera» 

(Gv 16,15)

Gesù ha lasciato i discepoli per ritornare dal Padre, nell'Eternità da dove era venuto. Lì ci attende per godere con lui, per sempre, della vita trinitaria: l'amore nella sua quintessenza. Ci si potrebbe sentire smarriti senza Gesù. Come pecore senza pastore. Come bambini orfani, privati della guida sicura dei genitori. Ma non è così. Gesù non ci ha abbandonato affatto, ci ha lasciato quanto di più prezioso aveva: il suo stesso Spirito, l'"alito" stesso della sua vita, il suo respiro. Noi cristiani possediamo in noi, grazie al battesimo, grazie alla morte in croce di Gesù, questo misterioso dono: lo Spirito stesso di Dio. E' questo Spirito che ci anima, che ci fa vivere, che ci guida, che ci conforta, che ci dà coraggio, fortezza, speranza, soprattutto che ci rende capaci di amare e di non abbandonare mai la Verità: l'Amore di Dio. E' un dono immenso, di cui non ci rendiamo conto, capace di trasformare profondamente la nostra vita. E' come un raggio di sole che potentemente viene a illuminare e riscaldare una stanza buia e umida, rendendola bella e affascinante. Non ci resta che lasciar vivere in noi questo Spirito, e invocarlo continuamente: Vieni santo Spirito!

[A.M.]

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«Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» 

(Mt 28,19)

«Nel nome del Padre...». Non c'è preghiera, incontro tra cristiani, liturgia che non inizi con queste parole. Tutto nella vita del cristiano si fa «nel nome» della Trinità. E' il segno che ci accompagna, l'orizzonte nel quale nasciamo e cresciamo. Eppure queste parole tante volte rimangono lettera morta, non sono niente più che una formula imparata a memoria e ripetuta meccanicamente. Occorre riscoprirne la bellezza, ogni volta che accompagniamo queste parole con il segno della croce, e il significato. Non viviamo più, infatti, da noi stessi o per noi stessi. Viviamo grazie all'amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo che - per sovrabbondanza - sono traboccati dal cielo alla terra attraverso il sacrificio d'amore del Figlio Gesù. Di fronte a questo amore certo, assoluto, infinito, non può esserci più spazio in noi per la paura, per l'incertezza, per l'egoismo, per la sopraffazione, per la chiusura, per l'individualismo, per l'indifferenza. C'è una nuova legge dentro e fuori di noi a dominare il nostro essere cristiano: la reciprocità, l'amore vicendevole. «Come in cielo così in terra», uomini a immagine della Trinità. 

[A.M.]

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«Prendete, questo è il mio corpo» 

(Mc 14,22) 

«Prendete!». Gesù si dà, si consegna a noi. Si fa pane, si fa vino: cibo e nutrimento. Vuole entrare dentro di noi, vuole farsi noi. E' Lui il più forte, pur nella debolezza dell'amore che lo fa inerte come un pezzo di pane, per cui non è Lui che si trasforma in noi, ma noi che ci trasformiamo in Lui. E' un pane che dà una nuova vita, vino che comunica una nuova forza. Forza che è amore, dono supremo. E che ci fa dunque forti, "robusti" per essere anche noi dono supremo per gli altri. Ci dice «prendimi», affinché anche noi possiamo consegnarci, dire altrettanto ai nostri fratelli: «Prendimi», sono tutto per te, la mia vita è dono, il senso del mio esistere è dare. Gesù si è fatto pane per me, io voglio farmi pane per chi mi sta accanto.

[A.M.]

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«Beato te, Simone!» 

(Mt 16,17)

«Beato te, Simone!». Certamente il cuore di Simon Pietro ha avuto un sobbalzo di gioa in quel momento straordinario nel quale, a Cesarea di Filippo, Gesù tesseva di lui un elogio così grande. E' stato un culmine nella vita di Pietro. Uno di quei momenti che segnano una persona per sempre. Una nuova chiamata, dopo quella, ugualmente decisiva, avvenuta tempo prima mentre pescava sul lago di Galilea. Simone diventa la pietra sulla quale Gesù può edificare la sua chiesa. Quale onore più grande per Simone, oscuro e impulsivo pescatore, è possibile pensare? Eppure la vita di Pietro dovrà passare per altri culmini: non più di onore e di gloria, ma di fallimento. Passerà per l'incomprensione del messaggio di Gesù e toccherà l'abisso del tradimento di colui a cui doveva tutto. Alla gioia di oggi occorre associare le lacrime amare dopo il canto del gallo. Eppure Pietro rimane pietra per Gesù, che non ritira la sua fiducia, ma la rilancia chiedendo a lui un amore più grande: «Mi ami tu?». Anche la nostra vita passa per mille controversie, vette e abissi, gioie e dolori, tradimenti, peccati... Gesù non per questo ci abbandona. No, perché grazie alla sua croce, tutto concorre al bene di coloro che amano Dio.

[A.M.]

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«Non è costui il carpentiere?»  

(Mc 6,3)

«Si è fatto uomo». E' una delle espressioni che ogni settimana, con la recita del credo, ogni cristiano proclama nella liturgia domenicale. Una frase apparentemente semplice, se non fosse che occorre prenderne tutte le conseguenze. Gesù, il Figlio di Dio, il Verbo Eterno del Padre, si è fatto uomo. Ciò significa che si è fatto bambino, poi ragazzo, poi adolescente, poi giovane e adulto... Implica che si sia fatto ebreo, fervente israelita, uomo del suo tempo. Il vangelo di oggi ci dice anche che assumendo l'umanità, il Figlio di Dio si è fatto anche lavoratore, esattamente carpentiere. Dimentichiamo facilmente i trenta anni di Gesù a Nazareth, piccolo artigiano, che si guadagnava il pane attraverso le sue quotidiane prestazioni lavorative. Lui, il Re dei Re, lo Splendore del Padre, il Giudice supremo, prima di portare i segni dei chiodi, ha portato nel suo corpo i segni della fatica quotidiana di ogni uomo. L'amore per noi passa anche attraverso la sua bottega di carpentiere, attraverso un mestiere. Si è fatto uomo, ha condiviso la nostra vita, sa cosa vuol dire guadagnarsi «il nostro pane quotidiano».

Per questo è capace di non passare mai invano nella vita di ogni uomo, di toccare quelle corde dell'umanità che vibrano al suo richiamo. Dio si è fatto uomo.

[A.M.]

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«Non vi ascolteranno» 

(Mc 6,11)

Le lapidarie istruzioni che Gesù impartisce ai suoi dodici missionari basterebbero a rinnovare radicalmente la discutibile prassi di molta evangelizzazione attuale. E a spiegarne i suoi magri frutti. Nessuno, ad esempio, agisce individualmente, ma con un altro con cui condividere tutto, a costo di limitarsi nell’azione, quasi un preludio di quello che sarà il “comandamento nuovo”. Ecco, basterebbe questo. Così come basterebbe l’accento sull’imprescindibile e radicale povertà. Ma ora un altro cardine vorrei evidenziare. Gesù mette da subito in guardia: non tutti accoglieranno il vangelo, molti neppure lo ascolteranno. Insistere allora? Gridare più forte? Moltiplicare le attività? Non darsi pace? Farsi venire sensi di colpa? No, scuotersi piuttosto la polvere di dosso. Peggio per loro. Ciò che il cristiano annuncia è una perla preziosa, se qualcuno non vorrà coglierla sarà liberissimo di farlo, ma sarà lui a perderci. Già, forse c’è qualcosa da cambiare nel nostro modo di presentare il vangelo.

[M.M.]

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«Neanche il tempo per mangiare» 

(Mc 6,31)

E’ una folla impietosa quella che stringe d’assedio Gesù. C’è qualcosa di crudele nel suo inseguirlo e addirittura precederlo nel luogo che, secondo le intenzioni ottimistiche del maestro e degli affaticati apostoli, doveva essere solitario e tranquillo. E’ quel tipo antipatico di folla che tutti abbiamo conosciuto, anonima e ostile, sulla metropolitana, allo stadio, magari in Piazza S. Pietro. Ma è proprio qui che Gesù di nuovo ci sorprende. Per lui quella folla non è né anonima né ostile, è composta piuttosto da persone, ognuna è un volto assetato, ognuna è un figlio, nessuna è da perdere. Non la respinge dunque, anzi la accoglie commosso, pospone le velleità vacanziere (cosa che normalmente in noi provoca acuto nervosismo) e si intrattiene con lei. Non è difficile a questo punto tra i volti di questa folla, non più di seccatori ma di fratelli, scorgere anche il nostro.

[M. M.]

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«Diceva così per metterlo alla prova» 

(Gv 6,6)

Questo episodio getta luce su una caratteristica del comportamento di Dio verso i suoi figli, quella della prova. Esplicitamente l’evangelista rivela che Gesù, quando chiede a Filippo dove comprare il pane per sfamare la folla, lo fa “per metterlo alla prova”. Lui stesso infatti risolverà il problema, non senza però aver ottenuto la “insignificante” ma indispensabile collaborazione dei suoi apostoli nello scovare un ragazzo previdente e generoso.

Ritrovarci di fronte a problemi più grandi di noi, scoprirci privi dei mezzi materiali adatti a risolverli; problemi non solo spirituali, ma materiali, sanitari, economici; non solo personali, ma che coinvolgono altri: i nostri figli, i nostri dipendenti, il nostro popolo. All’occorrenza sarà utile ricordarlo: queste penose e frequentissime situazioni sono prove, cioè occasioni mandate da Dio per sperimentare che un Padre pensa a noi, che Qualcuno può arrivare dove noi non possiamo, che la fiducia in lui è più forte di ogni difficoltà. Il vangelo chiede solo di essere sperimentato.

[M. M.]

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«Non avrà più fame» 

(Gv 6,35)

Vi piace il pane? E’ difficile per gli esseri umani non amare quello che, col riso, è il cibo per eccellenza, quotidiano ma mai stancato. Vi accontentereste di odorarne il profumo, di ammirarlo nelle vetrine delle panetterie, di metterlo nella vostra tavola senza mai assaggiarlo? Sarebbe un vero tormento.

Gesù si offre a noi come pane della vita, chi lo assaggerà non avrà più fame né sete (è un pane singolare che può anche dissetare), i suoi desideri troveranno la meta, i peccati perdono, gli affanni pace. Eppure corriamo il rischio di non assaggiare mai questo pane. Vivendo da cristiani passivi, per educazione, per tradizione, per comodità di coscienza, possiamo attraversare la vita senza mai incontrare Gesù, senza averlo conosciuto in prima persona, senza mai avergli parlato a tu per tu, senza mai esserci accorti che ci guardava negli occhi. E’ il triste destino di chi ascolta la Parola, la legge, la cita, ma non si arrischia a metterla in pratica, perché è lei, la Parola, la tavola imbandita dove il pane ci attende.

[M. M.]

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«Se non lo attira il Padre» 

(Gv 6,44) 

Ecco una novità. Sapevamo che Gesù aveva il compito di riportare gli uomini al Padre, per questo aveva detto, per esempio,“Io sono la porta”, ma ora veniamo a sapere che è vero anche il contrario: è il Padre che ci “attira” verso Gesù in una collaborazione trinitaria che si offre più alla nostra contemplazione che al ragionamento.  E’ un’attrazione misteriosa, ogni vero cristiano l’ha avvertita nel fascino che promana dalla persona di Cristo, nella costante attualità delle sue parole, nel bisogno inestinguibile di lui. Ma c’è anche di più in questa frase che ci dice che Cristo sarà il destino di ogni uomo che segue Dio. Si apre ai nostri occhi l’orizzonte sconfinato di tutti gli uomini di ogni religione e di quelli che ascoltano la loro coscienza, forse non lo sanno ma un giorno (in terra o in cielo) troveranno nel Verbo incarnato la pienezza di ogni loro aspirazione.

[M. M.]

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«Maria si mise in viaggio» 

(Lc 1,39)

Si avverte una sorta di stridore tra i gesti di Maria e ciò che Elisabetta e poi Maria stessa nel Magnificat affermano sulla sua persona. I gesti sono quelli di una donna normale che vive con maturità la propria umanità: parte, viaggia sola proprio mentre un bambino si sta sviluppando nel suo grembo, conosce la fatica del camminare per la montagna in fretta. Le parole su di lei invece parlano di una donna dai caratteri quasi soprannaturali: madre del Signore, benedetta fra tutte, considerata beata da ogni generazione. Ma è proprio questo il punto, in lei si ricongiungono le dimensioni umane che il peccato aveva diviso: la carne e lo spirito, l’affetto per gli altri e l’unione con Dio, la fatica e l’amore, l’intelligenza e la fede, l’umanità e la partecipazione alla vita divina. In lei, certo, ma anche in tutti noi, suoi figli, che siamo in viaggio in sua compagnia.

[M. M.]

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«Colui che mangia di me vivrà per me» 

(Gv 6,57)

Gesù si è fatto pane per noi. E' pane la sua Parola che nutre la mente, il cuore con i suoi sentimenti e la capacità di amare, la volontà, l'azione... E' pane l'Eucaristia che illumina dal di dentro la nostra vita, che dà luce e calore alla nostra esistenza. E' pane il fratello che ci sta accanto, sopratutto il più piccolo e il più povero, che ci costringe ad uscire da noi stessi e ad aprirci a nuovi orizzonti.  Se siamo cristiani e ascoltiamo autenticamente la sua parola (mettendola in pratica, come ci ammonisce san Giacomo), se ogni domenica partecipiamo al banchetto eucaristico (e ci nutriamo del corpo e sangue di Cristo), se incontrando il povero incontriamo Gesù... non possiamo che vivere per Lui. Perché circola in noi la sua vita, il suo sangue... perché si fa più intimo a noi di noi stessi. Non si può nutrirsi di Gesù e non vivere per lui.

[A. M.]

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«Apriti» 

(Mc 7,34) 

Diversamente da altre volte Gesù non opera il miracolo solo in forza della sua parola, ma con l’uso di curiosi gesti. Ne comprendiamo il motivo se pensiamo che ha davanti a sé un uomo incapace di sentire e di parlare. Vuole perciò farsi vicino a lui, desidera farsi capire, rompere il muro d’incomunicabilità che lo separa dal mondo ed ecco che gli comunica affetto e salvezza per mezzo di movimenti. Una parola però la dice e sarà quella che l’uomo guarito non potrà più dimenticare. Apriti. Non solo ai suoni del creato, ma al creatore, non solo alle parole degli uomini ma alla Parola, ad ascoltare i suoi inviti. Lascia cadere le paure (ognuna è una chiusura, una sordità), allarga il tuo cuore di angusti orizzonti all’immensità cui Dio ti chiama, non chiuderti nel poco, nel piccolo, non mettere limiti alla tua speranza. Apertura non è altro che un sinonimo di conversione.

 

[M. M.]

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«Le cose che escono dall'uomo» 

(Mc 7,15) 

Sono liberanti le parole che Gesù proclama a una folla probabilmente sbigottita: nulla di ciò che è al di fuori dell’uomo è cattivo, quanto Dio ha creato non può che essere buono. Cadono in un colpo credenze secolari e leggi che non venivano certo da Dio, ma erano sciocchi e complicati “precetti di uomini”.

Gesù però ci mette anche in guardia sulla vera origine del male capace di rovinarci. Un’origine quanto mai subdola perché situata proprio dentro di noi. Non sarebbe facile contraddire Gesù, chi non ha mai fatto l’esperienza di sentire germinare il male dentro di sé in un pensiero maligno, in una parola pronunciata per ferire, in un atto assolutamente privo d’amore? Bisogna dargli ragione e cominciare a tenere gli occhi aperti. Per venirci incontro Gesù ci fornisce una lista delle intenzioni cattive che il cuore produce, utilissima per confrontarci schiettamente. Insieme ad alcune estreme e più rare ne possiamo trovare altre molto più comuni con le quali purtroppo non ci manca forse la familiarità.

 

[M. M.]

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«Chi non è contro di noi è per noi» 

(Mc 9,40)

Giovanni ci dimostra che gli uomini non cambiano. La sua reazione gretta e campanilista verso un esorcista “non autorizzato” continua ad essere purtroppo di straordinaria attualità: “non era dei nostri”, dice. C’è dietro questa presa di posizione la gelosia e l’insicurezza di chi vuole amministrare la verità in proprio, ma anche quell’egoismo di gruppo che conduce all’integralismo e al razzismo. Gesù è di altro avviso: se tutti gli uomini sono figli di Dio per il cristiano non ci può più essere un “noi e voi”, egli deve aprirsi al respiro universale dello Spirito Santo. La verità, la ragione, la santità, possono soffiare da venti lontani e inaspettati. Il maestro continua gli ammonimenti alla sua comunità mettendo in guardia da ciò che può allontanarci da Dio: le mani (pronte a rubare, a impugnare armi), i piedi (che possono condurre su vie senza ritorno), gli occhi (dai quali nascono i desideri di possesso). La soluzione proposta è di violenta radicalità, Gesù cerca seguaci incapaci di scendere a compromessi con se stessi.

 

[M. M.]

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«Da chi andremo?» 

(Gv 6,68)

Pietro risponde d’impeto alla dolorosa domanda di Gesù: Forse anche voi volete andarvene? Non si aspettava forse che il suo maestro fosse pronto ad un’eventualità del genere, che la sua coerenza e il suo amore per il Padre lo rendessero capace di restare anche solo. Risponde allora senza ragionare e le sue parole rivelano il legame ormai indissolubile che lo lega a Gesù (nemmeno il tradimento lo spezzerà). Sono le parole di ogni uomo che ha incontrato davvero Cristo, che ha ascoltato le sue parole e deciso definitivamente di stare con lui. Non c’è più altra strada, altra persona, altro pensiero che potrebbe sostituirlo, l’anima non sarebbe più capace di vivere senza di lui, tutto scolorirebbe e sembrerebbe vino annacquato. Pietro parla al plurale, si fa portavoce degli apostoli, ma anche nostro e non possiamo non sentire verso di lui un’immensa gratitudine.

[M. M.]

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«Il servo di tutti» 

(Mc 9,35)

Camminare con gli amici può essere l’occasione per raccontarsi cose profonde e personali, Gesù ci prova con gli apostoli per le strade della Galilea e parla loro del suo futuro terribile e glorioso. I suoi invece discutono su chi sia il più grande fra loro. Senza lasciarsi scoraggiare da tanta immaturità Gesù, da vero maestro, coglie l’occasione per un salto di qualità e, senza prendersela più di tanto, insegna loro il segreto di come il Padre giudica le azioni degli uomini: nel regno dei cieli chi si mette a servire diventa il primo di tutti. La mentalità umana ne esce devastata. Penso a cosa significa servire: rendersi utili, prendersi cura degli altri, non rifiutare le prestazioni umili e poco celebrate, prestare le proprie cose, dare importanza ai fratelli anche se abbiamo incarichi di rilievo, non temere la fatica. A ben vedere il servizio non è che l’altra faccia dell’amore vero.

 

[M. M.]

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«Bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo» 

(Gv 3,14)

Nicodemo timoroso ascolta nella notte le parole di un difficile maestro chiamato Gesù. Non sappiamo se le avrà capite. Era certo un uomo intelligente e colto ma qui non è questione di intelligenza o di cultura. Gesù gli rivela il segreto della sua venuta fra gli uomini e il senso nascosto del suo destino. Quando parla di innalzamento, noi sappiamo, allude alla croce; proprio il momento culmine di umiliazione e dolore diventa sorgente di salvezza per tutti i figli di Dio. E’ una logica strana, diversa da quella abituale, è una logica soprannaturale: la croce è liberazione e vittoria, la morte è vita. Non allontana il male, Gesù, non lo schiva, ma vi passa attraverso assumendolo si di sé e perciò trasformandolo. Perché tutto questo? Non lo spiega ma dice “Bisogna che io sia innalzato”, una necessità misteriosa che silenziosamente sembra suggerirci il senso stesso della vita, la strada migliore per la felicità.

 

[M. M.]

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«All'inizio della creazione» 

(Mc 10,6) 

E’ importante constatare che Gesù parla del matrimonio nel capitolo che Marco dedica alla sequela. Basta questo per riconoscere alla famiglia una dignità vocazionale di serie A. Ma prima ancora che un insegnamento sul matrimonio quella di Gesù è una modernissima lezione di metodo: per capire il senso autentico di qualcosa occorre tornare alla sorgente da cui è scaturita. Applichiamolo alle nostre abitudini, alle convinzioni, alle regole che seguiamo. E’ nella loro sorgente che troveremo l’autenticità. Per Gesù non basta appellarsi alle tradizioni, occorre vagliarle in base all’intenzione originaria che le ha generate.  Sembrano severe e inflessibili le parole sull’indissolubilità del matrimonio e infatti lo sono, ma dietro nascondono una verità calorosa: il vero amore è per sempre, nessun potere umano lo può distruggere. Questo non solo per merito degli sposi ma soprattutto perché è Dio che “ha congiunto”. Dietro ogni famiglia c’è un sigillo divino, un impronta di eternità che la rende proprietà di Dio.

 

[M. M.]

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«Già al presente» 

(Mc 10,30) 

Della ricchissima pagina evangelica di oggi cogliamo un’espressione semplice, che può sbadatamente apparire secondaria. E’ invece una frase fondamentale per la vita di ogni cristiano. Se Gesù non l’avesse pronunciata le sue promesse non sarebbero state molto diverse da quelle di tanti altri leaders religiosi che promettono il benessere nell’aldilà. Questa è la differenza: Gesù promette affetto, beni e sicurezza “già al presente”. Lo fa compromettendosi perché le sue parole diventano verificabili. E’ vero o no che chi lascia qualcosa a causa del vangelo riceverà il centuplo? Gesù si espone alle smentite o alle conferme della realtà terrena. La sua sicurezza è impressionante, sta a ciascuno metterla alla prova dei fatti.

Alle promesse liete Cristo aggiunge una pecora nera: le persecuzioni. Anche queste saranno una conferma che si è sulla buona strada, la loro assenza dovrà invece insospettirci sull’autenticità del nostro cristianesimo. Un politico l’avrebbe taciuto, Gesù è sincero sino in fondo.

[M. M.]

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«Non è così» 

(Mc 10,43) 

Se mai Gesù disse qualcosa di rivoluzionario fu proprio quel giorno quando, capovolgendo in un sol colpo l’andazzo del mondo dagli uomini primitivi fino all’impero romano, affermò che chi serve è più grande di chi comanda. Il desiderio di potere era considerato, allora come oggi, naturale nell’uomo. Tucidide  espresse bene che “Per una necessità della natura, ogni essere esercita, per quanto può, tutto il potere di cui dispone ”. Gesù annulla questa necessità della natura, sembra non crederci affatto e ci introduce in un altro mondo, il Regno di Dio, incredibilmente diverso: “Fra voi però non è così ”. Ci chiede di entrarvi con una ristrutturazione mentale senza precedenti. Mettersi sotto, rendersi utili, non volere riconoscimenti, servire tutti senza selezioni… Ci vogliono anime forti per vivere così, infatti Gesù non lo chiede a tutti ma ai suoi discepoli (“Fra voi ”), eppure a sperimentarlo si scopre che il giogo del servizio è dolce e si avvertono gioie invisibili.

[M. M.]

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«Coraggio, alzati!» 

(Mc 10,49) 

Ciò che colpisce e interroga non è solo la smodatezza di Bartimeo nell’urlare per strada la sua fede e nemmeno la curiosa domanda che Gesù gli pone che, lungi dalll’essere superflua, rivela l’attenzione e il rispetto del maestro verso l’uomo. Ciò che lascia sbigottiti è però l’atteggiamento degli anonimi astanti che in un primo tempo si rivolgono a Bartimeo con avversione nel tentativo di azzittirlo e invece dopo la chiamata di Gesù prendono a incoraggiarlo con calore. Quelli che prima erano nemici e ostacoli nel raggiungere Dio si trasformano in una comunità che sostiene il povero con parole di risurrezione (“Coraggio! Alzati”). E’ la presenza di Cristo a produrre ciò, a fare di uomini ciechi e avversari una comunità di fratelli. E’ bastato ascoltare dalle sue labbra una sola parola e tutto si è trasformato. Da condannato Bartimeo è ora un discepolo che intraprende un cammino di luce e colori.

Oggi come ieri il vangelo ascoltato e vissuto crea solidarietà, calore, vigore, novità.

[M. M.]

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«Beati!» 

(Mt 5,3) 

Per nove volte, all'inizio del discorso della montagna (il "discorso programmatico" di Gesù, la Magna Charta del cristiano), risuona potentemente questa piccola parola: «Beati!». 

Ciò significa che il cuore del messaggio di Gesù - non a caso chiamato Vangelo, cioè lieto annuncio - è che tutti noi uomini, tutti noi cristiani, discepoli di Gesù, siamo "beati", felici.

Certo, si tratta di una felcità differente da quella che si intende comunemente nel mondo. E' una felicità che nasce dalla povertà, dalla mitezza, dalla ricerca della giustizia, addirittura dalla persecuzione. Una felicità impegnativa, difficile forse, ma come tutte le cose che costano, preziosa.

Gesù non ci inganna. Ci indica una meta luminosa - la gioia - ma ci parla chiaramente anche della strada, stretta, impervia ma sicura, che occorre percorrere.

Una gioia che non è solo per l'eternità, ma gustabile già da ora ogni volta che facciamo delle beatitudini il nostro stile di vita.

[A. M.]

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«In spirito e verità» 

Gv 4,24 

Gesù è il liberatore dell'uomo. Lo scioglie da antichi vincoli, dai lacci che gli impedivano di vivere in pienezza il suo rapporto con Dio: da figli di fronte al Padre. Così nel dialogo con la samaritana Egli ci annuncia il nuovo tempo nel quale «i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità». Non più un culto fatto di offerte, olocausti, formalità e riti, ma un culto che nasce dalla presenza dello Spirito dentro di noi, vero, sincero, autentico. Non esiste più "il" luogo della presenza di Dio, un Tempio, nel quale recarsi materialmente ad adorare Dio. Gesù ha fatto di tutta la terra, di ogni uomo, un tabernacolo della presenza di Dio. Ogni luogo diventa sacro, quando permettiamo allo Spirito di vivere in noi: tutto si santifica. Possiamo avere accanto a noi Dio sempre. E possiamo corrispondere al suo amore sempre, divenendo "adoratori perenni" della sua divinità d'amore, in ogni luogo, in ogni tempo. E' l'amore il "combustibile" di questo nostro continuo olocausto.

[A. M.]

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«Le mie parole non passeranno» 

(Mc 13,31) 

«Tutto è vanità». Tutto passa. L'insegnamento antico di Qoelet è sempre davanti ai nostri occhi. E' l'esperienza più certa che ogni uomo possa fare. Il limite, la fragilità della nostra vita, dei nostri beni, degli affetti... sono nostro pane quotidiano, fino all'esperienza insondabile della morte. Per fede, e per constatazione di fronte ai disastri della natura, riconosciamo anche che il mondo in se stesso finirà. Gesù stesso ce lo annuncia, con toni drammatici, invitandoci a stare pronti: «il cielo e la terra passeranno». Ma per noi, suoi discepoli, aggiunge una certezza, un assoluto: «le mie parole non passeranno». C'è dunque qualcosa di solido a cui aggrapparsi, che mai ci tradirà: le sue parole, il suo vangelo. Ecco allora l'unica cosa veramente intelligente da fare: costruire la nostra vita sulla roccia della Parola. Nella misura in cui ad essa sarà conformata e radicata, allora neanche la nostra vita passerà. Lasciamoci vivere dalla Parola, e così anche noi vivremo... per l'eternità.

[A. M.]

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«Tu lo dici io sono re»

(Gv 18,37)

Colpisce la dignità di Gesù di fronte a Pilato. E' un condannato di fronte a colui che lo giudica e ha potere di vita e di morte su di lui, eppure non teme di rendere testimonianza alla verità, la sua verità: Egli è IL Re. Anche se in quel contesto può apparire ridicolo, paradossale, farneticazione... Nell'annebbiamento di prospettive che proviene da un mondo ferito dall'orgoglio e dal peccato, i ruoli appaiono invertiti: Pilato è giudice e Gesù imputato. Basteranno poche ore ancora a far esplodere la verità quando, nella Resurrezione, Gesù manifesterà visibilmente la sua signoria su tutte le cose. E' Gesù il nostro Re. Ora lo crediamo nella fede, col rischio di passare anche noi, talvolta, per ridicoli e farneticanti di fronte alle apparenze del mondo. Ma è così, e un giorno ciò che noi crediamo apparirà a tutti come l'Evidenza, come la Verità. Intanto viviamo quanto crediamo, e facciamo di Gesù il Re di tutti i giorni della nostra vita. Re di amore, di dono, di servizio. 

[A. M.]

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La Parola di Dio scese... 
(Lc 3,2)

È affascinante la meticolosa circostanziazione di Luca nel descrivere Giovanni Battista su cui “scende” la Parola di Dio. Dice che è capitato proprio mentre reggente di qua era l’uno, governatore di là era l’altro, mentre altrove accadevano altri fatti. Il fascino sta proprio nel fatto che la parola di Dio “scende” mentre la storia fa il suo corso ed entra in quella storia… e la cambia. Dovremmo provare a leggere il giornale, con tutte le sue drammatiche notizie di guerra, di criminalità, di polemiche politiche e prendere coscienza che la parola di Dio, se “scende”, scende proprio in questa storia, in questo tempo e… la cambia. E continua a scendere attraverso ogni liturgia in cui viene proclamata, in ogni lettura che ne viene fatta nella preghiera pubblica o personale. Tocca a noi avere la fiducia sufficiente di lasciarci coinvolgere, di capire che se “scende” scende proprio nella nostra storia personale, fatta di lavoro, studio, relazioni positive e conflittualità e… la cambia se non siamo solo ascoltatori ma la mettiamo in pratica. Potremmo assistere ad autentici miracoli perché quella Parola che scende è Gesù stesso, il Verbo del Padre.
R.F.

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«Uno più forte di me» ...

(Lc 3,16)

È importante rendersene conto: Gesù arriva tra noi come bimbo indifeso, nella sua debolezza infinita, ma è "uno più forte di me". Viene apposta perché io sono, pur nella mia sicurezza, nel mio orgoglio incredibilmente fragile ed ho bisogno della sua forza, del suo "ventilabro" per ripulire l'aia della mia anima da ciò che è superfluo e poter raccogliere il grano che il suo amore ha depositato in me. Da solo non ne sarei capace.

Forse aspettare il natale con questa coscienza ci permette di dare le giuste proporzioni all'evento e capire che sono io quello che ha bisogno del "medico", della sua forza, del suo Spirito e del suo Fuoco coi quali mi battezzerà. E che non ci sono persone di nessun tipo, seppur grandi e spirituali (come poteva essere Giovanni Battista, come può essere qualsiasi altro riferimento spirituale, alto ma pur sempre umano) a cui potermi aggrappare. Gesù è più forte, e per questo noi possiamo abbandonarci alla sua "debolezza".

R.F.

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«si mise in viaggio»...

(Lc 1,39)

“Si mise in viaggio”. Maria ha ricevuto l’annuncio dell’angelo, le ha dato un segno: la cugina Elisabetta avrà un figlio nella sua tarda età. E Maria si mette in viaggio. La presenza di Dio, la sua luce, mettono in movimento chi l’accoglie. È un movimento carico di significati. È un movimento che cerca le tracce di Dio presente nella realtà: il segno indicato dall’angelo. È un movimento che si espone al servizio e alla comunione: l’incontro con Elisabetta e il mettersi a sua disposizione.

La presenza di Gesù mette in viaggio: così Maria, così i pastori, così i magi.

Il Natale dovrebbe produrre questo viaggio anche in noi per scoprire dove ancora il Signore prende carne nella nostra storia,  per poi mettersi a servizio della sua presenza tra gli uomini, in ogni uomo con cui Lui si reso solidale.

R.F.

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  «ricevuto anche lui il battesimo»...

(Lc 3,21)

"Anche lui". Il Signore mi spiazza anche questa volta: si fa battezzare "anche lui". E non è cosa da poco, visto che si tratta di un battesimo di penitenza che i peccatori fanno per chiedere il perdono. Lo ha fatto "anche lui", per dirmi che è con me, che si fatto come me. Non è il più bel compendio del mistero dell'incarnazione? Dio si fa "peccatore" perché assume su di sé il mio male, il mio marcio. E la "voce dal cielo" se ne compiace: la Trinità è pienamente solidale con la nostra miseria, come un cuneo che si insinua alla radice malata della nostra umanità e la divelte.

Ora non ci sarà mia miseria che potrà schiacciarmi sulla terra e impedirmi di guardare in alto. Sotto ogni mio male si è incuneato l'amore di Cristo, in questa leva misteriosa che solleva il mondo e si erge drammatica e dolcissima sulla nostra umanità: la Croce.

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Ora è tempo di Gioia (Gv 2,1ss)

Il brano di vangelo ci pone di fronte uno sposalizio. Degli sposi non viene detto nulla, nemmeno il nome. Il motivo è che il nome dello sposo lo conosciamo già, si chiama Gesù e lo sposalizio in questione è quello tra Dio e l’umanità.

Le nozze come segno dell’alleanza d’amore tra Dio e il suo popolo hanno una lunga tradizione biblica. La novità introdotta da Giovanni è che con Gesù Dio compie questo segno e tutte le sue promesse di bene. E’ la buona notizia e fonte di una gioia immensa.

L’inizio del ministero di Gesù è quindi posto in un contesto nuziale. La gioia è l’atmosfera naturale che pervade il racconto ed è simbolizzata dall’elemento del vino, che nella tradizione biblica indica la gioia dei tempi messianici. Alla fine del suo ministero Gesù pregherà il Padre affinché abbiamo in noi stessi la pienezza della sua gioia (cfr. Gv 17,13).

C’è una festa alla quale sei atteso. Mi raccomando: non mancare!

FM

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«fate quello che vi dirà»... (Gv 2,5)

Mi piace poter paragonare la mia vita in mezzo al mondo a quelle giare delle nozze di Cana. Servivano a contenere l'acqua per le abluzioni rituali degli ebrei, per lavarsi le mani da tutto quello che è impuro e non degno di Dio. Se mi guardo bene, vivendo in mezzo al mondo ne raccolgo tutto lo sporco e l'impuro, ne raccolgo l'egoismo, il narcisismo, l'individualismo che contaminano i miei gesti e le mie relazioni senza che neppure me ne renda pienamente conto.

Un'immagine realistica per quanto deprimente, ma c'è una via d'uscita: "fate quello che egli vi dirà". Fare quanto Gesù mi dice, quanto le sue Parole continuano a dirmi ancora oggi, custodite nel suo Vangelo compiono ancora il miracolo di trasformare l'acqua inquinata della mia vita in "vino buono". E quel "vino buono" è il vino del banchetto del regno dei Cieli, del Paradiso che penetra tra le pieghe dell'umanità, è il vino del dono totale di sé, del "sangue versato", della vita donata. Con quella di Gesù anche la mia vita diventa dono e amore per chi mi vive accanto moltiplicando il miracolo della trasformazione dell'acqua e della diffusione del Regno.

RF

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«Non è il figlio di Giuseppe?» (Lc 4,22)

«Non è il figlio di Giuseppe?». Nonostante l'insolenza e forse la cattiveria di chi la pronunciò, questa frase racchiude un fascino che apre al mistero. Quanti anni Gesù ha vissuto in seno alla sua comunità, eppure era solo il "figlio di Giuseppe". La grandezza del Verbo incarnato passava perciò inosservato e tinta della più tersa normalità.

«Non è il figlio di Giuseppe?». Viene da dire allora quanto sia preziosa la banalità della vita normale, quella che si fa ripetitiva e si mostra insignificante, perché può diventare calice che contiene il Verbo. L'impiegato, la massaia, lo studente... Tutti indicativi di realtà che possono custodire il divino in mezzo al mondo, in una interiorità illuminata dalla Parola di Dio accolta e vissuta senza clamore.

«Non è il figlio di Giuseppe?». Si, è ha cambiato e continua a cambiare il mondo.

 RF

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«Non temere; d'ora in poi...» (Lc 5,1-11)

«Non temere, d'ora in poi sarai pescatore di uomini». Una frase, quella di Gesù che svela una realtà nascosta agli occhi di tutti. Prima di tutto nascosta alo stesso Simone che, solo un istante prima, chiede a Gesù di allontanarsi da lui perché è un peccatore. Simone né ha la consapevolezza e anche Gesù, visto che quel "d'ora in poi" sembra dirgli che sino a quel momento era veramente un peccatore. Ma Gesù vede più lontano e vede più in profondità, perché ci ama immensamente così come siamo e ci riporta alla nostra prima origine: la nostra immagine e somiglianza con Lui.

Che l'episodio della vocazione di Pietro ci aiuti a comprendere che noi siamo sempre di più della nostra fragilità e del nostro peccato. Ci aiuti a comprendere che il nostro peccato non è mai una scusante sufficiente per non diventare ciò che possiamo essere e che in realtà già siamo. Ci aiuti a comprendere che l'amore di Cristo ci raggiunge esattamente là dove ci troviamo per aprirci a nostra volta all'amore.

 RF

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«Guai...» (Lc 6,24-25)

"Guai a voi...". Non è facile parlare di Gesù quando diventa severo. Forse perché lo conosciamo così accogliente, misericordioso al punto da morire per noi che questa sua severità ci spaventa. Forse è perché quanto da Lui denunciato è talmente e terribilmente grave che va ogni limite di sopportazione, anche quello infinito di Dio che "fa piovere e sorgere il suo sole sui giusti e sugli ingiusti" (cf Mt).

Ma è ben giusto che Gesù metta in guardia chi sostituisce Dio col denaro e le ricchezze, fondando lì la propria felicità e sicurezza, perché si chiude in sé stesso al punto che neppure la Misericordia può raggiungerlo. E' ben giusto che metta in guardia chi ora è sazio e ride nell'assoluta indifferenza di chi invece di chi è nella fame e nel tormento della sofferenza. In fondo non ci aveva avvertito che qualunque cosa che non abbiamo fatto al più piccolo dei nostri fratelli non l'abbiamo fatto a Lui.

Il fratello è un cosa seria, è Cristo presente di fronte a noi: non possiamo trattarlo come ci pare. Allora, giustamente: "Guai...".

 RF

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«a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica» (Lc 6,9)

"A chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica...". No, quella proposta da Gesù non è semplice "non violenza", non è solo "resistenza passiva". "Non rifiutare la tunica" va oltre l'angheria dell'avversario, la supera e la sommerge in un gesto di generosità inatteso e deflagrante. Disorienta l'avversario con un eccesso d'amore che fa scomparire la sua cattiveria.

Non è forse quello che ha compiuto Gesù in Croce? Non è forse quello che afferma Paolo che  "a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Rm 5,7s).

Con questa regola dell'eccesso noi ci siamo sentiti amati e attirati dall'Amante al punto da ricambiare con l'amore l'amore. Con la stessa regola dell'eccesso siamo invitati a proseguire l'opera del nostro maestro per ricondurre a lui ogni uomo: in un mare d'amore anche il fango perde consistenza e si scioglie.

 RF

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«Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane»

(Lc 4,3)

“Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane”. Cosa dice di male il diavolo a Gesù? Se ci facciamo attenzione gli propone qualcosa di assolutamente legittimo: ha fame, è alla fine del suo periodo di digiuno e preparazione (i quaranta giorni conclusi simbolo dei 40 anni nel deserto di Israele prima di entrare nella terra promessa), è figlio di Dio è può farlo (moltiplicherà poi i pani per cinquemila uomini). Cos'è che non quadra allora?

In fondo è semplice: tutte le proposte del diavolo, che pure potevano essere nella sua possibilità e nel suo diritto, mettevano Gesù al centro del suo "universo" e il resto era "usato" per sé.

La tentazione non sta tanto nelle cose buone o nelle cose cattive ma nel fatto che, buone e cattive, le "uso" per me, per il mio egoismo, per salvare me stesso e non per amare o, come dice Gesù, per servire ("Non sono venuto per essere servito ma per servire"). Infatti il brano delle tentazioni nel Vangelo di Luca si conclude con dicendo che "il diavolo si allontanò da Lui per tornare nel tempo fissato". E sarà poi sulla croce dove, non più dal demonio ma dalla folla, dai farisei da uno dei ladroni, sentirà nuovamente la triplice tentazione: "se tu sei il Figlio di Dio salva te stesso, scendi dalla croce e noi ti crederemo". Ma anche lì Gesù non cede, non "salva sé stesso" ma noi e per amore rimane sulla croce.

 RF

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«il suo volto cambiò d'aspetto»  (Lc  9,29)

Ogni anno liturgico la seconda domenica quaresimale ci propone l’episodio pregnante della Trasfigurazione, ogni anno con sottolineature diverse. Luca la collega esplicitamente alla vicina passione. È di essa che Mosè ed Elia discorrono con Gesù, quasi a incoraggiarlo in un momento decisivo.

Ma è da Paolo che ci proviene la chiave di lettura con la frase “Trasfigurerà il nostre misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso”. Quello che avviene a Gesù è profezia del nostro destino, la trasfigurazione è anche nostra. Una trasformazione che si compirà dopo la morte se sarà iniziata già nella vita. Innanzitutto interiore quindi, nella mentalità, nei sentimenti, negli atteggiamenti. Quando? Ogni volta che “ascolteremo” Gesù, cioè praticheremo le sue parole, dotate di energia trasformante. Osservare il volto e le movenze di anziani santi che hanno fatto della vita un atto di amore ci rivela che questa trasfigurazione informa anche il corpo umano e accende in esso raggi di gloria.

 MM

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«lascialo ancora quet'anno»  (Lc 13,6-9)

Gesù scardina una superstizione antica affermando che le disgrazie e le calamità non sono punizioni di Dio. Lungi dall’apparire ovvia questa risulta invece essere una convinzione dura a morire ancora oggi. Perché Dio mi tratta così? Cosa ho fatto di male? Ripetiamo ancora nelle avversità, incapaci di entrare nel mistero del dolore e cioè nella logica del Regno. Quasi che Dio ami più i ricchi egoisti degli indigenti, più i sani dei malati.

         Se da una parte Gesù libera, dall’altra mette in guardia: per tutti ci sarà una fine (irrilevante in fondo se improvvisa o meno), occorre convertirsi subito. Due equivoci: ritenere che Dio ha esaurito la sua pazienza con me, oppure ritenere che Egli ha pazienza infinita, c’è sempre tempo per cambiare. La parabola insegna che il tempo dell’attesa misericordiosa di Dio non è esaurito, ma che siamo “in riserva”, un anno per il fico e per me? Dio mi chiede di prendere presto una decisione.

 MM


La conversione è una necessità urgente. La parabola del fico sterile apre alla misericordia paziente di Dio ma non nasconde la severità della vita. Tre anni senza frutti denunciano l'inutilità della pianta: ha fallito il suo scopo, non serve ne a sé né agli altri. Dio non molla, concede una ennesima possibilità, un nuovo anno di cure e attenzioni. Ma questo fico siamo noi, e le cure dell'agricoltore non ci sostituiscono: o prendiamo in cuore una decisione o altrimenti ci scriviamo da soli il nostro destino. Così come il tralcio che non è unito alla vite non porta frutto e si secca, viene tagliato e gettato via.

E' il momento di chiedersi da che parte vogliamo stare, avere il coraggio di prendere la nostra vita è dargli una direzione. Come ben diceva S. Agostino: "Dio che ti ha creato senza di te non ti salverà senza di te":

 RF

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«mio figlio»  (Lc 13,24)

         Quel giorno Gesù spiegò in maniera definitiva chi è il Padre. Ci sono due figli, nessuno di loro ha capito che tipo di persona è il proprio padre, vivono con lui ma non lo conoscono. Il primo se ne allontana, stare in casa gli pesa come una prigione. Anche tornando da peccatore continuerà a rapportarsi al padre come uno schiavo: “Trattami come uno dei tuoi garzoni”. Ma il padre lo vede come figlio, il suo amore precede il pentimento, egli non aveva mai smesso di amarlo. Il maggiore invece si crede giusto, ma anche lui si rapporta da servo: “ Ecco, sono tanti anni che ti servo”. Il padre lo tratta invece da figlio: “Tutto ciò che è mio è tuo”.

Abbiamo un Padre che ci amerà sempre, mai niente e nessuno potrà scoraggiarlo da questo. Prendiamone atto definitivamente. Capiremo allora che ama così anche gli altri suoi figli, i miei fratelli.

 MM

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«Neanch'io ti condanno»  (Gv 8,11)

Il dialogo finale tra Gesù e la donna resta uno dei momenti più toccanti del Nuovo Testamento. Poche parole essenziali che lasciano trasparire tra le righe vertici e abissi. Lo stupore tremante della donna che si vedeva ormai giustiziata, il silenzio dopo il fragore della folla inferocita, la domanda di Gesù, quasi a rompere il ghiaccio, a comunicare calore e sicurezza. Scopriamo in Gesù la misericordia allo stato puro che non accusa, che “scandalosamente” assolve senza nemmeno chiedere pentimento perché sa che proprio dalla gratuità del perdono può rinascere una vita nuova.

         Non è facile capire, anzi ammettere, la radicalità dell’amore di Dio per noi, non è vero che dobbiamo meritarlo, che è proporzionato alla nostra virtù, che esistono peccati capaci di oscurarlo. Finché viviamo ci aspetterà, non smetterà di credere in noi, sarà felice di dichiararsi e ripeterci: Neanch’io ti condanno.

 MM

 

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La debolezza di Dio è il suo debole per l'uomo (Lc 22,14 - 23,56)

Gesù ha trascorso tutta la sua vita pubblica immerso nell’attività a favore dell’uomo: guariva storpi, muti, ciechi…, percorreva a piedi assiduamente la Galilea, predicava instancabilmente la necessità della conversione e l’amore del Padre suo, scelse alcuni perché stessero con lui, addirittura risuscitò Lazzaro….

Ora, invece, come se avesse esaurito ogni energia vitale, si lascia arrestare, si lascia schiaffeggiare, si lascia insultare, si lascia condannare,  si lascia crocifiggere! È il vangelo della passione, appunto! Il patire prende il  posto dell’agire. Perché? Perché Gesù non prende l’iniziativa?

Forse perché vuole vedere se ci mettiamo dalla parte dei suoi crocifissori o dalla parte dei suoi discepoli. La nostra vita, vista da questa prospettiva, è l’occasione dataci da Dio per scegliere: fare del mondo un calvario senza amore e senza speranza, crocifiggendo gli altri in nome del potere e della cupidigia, oppure stare con Lui prendendo la nostra croce, indossare con Lui il grembiule per lavare i piedi, fare con Lui della nostra esistenza un dono d’amore.

LM

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«Non è qui, è risuscitato»  (Lc 24,6)

 

La domenica è il cuore della settimana cristiana e questa domenica, la domenica di risurrezione, è senza dubbio il cuore dell'anno cristiano. Senza questo cuore, se Gesù non è risorto, tutto il cristianesimo è vano.

 

La parola 'Pasqua' ricorda il verbo greco 'pascho', 'patire': la resurrezione è frutto, per Cristo e per noi battezzati in Cristo, della passione e della morte.

La morte, drago affamato, si è avventata Venerdì Santo sul Crocifisso, come aveva fatto con tutti gli uomini fin da Adamo; ma mangiando quell'Uomo sulla croce è stata ingannata, perché ha inghiottito la vita, Dio, il boccone velenoso che l'ha uccisa.

 

'Pasqua' significa anche festa del 'passaggio': la festa più antica, del passaggio dai pascoli invernali a quelli primaverili, dalla semina ai nuovi raccolti, passaggio del Mar Rosso per il popolo d'Israele, ed ora, per Cristo e per noi in Cristo, la festa del passaggio più importante, quello dalla morte alla vita.

 

Vangelo significa 'buona notizia': 'Non è qui, è risuscitato' non è 'una', ma 'la' buona notizia.

GG.

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«Otto»  (Gv 20,19)

 

'Otto giorni dopo': la Pasqua è festa così grande che non basta un giorno; nella sua preghiera la Chiesa racchiude gli otto giorni tra la domenica di risurrezione e quella di oggi in un'unica grande settimana solenne: l'ottava di Pasqua, una settimana di 'alleluia'.

 

         'Otto giorni dopo…venne Gesù' (cf Gv 20, 26); il Vangelo della seconda domenica di Pasqua è quello dell'apostolo San Tommaso, che da incredulo, prima di vedere Gesù risorto, diventa credente e fa la sua bellissima professione di fede: "Mio Signore e mio Dio!".

 

         È una consolazione per noi vedere come Gesù sostiene la fede debole ed incerta di Tommaso, uno dei Dodici; lo fa fermandosi in mezzo ai discepoli la sera della domenica di Pasqua, e ritornando in mezzo a loro l'ottavo giorno: è la domenica dunque, fin dal momento della risurrezione del Signore, il giorno nel quale Gesù sta con noi in un modo speciale, ci convoca insieme, ci dà la sua pace, la sua gioia, il suo Spirito Santo; e dice, ai discepoli allora, ed a noi oggi: "Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi".

GG.

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«Mi vuoi bene»  (Gv 21,1-19)

L'evangelista Giovanni ci racconta oggi la terza apparizione di Gesù risorto (Gv 21, 1-19); qui per tre volte il Signore chiede a Pietro se gli vuol bene; ed ogni volta, dopo che Pietro gli risponde di sì, gli affida la missione di pascere le sue pecorelle, di essere la guida dei cristiani.

Dunque il requisito per un incarico così importante è uno solo: si tratta di voler bene a Gesù. Per ben sette volte in poche righe ritorna questa espressione, nel dialogo tra Gesù e Pietro: voler bene a Gesù.

Ma il testo greco, le parole cioè che l'evangelista ha proprio scritto, ci riserva una sorpresa: non sempre infatti il 'voler bene' è espresso allo stesso modo. Gesù le prime due volte usa una parola che si rifà all'agape, l'amore più alto e più bello; invece nella terza domanda di Gesù, e sempre nelle risposte di Pietro, c'è una parola che rimanda alla 'filia', all'amore di amicizia, alto e bello sì, ma meno dell'agape.

È come se Gesù si accontentasse, abbassasse il tiro: se come Pietro riconosciamo di essere ancora incapaci di 'agape', il Signore risorto si china su di noi, ci prende al punto in cui siamo, e ci dice, come a Pietro: "Seguimi".

GG.

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«Nessuno le rapirà dalla mia mano» (Gv 10, 27-30)

Il vangelo di questa domenica  mi rimanda per associazione al primo dei comandamenti, che ho meditato appena due giorni fa: “Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio all’infuori di me”.  Nel contesto in cui è stato pronunciato per la prima volta il suo messaggio era chiaro e potente: qualunque cosa potesse sconvolgere gli israeliti, tanto da far loro presagire una potenza ultraterrena, non poteva competere con la sconvolgente liberazione dalla schiavitù e con l’aiuto nel deserto da parte di Yahwe. Questo comandamento interviene anche oggi a salvare Israele e ciascuno di noi dalla nevrosi ossessiva: “Non devi più assicurarti instancabilmente il favore della divinità di turno perché Io sarò sempre al tuo fianco, in modo affidabile!”. Preghiamo questa settimana con il salmo 121: “Il Signore è il tuo custode, il Signore è come ombra che ti copre e sta alla tua destra… . Il Signore ti proteggerà da ogni male, egli proteggerà la tua vita”.

Oggi è non per caso la XLI giornata mondiale per la preghiera per le vocazioni. È certo che Dio vede le necessità della Chiesa, ma allora perché pregare per le vocazioni? Pregare per le vocazioni significa ricordare che la vocazione è dall’alto, dal Custode, per Cristo, nello Spirito Santo. Non è il soggetto che sceglie, neppure soltanto la Chiesa che chiama e nemmeno i bisogni del mondo che suscitano vocazioni: Dio solo plasma e sostiene le vocazioni. Quindi dobbiamo pregare il Signore affinché mandi operai nella sua mietitura, così da affrettare il regno di Dio. Ma perché tutto si avveri occorre che ne sentiamo l’urgente bisogno perché Lui esaudisce i desideri del nostro cuore. Non c’è chiamata senza un desiderio orante della Chiesa affinché il Signore faccia ascoltare la sua voce.

LM


                                                  'Il Bel Pastore'

         E' dolce e rassicurante il breve Vangelo di oggi: Gesù dice che noi siamo le pecore del suo gregge, che ascoltano la sua voce e lo seguono; lui è il nostro pastore, ci dà la vita, e nessuno potrà mai rapirci dalla sua mano e dalla mano del Padre.

         Siamo dunque assolutamente al sicuro: come fa il pastore con le pecore, così Gesù ci conosce uno per uno, vive giorno e notte con noi, ci guida, ci porta ai pascoli migliori, ci protegge, ci chiama: non per niente oggi in tutta la chiesa si prega proprio per le 'vocazioni', per le 'chiamate' di Gesù.

         Nel capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, che sempre troviamo alla quarta domenica di Pasqua, c'è una parola che descrive Gesù Pastore: kalòs. Questa parola greca vuol dire 'buono', ma, prima ancora, vuol dire 'bello'; Gesù è il buon Pastore, ma prima ancora è il 'bel' Pastore.  

         Essere le pecore del gregge di Gesù è dunque per noi la cosa migliore, perché Gesù è il nostro pastore buono, ma è anche la cosa più bella che ci possa capitare.

GG

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«Nuovo» (Gv 13, 34)

"Vi do un comandamento nuovo" disse Gesù in quell'ultima terribile e meravigliosa cena. Giovanni decenni dopo quella cena scrive nella sua prima lettera: "E' di un comandamento antico che vi scrivo, tuttavia è un comandamento nuovo". Non è perciò "nuovo" solo nel senso che "prima non c'era ed ora c'è". Si riferisce ad una vita che continuamente si rinnova perché è nella radice dell'amore essere continuamente creativo: "Ecco, faccio nuove tutte le cose". Nessuno si abitua mai a sentirsi amato, e mai si abitua ad amare: quando subentra l'abitudine proprio l'amore sta cominciando a spegnersi. Il motivo di tutto ciò risiede nel fatto che questo "comando nuovo" attinge la sua forza e il suo contenuto alla vita stessa della Trinità. La reciprocità dell'amore della Trinità è il motore dell'attività creativa e la filigrana della creazione, dove ogni cosa è fatta in dono a tutto il resto.

Se nella nostra vita ci scontriamo col "vecchio" che avanza ed ingrigisce le nostre giornate ora sappiamo la risposta: manca il "nuovo" di quel comando, manca la vita della Trinità, del Cielo. A noi l'affascinante compito di innescare attorno a noi quella stessa vita, partendo da piccoli gesti di dono disinteressato. E come affermava S. Giovanni della croce: "metti amore dove non c'è amore e troverai amore".

RF

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«Se mi amaste vi rallegrereste» (Gv 14,28)

Per Gesù è l’ora della promessa dello Spirito, inquadrata dal comandamento di amarLo, che equivale a quello dell’osservare i suoi comandamenti. Lo Spirito ci è dato, e lo sperimentiamo, quando cerchiamo di amare il nostro Signore e di obbedirGli. È questo il dono che suscita la gioia. Solo se il Cristo torna dal Padre, lo Spirito sarà dato: è l’annuncio della passione, l’annuncio di una morte feconda, generatrice di vita: nel suo battesimo Gesù riceve lo Spirito, nella sua morte effonde lo Spirito: “Non c’era ancora lo Spirito perché Gesù non era stato ancora glorificato” (Gv 7,39).

Perché Gesù ritiene così indispensabile la venuta dello Spirito? Perché ci insegnerà ogni cosa e ci farà ricordare tutto ciò che Gesù ha detto, potrà suggerirci ogni momento come presentare ai fratelli il Cristo che vive con noi, che diviene nostro a misura che lo riveliamo. Chiediamolo a Gesù questo dono dall’alto, per non imporre agli altri altro peso che quello del suo amore, che è l’unica necessità e l’unica costrizione, che si impone da sé con la forza del disarmo.

LM

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«Siete testimoni» (Lc 24,48)

Sono passati 40 giorni, così ci rivelano gli Atti degli Apostoli, e Gesù accingendosi ad essere assunto in Cielo dice ai suoi: "siete testimoni". Già, testimoni. Significa aver veduto, toccato, udito, cioè sperimentato l'oggetto della testimonianza altrimenti si è testimoni del nulla. Quello è il senso di quei "40 giorni", come il ritiro di Gesù dopo il battesimo nel Giordano, come 40 furono gli anni del popolo nel deserto prima di poter entrare nella terra promessa. "40" sottolinea l'aver fatto una intensa e radicale esperienza di Dio, di quelle che cambiano la vita, come fecero i discepoli col Risorto presente in mezzo a loro per tutto quel tempo.

I cristiani sono un popolo di testimoni, o almeno così dovrebbe essere. Cosa possiamo testimoniare? Di quale radicale esperienza di Dio possiamo comunicare? Quali sono i nostri "40" giorni? Ci stiamo giocando il nostro cristianesimo! Se dovessimo ritrovarci ammutoliti dinnanzi a queste domande occorre una svolta decisa. Cerchiamoci un compagno, come Cleopa verso Emmaus, condividiamo con lui le nostre speranze - magari deluse - nel Signore, apriamoci al forestiero come fosse uno di famiglia lasciandoci interrogare dalle Scritture e preghiamo "Resta con noi Signore, perché si fa sera". Così come cominciò il primo di quei 40 giorni forse anche noi potremmo comunicare a qualcuno: "non sentivi anche tu ardere il cuore mentre Lui parlava"?

RF

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«la Verità tutta intera» (Gv 16,13)

E' vero, quanto è piccolo il nostro cuore per reggere il peso e lo spazio della verità tutta intera. Perché questa verità potesse trovare spazio in noi, Gesù ha dovuto "strappare" lo Spirito Santo al Cielo con la sua agonia in croce, col suo grido di abbandono e solitudine dal Padre. In quel drammatico e paradossale "gioco" di sofferenza e solitudine si riassume la "verità tutta intera". Questa verità è che per noi uomini, per amore e passione nostra, il Figlio, il Padre e lo Spirito Santo si sono messi in gioco al punto da sembrare che la Trinità stesse per spaccarsi. La verità tutta intera è che la Trinità è come se si fosse completamente dispiegata e dilatata per farvi entrare dentro ogni uomo, pagando per intero il drammatico prezzo al nostro posto. La verità tutta intera è che ormai la nostra dimora è il seno del Padre, accanto al Figlio, avvolti dallo Spirito. E' il resto ad essere apparenza. Se questo è vero, giustamente Gesù diceva che non siamo in grado di reggerne il peso. Per questo ci viene in aiuto lo Spirito, per permetterci di trasformare la nostra vita, in tutta la sua normalità, in una esperienza di Trinità. Questo è il nostro destino: non possiamo aspirare a qualcosa di meno.

RF

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«Dategli voi stessi da mangiare» (Lc 9,13)

La folla li attornia stanca e affamata, i discepoli si sentono senza risorse e Gesù reagisce con una provocazione: "date voi stessi da mangiare".

Gesù ribalta come sempre la visione delle cose e ci porta su un altro piano. Dinnanzi all'amore e al  servizio ci guardiamo attorno per vedere se abbiamo delle cose da dare. Invece l'amore non dà cose ma dona sé stesso. Questo ha fatto Gesù morendo sulla croce: non ha cercato cose ma sé stesso. Così è l'Eucaristia che di quella croce e dell'epilogo della risurrezione è memoriale: Gesù continua dare non cose ma sé stesso.

Cosa dovrà fare il discepolo che a quel Pane continua cibarsi? La risposta è ovvia e l'impegno è serio: una è la via tracciata dal Maestro e al discepolo non è lecito inventarsene un'altra.

RF

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«Ma voi chi dite che io sia?» (Lc 9,20)

"Ma voi chi dite che io sia?". Immagino il silenzio che seguì a questa domanda. E in quel silenzio anche tutto l'imbarazzo: non si può più barare col "sentito dire". Qui Gesù chiede un coinvolgimento personale: voi, tu puoi dirmi chi sono per te? Proviamo anche noi a metterci dentro a questo silenzio imbarazzante e rispondere a questa domanda senza ricorre alle formule del catechismo ma solo al coinvolgimento della nostra anima. Cosa ne verrà fuori?

Solo se saremo capaci di dirgli che che è il perno della nostra vita, che è l'amore che ci ha salvata in questa e in quell'occasione, saremo anche capaci di aderire alle esigenti richieste che seguono: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua". Sì, perché solo chi sente amato può rispondere con un amore così radicale.

 RF

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«Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi» (Lc 10,3)

Affascinante quel "agnelli in mezzo ai lupi". Perché se confrontato con la finale del brano "Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico" non significa che si è mandati allo sbaraglio ma che l'agnello nasconde una potenza inusuale nella sua debolezza.

I 72 discepoli infatti sono mandati a due a due. Non solo perchè testimoni credibili perché "vale la testimonianza di due" ma perché in quel due si cela il germe della comunità, il seme della Chiesa: e di fronte ad essa gli inferi non prevarranno. Perché nella fragilità di quei due, come per i discepoli di Emmaus, icona della Chiesa nascente, c'è tutta la potenza del Cristo, che solo Lui ha vinto il mondo.

Agnelli, certo, deboli, perché è vero ma non soli. Ravviviamo perciò i nostri rapporti di comunione e sfuggiamo ogni individualismo e solitudine narcisistica: avremo tutta la potenza che vince il mondo.

 RF

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«fatevi amici con l'iniqua ricchezza» (Lc 16,9)
 

La parabola di Gesù mette in evidenza un mondo di loschi affari e truffe ben stigmatizza la debolezza dell'uomo di fronte alle ricchezze. La falsità e lo sfruttamento sono sempre in agguato, indeboliscono la volontà visto che l'amministratore infedele una volta scoperto teme di doversi mettere a lavorare e cerca una soluzione come sempre fatto, con l'ennesima truffa perpetrata al suo padrone.

Eppure in quel suo tentativo di farsi degli amici con una ricchezza non sua perché questi li possano accogliere viene celata una possibilità di scampo all'uso individualistico delle ricchezze. Possiamo farci degli amici che possano accoglierci nelle loro dimore e questi amici sono i poveri a cui Gesù ha affidato il Regno dei Cieli: loro possono aprirci le porte del regno. Le nostre ricchezze, sempre inique nel linguaggio lucano perché sottratte a chi non possiede nulla, possono diventare i l biglietto d'ingresso di una dimensione nel momento in cui vengono condivise. Ciò che guadagno non lo guadagno solo per me ma anche per i poveri, ed il possesso di quelle ricchezze mi rende responsabile verso di essi.

Un bel cambiamento di prospettiva ma niente di diverso da quello descritto sempre da Luca nel magnificat cantato da Maria di fronte ad Elisabetta: "Ha rovesciato i potenti dai troni ha innalzato gli umili".

 RF

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«c'era un uomo ricco» (Lc 16,19)

Questa parabola di Gesù mi spaventa e mi mette inquietudine non tanto per quello che dice del ricco epulone ma soprattutto per quello che non dice. Infatti non dice che quest'uomo era ricco perché aveva truffato, oppure perché aveva rubato o ucciso. Dice solo che era un uomo ricco. E' lecito immaginare che quest'uomo abbia anche faticato e sofferto per raggiungere la sua posizione economica e che ora lecitamente si goda il frutto delle sue fatiche. Eppure muore e sta "nell’inferno tra i tormenti". Perché? Che ha fatto di male? E' proprio questo che mi inquieta: non ha fatto nulla, semplicemente non ha fatto nulla! E' tutta qui la sua condanna: l'inazione e l'indifferenza. Mi tornano alla mente le parole di Gesù nel Giudizio universale:"Avevo fame e non mi avete dato da mangiare..."

La ricchezza rischia di uccidere l'attenzione a quanto ci circonda e farci ripiegare su noi stessi. Ma anche le legittime pretese sul godimento della propria vita diventano ingiustizia quando altri non possono goderle e noi ce ne stiamo beatamente a guardare. Perché proprio chi non può goderle è Gesù!

 RF

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«non sono stati guariti tutti e dieci?» (Lc 17,11-19)

Come mai Gesù dice solo allo straniero riconoscente: "la tua fede ti ha salvato"? Eppure tutti e dieci i lebbrosi sono stati destinatari della guarigione procurata da Gesù. Esiste una profonda differenza tra guarigione e salvezza che si radica in una differente dimensione dell'anima che la genera ed è quella che bisogna penetrare. La discriminante sta proprio nell'atteggiamento riconoscente dello straniero che è molto più del semplice dire "grazie". Dietro l'atteggiamento riconoscente c'è la consapevolezza della gratuità del dono ricevuto. In quanto dono non è dovuto né meritato. E' questo che innesca la riconoscenza: non avevi nessun motivo per farlo eppure l'hai fatto! Solo entrando nella dimensione della gratuità si può penetrare il cuore di Dio, perché Lui è Amore, e l'amore non ha mai un perché, è motivo a sé stesso: uno ama perché ama, cioè, è gratis! Perciò quell'atteggiamento riconoscente rispecchia il cuore di Cristo, e diventa l'espressione più bella della fede perché riconoscenza e gratuità sono facce di una stessa medaglia. Lo straniero è salvo proprio perché è riuscito a partecipare a questo mistero d'amore e solo l'amore risana oltre le ferite del corpo, tergendo le piaghe più recondite dell'anima.

 RF

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«pregare sempre» (Lc 18,1-8)

         Gesù non ci chiede di lavorare, di vegliare o di digiunare sempre, ma di pregare sempre sì: la parabola del Vangelo di oggi è proprio sulla necessità di pregare sempre.

         Se il giudice disonesto, dice Gesù, si decide a far giustizia alla vedova insistente pur di togliersela dai piedi (perché non lo 'tormenti', troviamo scritto), tanto più, ovviamente, Dio farà giustizia, e rapidamente, agli eletti che gridano giorno e notte verso di lui.

         Ma Gesù chiede: gli eletti gridano giorno e notte? Si trova la fede sulla terra?

         Eppure sappiamo che pregare è sempre possibile; è possibile, dice San Giovanni Crisostomo, fare una frequente e bella preghiera anche al mercato o durante una passeggiata solitaria. È possibile, aggiunge, pure nel vostro negozio, sia mentre comperate sia mentre vendete, o anche mentre cucinate!

         Perché prega incessantemente colui che unisce la preghiera alle opere e le opere alla preghiera.

 GG

 

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«abbi pietà di me» (Lc 18,9-14)

         Come domenica scorsa, anche oggi il Vangelo di Luca ci parla della preghiera, con la parabola del fariseo e del pubblicano.

         Il fariseo sale al tempio per ringraziare Dio, e ne ha buoni motivi: egli infatti nella sua vita fa anche più del dovuto ('digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo'); eppure, la sorpresa: Gesù dice che il fariseo torna a casa non giustificato.

         Cosa non ha funzionato agli occhi di Dio? Forse il fatto che il fariseo prega 'tra sé': un monologo dunque, più che una preghiera, con al centro se stesso, le proprie opere buone, e con un certo disprezzo per gli altri uomini meno bravi di lui.

         Soprattutto il fariseo si dimentica di quella che è invece l'unica cosa che chiede a Dio il pubblicano, anche lui salito al tempio, il quale però si ferma a distanza, non osa nemmeno alzare lo sguardo, si batte il petto, e implora: "O Dio, abbi pietà di me peccatore".

         Di questo abbiamo tutti bisogno, e il pubblicano che l'ha chiesto a Dio, da Dio l'ha ottenuto!

 GG

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Un sicomoro  (Lc 19,1-10)

         Grande movimento nell'episodio del Vangelo di oggi: Gesù passa per Gerico; e tra la folla un uomo ricco, capo degli esattori delle tasse, ma piccolo di statura, sale su un albero, un sicomoro, per vedere chi fosse Gesù. E lo vede, ma non è questo che conta; ciò che conta è che Gesù vede lui, e tra la mormorazione dei benpensanti si autoinvita a casa sua.

         Sappiamo come va a finire: pieno di gioia Zaccheo accoglie Gesù, e Gesù per Zaccheo è ormai 'il Signore'; la 'salvezza' entra in quella casa ed al Signore Zaccheo proclama la sua concretissima conversione: metà dei beni ai poveri, e la restituzione del quadruplo a chi è stato da lui frodato.

         Ancora oggi dalle parti di Gerico si trova un sicomoro che una tradizione indica come 'quel' sicomoro, dove Gesù ha visto Zaccheo, quel giorno, in quel momento: l'occasione della vita, che Zaccheo non si è lasciata scappare.

         Ogni giorno, anche oggi, c'è un sicomoro per ciascuno di noi…

 GG

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«Beati»  (Mt 5,1-12)

         La festa di tutti i santi diventa ogni anno più solenne, perché ogni anno cresce il numero dei nostri fratelli e delle nostre sorelle che Gesù chiama alla comunione piena con sé, al paradiso, alla gioia.

         E di gioia è piena la bellissima pagina del Vangelo di oggi, le beatitudini: con esse Gesù ci indica la strada da percorrere quaggiù per gustare un primo assaggio della gioia preziosa, e dunque a caro prezzo, della santità.

         Conosciamo le beatitudini, le abbiamo sentite tante volte; eppure esse rimangono ancora lontane dalla nostra mentalità umana, che ci farebbe dire piuttosto beati i ricchi, beati coloro che godono, che sono tranquilli, che hanno potere, che non hanno motivo di pianto…

         Come fare allora per incarnare il 'beati' di Gesù? Lasciando che sia Lui a trasformarci. 'Beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore': questa esclamazione di Elisabetta alla cugina Maria (Lc 1, 45) è la beatitudine che riassume tutte le altre, e ne è come la sorgente.

 GG

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Uguali agli angeli  (Lc 20,27-38)

         Cosa c'è dopo la morte? Nel Vangelo di oggi questa domanda, antica quanto l'uomo, è il motivo della questione che i sadducei, i quali non credevano alla risurrezione, pongono a Gesù.

         I sadducei partono dal 'levirato', in uso allora in oriente, Antico Testamento compreso: l'obbligo cioè di sposare la moglie del fratello morto senza figli, per dargli una discendenza. C'erano dunque sette fratelli, tutti morti senza figli: la donna, moglie di tutti e sette uno dopo l'altro, nella risurrezione di cui parla Gesù, di chi sarà moglie?

         La risposta è che non si possono capire le realtà dell'al di là solo con i ragionamenti di quaggiù. Nell'altro mondo, ci dice Gesù, non c'è la morte, né la necessità di assicurarsi una discendenza: vivremo con il Dio dei vivi.

         Le parole di Gesù ci offrono dunque un assaggio di quella meravigliosa sorpresa che sarà il paradiso: vedere, amare e godere Dio senza fine; e San Luca inventa addirittura qui una nuova parola: 'isaggeloi': i figli della resurrezione, ci insegna Gesù, sono 'isaggeloi', uguali agli angeli.

 GG

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«Nemmeno un capello del vostro capo perirà»  (Lc 21,5-19)

         Gesù è ormai giunto a Gerusalemme e si avvicinano per lui i giorni della passione; è il tempo delle drammatiche profezie sulla distruzione del tempio e sulla fine del mondo. Molte parole del Vangelo di oggi ci fanno paura: 'non resterà pietra su pietra', 'vi saranno terremoti, carestie e pestilenze…fatti terrificanti', 'ma prima…vi perseguiteranno', 'sarete traditi persino dai genitori, dai fratelli…e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi', 'sarete odiati da tutti'.

         Pare di vederli, i seguaci di Gesù, ascoltarlo timorosi, con stupore, e far sgorgare spontanea la domanda: 'Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?', quasi a dire: 'Potremo cavarcela, e in che modo?'

         Sì, ce la caveremo, perché le parole di Gesù, come sempre, ci assicurano la sua protezione infallibile, divina; ecco allora spuntare in queste righe apocalittiche la vittoria finale dell'amore di Dio, e della testimonianza dei cristiani: 'non vi terrorizzate', 'io vi darò lingua e sapienza a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere', 'salverete le vostre anime'. Addirittura: 'nemmeno un capello del vostro capo perirà'.

 GG

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«Amen ti dico, oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23, 35-43)

         L'ultima domenica dell'anno liturgico è dedicata a Cristo Re; un Re che il Vangelo di oggi ci presenta lontano dalle nostre idee umane: Gesù è Re sulla croce, schernito dai capi e dai soldati, e persino da una scritta sopra il suo capo (l'unica cosa scritta su Gesù nel tempo della sua vita): Questi è il re dei Giudei.

         Anche uno di quelli che condividono la sua sorte dolorosa lo insulta, lo 'bestemmiava' dice l'evangelista Luca. L'altro, invece, no: è il buon ladrone, un santo canonizzato da Gesù stesso (ha rubato anche il paradiso!), e martire, testimone di Cristo nel momento in cui tanti erano fuggiti. Il buon ladrone è l'unico in tutto il Nuovo Testamento a rivolgersi a Cristo chiamandolo semplicemente 'Gesù', e lo prega: "Ricordati di me".

         La risposta è una delle sette frasi di Gesù in croce, una solenne affermazione: "Amen ti dico, oggi sarai con me nel paradiso"; è straordinario, divino, che dalla bocca di Cristo morente in croce esca la parola 'paradiso', cioè giardino, luogo di delizie; ma ancor più meraviglioso è sentire che non in futuro, ma oggi stesso, per il buon ladrone c'è la certezza: "oggi sarai con me".

         Se c'è riuscito il ladrone, perché noi non dovremmo?

 GG

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«Vegliate» (Mt 24,37-44)

         Il mondo attorno a noi corre, insegue progetti, desideri… anch’io, forse anche tu. Partecipiamo al gioco: corriamo a ci affanniamo ogni giorno… dietro ad una illusione che prima o poi ci chiederà il conto. La vita è come un supermarket, riempi il carrello fin che puoi, ma alla fine devi passare alla cassa…

Pessimismo? No, sano realismo: non c’è cosa più saggia che vivere nella realtà. Gesù vive nella realtà non si illude e non illude. Siamo all’altezza di ciò che ci accade? Della realtà che ci chiede di tenere i piedi per terra? Ci voleva Dio per riportare l’uomo all’essenziale. Questo significa “vegliare”. Guardare alla nostra vita con distacco e scegliere ciò che conta, ciò che resta. Ciò che resta chiede un prezzo subito, non si nasconde dietro un dito, ma da anche la gioia ora. Gioia! Poter dire: sono pronto alla Tua venuta. Forse tutti abbiamo qualcosa da sistemare. Ecco il tempo opportuno!

 G2

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«Convertitevi» (Mt 3,1-12)

         Non bada alla forma Giovanni. Vestito di peli di cammello con una cintura ai fianchi. Figura di altri tempi. La sua, una modalità non consona ai nostri clichè… Eppure giunge a noi dall’ultimo profeta, qualcosa di stranamente attuale, vivo. Egli grida in fondo una sola cosa: sii autentico! Chi non desidera esserlo? In fondo tutti lo desideriamo! E’ solo così, ammettendo la verità di noi stessi che possiamo incontrare la “Verità che viene” a noi col Natale. Gesù non ci chiede la perfezione come noi la intendiamo. Vuole entrare in dialogo con noi. E’ amico che ama intrattenersi con noi e tra amici le maschere non servono, cadono… sotto i colpi della fiducia e dell’amore. Convertirsi allora, è credere a questa fiducia e  mettersi a nudo davanti a Lui e lasciandosi ridire la propria personalissima verità, da Lui che è la Verità.

 G2

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«Il più piccolo del Regno» (Mt 11,2-11)

Tutti i profeti, fino a Giovanni Battista, hanno parlato nei secoli di Dio. Della sua Alleanza (amicizia) con Israele. E’ una bellissima storia quella di questo rapporto. Ora, in questi giorni, la storia subisce un’accelerazione senza pari. La presenza di Gesù tra di noi ci risucchia, come in un vortice, in un’altra dimensione. In questa dimensione “grandezza” e “piccolezza” assumono caratteri totalmente diversi rispetto al passato. Giovanni è grande, ma il più piccolo nel Regno è più grande di lui! Tu che leggi, forse ti sentirai così… il più piccolo, nel vivere il vangelo, nel rapporto con Dio, nel vivere l’amore portato da Gesù… Ma solo per il fatto che sei nel nuovo tempo instaurato da Gesù, nel tempo del Regno di Dio tra gli uomini, solo per questo sei più grande di Giovanni! Che altissima dignità! Da qui, da ciò che siamo agli occhi di Dio possiamo partire per realizzare la nostra vita con Lui.

 G2

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«Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo» (Mt 1,18-24)

Un vangelo da capogiro. La ragione oggi tocca i suoi confini e cede il passo alla fede. Troppo semplice, troppo alto e puro, troppo assurdo per la nostra logica ciò che accade in questa pagina: un bambino viene concepito da una donna senza il concorso naturale di un altro uomo. Nessuna tecnica di ingegneria genetica. E’ Dio che entra nella nostra vita e lo fa a suo modo non secondo i nostri schemi. Emmanuele: Dio con noi… la mente distratta dal prodigio e forse bloccata, perde di vista il vero miracolo: Dio, l’onnipotente, l’irraggiungibile, il totalmente altro, sceglie di stare con noi per più di trenta anni. Tempo in cui la storia dell’umanità sembra arrestarsi e riprendere il cammino in direzione opposta. Ora il Figlio, riporta me, riporta te, chi ti sta accanto o ti è lontano, al Padre di tutti. Ora la pace ha un nome, non è una chimera. Basta seguire questo bambino, per ritrovarsi fratelli, non più dispersi e soli, ma membri di un’unica famiglia riconciliata.

G2

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«Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento»
(Lc 2,15)

Natale è da sempre la festa della luce, la luce del sole che in questi giorni di dicembre ricomincia ad allungare il suo tempo sulla notte, e la Luce di Dio, che oggi viene nel mondo; ha dunque un fascino particolare celebrare la Messa di Natale al sorgere della luce.

         Il Vangelo della Messa 'dell'aurora' ci narra ciò che è successo in 'quella' aurora: la visita dei pastori a Maria, a Giuseppe e al Bambino.

         L'evangelista Luca per ben tre volte in poche righe usa qui il termine greco 'rhema': è una parola che, come la corrispondente ebraica 'dabar', significa appunto 'parola'; la parola che il Signore ha fatto conoscere ai pastori (versetti 15 e 17) e che Maria 'medita' nel suo cuore (versetto 19).

         Ma si tratta di una parola speciale, di una parola che 'avviene', che non solo dice, ma anche 'fa quello che dice': la Parola eterna, infinita di Dio, che si fa carne.

         Anche noi possiamo dar gloria a Dio, vivere la gioia, lo 'stupore' che provarono quel giorno gli angeli e gli uomini a Betlemme per questo 'avvenimento': Dio nascosto nella debolezza di un bambino, figlio di Maria, nostro fratello.

 GG

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         «Fuggi» (Mt 2,13)

Quest'anno la domenica della Santa Famiglia si celebra il giorno dopo Natale: potremmo dire che la poesia del Natale finisce presto.

         Infatti nel Vangelo di oggi San Giuseppe fugge in Egitto, guidato da un angelo in sogno, e porta con sé il Bambino e sua Madre: è questione di vita o di morte. Fugge nella notte in Egitto, avrà paura a ritornare in Giudea, si rifugerà in Galilea, custode premuroso del Bambino e di sua Madre.

         La Santa Famiglia dunque, proprio lei, è una famiglia di profughi, vittima della persecuzione del potente di turno, Erode.

         'Meno male che adesso non c'è, Nerone!', dice una canzone di qualche anno fa; Nerone o Erode, siamo sicuri che adesso non ci siano più?

         Se pensiamo alle varie persecuzioni di oggi contro 'la famiglia', ai bambini maltrattati, offesi nei loro diritti, uccisi, vediamo che Nerone o Erode ci sono ancora, eccome. Ma l'esperienza della Santa Famiglia ci incoraggia e assicura che Dio alla fine libera dal male; l'angelo annunzia a Giuseppe: "sono morti coloro che insidiavano la vita del Bambino" (Mt 2, 20).

 GG

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«Gli fu messo il nome Gesù» (Lc 2,21)

         Oggi è capodanno, ed è la festa del nome di Gesù; il nome col quale egli era stato chiamato dall'angelo, annota l'evangelista Luca, ancor prima di essere concepito da Maria.

         È bello, è di buon augurio poter iniziare un nuovo anno, ed ogni nostra giornata, nel nome di Gesù, che significa 'Salvatore'.

         Il poeta Giacomo Leopardi, immaginando il dialogo tra un venditore di calendari ed un passante, dubita che col nuovo anno 'si principierà la vita felice': 'quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce'…

         La speranza cristiana invece è tutta riposta in questo bambino, che non solo si chiama, ma è realmente il nostro 'Salvatore', anzi l'unica salvezza senza illusioni.

         Gesù salvatore basta ed avanza; con noi però c'è anche Maria, la madre del bambino: oggi infatti è la più importante delle sue feste, è la solennità che la celebra madre di Dio.

         Con Gesù e con Maria, dunque, l'anno che oggi comincia certamente sarà un 'buon anno'.

 GG

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«luce - tenebre» (Gv 1,1-18)

         Il prologo del Vangelo di Giovanni è il testo che la Chiesa ci propone oggi, come anche alla Messa del giorno stesso di Natale; si tratta di una tra le pagine più belle e celebri della letteratura mondiale: "In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio…"

         Più volte  troviamo in queste righe la contrapposizione netta: tutto-niente, accogliere-non accogliere, luce-tenebre.

         Di fronte al tutto di Dio, alla sua pienezza, alla sua divinità che 'si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi' non sono possibili mezze misure; o siamo luce o tenebra, la penombra non è possibile.

         Nasce quasi spontanea la paura di non farcela; ma il vangelo è buona notizia: a quanti l'hanno accolto, han detto di sì, il Verbo ha dato potere di diventare figli di Dio; è Dio dunque il protagonista, e lui ce la fa di sicuro.           Momento forte di questa trasformazione dell'uomo in Dio è l'Eucarestia, tema speciale per la Chiesa quest'anno. Da Gesù abbiamo ricevuto, 'e grazia su grazia'; dall'Eucarestia, 'da Dio', siamo 'generati'. È questo il cammino di luce che ci è stato donato.

 GG

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«oro, incenso e mirra» (Mt 2,11)

         Oggi è una grande solennità: il Bambino Gesù si 'manifesta' (è questo il significato della parola 'epifania') al cosmo (la stella) ed a tutti gli uomini, fino ai più lontani.

         I Magi vengono da lontano, da un imprecisato oriente, e sanno bene dove stanno andando, e perché. Protagonisti ante litteram del cammino cristiano, chiedono ad Erode: "Dov'è il re dei Giudei che è nato? Siamo venuti per adorarlo". Questa parola guiderà la Giornata Mondiale della Gioventù 2005 a Colonia, città che ha ospitato per secoli le reliquie di questi uomini misteriosi e buoni, i primi adoratori di Gesù non ebrei.

         Entrati nella casa (di Giuseppe, piena zeppa di parenti giunti per il censimento), i Magi offrono oro (simbolo della regalità, e che avrà senz'altro fatto comodo a Giuseppe nella fuga in Egitto), incenso (simbolo della divinità) e mirra (simbolo dell'uomo che morirà in croce).

         Il Vangelo non ci dice quanti fossero; da San Leone Magno in poi si pensa che fossero tre, in rapporto ai loro tre doni; di sicuro essi, nell'aprire prostrati i loro scrigni di fronte al Bambino e a sua Madre, sono un bellissimo modello per tutti noi.

GG

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«per farsi battezzare» (Mt 3,13)

         'L'epifania tutte le feste porta via', dice un proverbio; così la festa di oggi rischia di passare un po' in secondo piano, nel clima di smantellamento dei presepi e degli alberi di Natale.

         Eppure si tratta di un evento centrale nella vita di Gesù, narrato da tutti e quattro i Vangeli: il suo battesimo, l'unica manifestazione della Trinità alle folle (troviamo infatti qui una delle rare parole del Padre, 'la voce dal cielo' che dice l'amore per il Figlio, e il segno dello Spirito 'come una colomba').

         Secondo un'antica tradizione Adamo dopo il peccato originale si reca pellegrino al fiume Giordano; anche Gesù, nuovo Adamo, lo fa, ed inaugura la sua missione pubblica in fila coi peccatori: le parole di Gesù che chiede il battesimo all'esterrefatto Giovanni nel Vangelo di Matteo sono le prime parole sue che troviamo sfogliando la Bibbia, e dicono 'sì' alla volontà del Padre, un 'sì' che egli ripeterà sempre, fino al secondo battesimo, la morte in croce.

         Ed ha ben ragione a meravigliarsi, Giovanni Battista, di questo rovesciamento: Cristo non viene santificato dalle acque, ma le santifica per noi. Immerso nel peccato, Gesù non è peccatore, e noi con lui, se custodiamo la grazia del battesimo che ci ha donato e ci dona.

         Basterebbe che noi fossimo coerenti con il nostro battesimo per…

 GG

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«Ecco l'agnello di Dio» (Gv 1,29)

"Ecco l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo". Gesù non ha ancora iniziato il suo ministero di predicazione e subito viene presentato nel modo più duro. Certo, a noi oggi l'agnello fa tenerezza ma l'immagine che Giovanni evoca nella cultura religiosa ebraica farebbe accapponare la pelle a chiunque. E' come se dicesse: "ecco la carne da macello che verrà sacrificata per i vostri peccati", visto che l'agnello era la vittima sacrificale espiatoria. E' come se dicesse che è impossibile conoscere Gesù se non a partire da quell'immenso dono d'amore che è il suo dare la vita al mio posto. Per seguirlo devo prima di tutto accettare che Lui mi possa amare così: "non noi abbiamo amato Dio ma Lui ci ha amati per primi donandoci il suo figlio unigenito per la remissione dei nostri peccati". E l'amore chiama amore. Seguire Gesù non è eseguire dei precetti ma ricambiare un dono, perché "l'amore con l'amore si paga". Allora sarà vera sequela.

 RF

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«Vide due fratelli... che gettavano la rete» (Mt 4,18)

Quale cosa meravigliosa il Figlio di Dio che vede questi due fratelli, Pietro e Andrea, mentre gettano la rete in mare. Li coglie come in una istantanea che li fissa per l'eternità in un gesto usuale e abitudinario per loro: gettare la rete "perchè erano pescatori". Era il loro lavoro, ciò che riempiva le loro giornate, nella fatica di portare avanti la loro famiglia. E' importante rendersi conto che questo sguardo di Gesù è posato sopra ciascuno di noi proprio nel ripetersi delle nostre azioni quotidiane, quelle che fanno andare avanti la nostra vita senza clamore. Il mio lavoro, i miei rapporti con le persone che amo, il mio riposo... Tutto viene fissato come in una istantanea per l'eternità, perché lo sguardo di Gesù è uno sguardo d'amore che sorregge e riempie di valore anche le azioni che non calcolo più, consumate dall'abitudine. Che bella la vita vissuta così. E cosa può diventare una vita vissuta così! Quello che capitò ai due fratelli quando incrociarono lo sguardo di Gesù: non fu più la stessa cosa.

 RF

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«Beati i misericordiosi...» (Mt 5,7)

"Beati i misericordiosi perchè otterranno misericordia". Tra le beatitudini sembra quella meno paradossale e quasi ovvia: è facile che una persona misericordiosa riceva dagli altri un atteggiamento analogo. Ma attenzione, questa sorta "do ut des" spirituale non coincide col contesto delle beatitudini, così radicale nelle sue esigenze. C'è sotto qualcosa. Infatti si può capire meglio mettendolo in parallelo con il Padre nostro dove c'è un analogo "rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori" o con il discorso delle beatitudini lucano: "Siate misericordiosi come il Padre vostro". Il punto fondamentale è che la misericordia è la chiave d'accesso al rapporto con Dio, senza la quale si rischia di rimanere fuori. E' perchè sono destinatario della misericordia di Dio per me che sono Felice, beato! Ogni volta che metto in atto la misericordia entro nel cuore di Dio e lì rimango: ci può essere felicità più grande?

 RF

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«...ebbe fame» (Mt 4,1-11)

"Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame". Mi ha incuriosito questa nota di Matteo nell'episodio delle tentazioni. E' un momento di debolezza e in quella debolezza si insinua il maligno con le sue voci... Ha aperto una finestra sulle nostre tentazioni che insorgono quando il nostro cuore ha "fame" di qualcosa che lo colmi e lì le voci del maligno suggeriscono spesso le scorciatoie per riempirlo. Così nascono i peccati, perché abbiamo fame. Allora la strada più efficace per impedire alla tentazione di insorgere è di avere il cuore sazio. Ma cosa può rendere sazio il nostro cuore? "Tu ci hai fatto per Te Signore, ed il nostro cuore è inquieto se non riposa in Te" affermava S. Agostino. Lì dobbiamo continuamente attingere attraverso nella preghiera, nella frequenza alla Parola di Dio e sopratutto nella Carità. Dio, immensa fonte dell'Amore, ha fatto il nostro cuore per amare ed essere amati e non saremmo mai sazi finché non smetteremo di pensare a noi stessi per donarci agli altri. E lì il maligno avrà poco spazio per trovare il nostro ascolto.

 RF

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«...li condusse in disparte» (Mt 17,1-9)

Gesù porta i suoi discepoli più intimi dentro il mistero della sua identità e del suo rapporto col Padre. E' un momento essenziale per lui e per quegli uomini che lo stanno seguendo proprio quando ormai diventa sempre più chiaro il suo futuro di passione. E' affascinante l'annotazione di Matteo: "li condusse in disparte". Perché non rendere pubblica una realtà cosi profonda? Forse avrebbe potuto cambiare il suo "destino"... Perché "in disparte"? Forse perché l'esperienza di Dio non è un fenomeno "massmediatico", non è un semplice coinvolgimento emotivo ("è bello per noi stare qui"). E' qualche cosa che deve entrare prima di tutto in quel luogo "in disparte" della nostra anima, là dove nascono le scelte e le decisioni che cambiano la vita. Altrimenti si riduce alla puerile lacrimuccia da spot televisivo che muove i sentimenti ma non le nostre azioni. Ecco perché non fanno le tre tende e scendono a valle: da quel luogo "in disparte" della propria anima ci si muove verso le espressioni più radicali dell'amore, come quella di dare la vita per i propri fratelli.

 RF

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«Il Padre cerca tali adoratori» (Gv 4,23)

Nel sorprendente dialogo con la samaritana Gesù rivela nientemeno che Dio stesso è alla ricerca dei veri adoratori, dei veri credenti; evidentemente non è facile trovarli. Chi sono? Quelli che lo adorano “in spirito e verità”. Coloro che sanno andare all’essenziale del rapporto con Dio, che hanno lo spirito del Padre. Essi non sono legati ad un luogo di culto specifico: Gerusalemme, S. Pietro, Lourdes… ma sanno che Dio è dappertutto, in ogni luogo, in ogni fratello. La loro religione non è fatta di ex voto, coroncine, devozioni, abiti particolari, apparati esteriori, ma di Parola di Dio vissuta giorno dopo giorno. Per loro la sostanza viene prima della forma, l’amore prima delle pratiche, il fratello prima dell’altare. Solo così la religione cristiana non diventerà una struttura cui sottostare, giustamente antipatica ai più, ma tornerà ad essere il luogo dell’incontro sconvolgente con Cristo.
 MM

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«Colui che parla con te» (Gv 9,37)

Cosa prova un cieco nato ad aprire gli occhi per la prima volta? E’ un’emozione che noi assuefatti a vedere riusciamo solo lontanamente a immaginare e che forse si può riassumere in una parola: luce. Il cieco scoprì di colpo la luce, i colori, le forme.

Cosa prova un’anima spenta ad incontrare Dio? E’ un’emozione ancora più forte che si può riassumere con la stessa parola: luce. Il mondo avverso e penoso, la mia mediocre vita, l’ambivalente presenza degli altri, tutto si illumina, acquista connotazione e senso, prende una direzione. Dove trovare questa luce, dov’è colui che ci può illuminare? Non è lontano. Il cieco-vedente, alla fine del brano, se lo trova davanti in un incontro a due toccante,  lo ascolta, gli parla, parole eterne che cambiano una vita fino allora dolente. E’ vicina questa luce, ci attende e ci cerca allo stesso tempo.

 MM

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«Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro»
(Gv 11,5)

"Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro". Che frase straordinaria, su cui troppo facilmente si sorvola. Questo episodio raccontato da Giovanni è un'autentica manifestazione dello spessore umano dell'amore soprannaturale! E' l'episodio in cui Gesù "scoppiò in pianto" di fronte alla tomba di Lazzaro e fa dire ai presenti: "Vedi come lo amava!". L'amore di Gesù che produce la risurrezione di Lazzaro non è ne un'arcana magia soprannaturale ne una fredda e disincarnata espressione della volontà di Dio. E' qualcosa che tocca le "viscere" di chi lo dona, lo coinvolge sino all'intimo perché "voleva molto bene". Gesù amava da uomo intero, con la volontà, con la testa e col cuore. Con questo amore "caldo" Gesù ama me, te, ciascuno... Che fare? Lasciamoci toccare da questo calore "viscerale" che risusciti la nostra fredda umanità schiacciata dal cinismo in cui siamo costretti a vivere nel mondo. Da nuovi "Lazzaro" torneremo a vivere nei nostri ambienti con una eredità da far fruttare: lasciamo che il nostro amore non sia solo un dovere cristiano ma anche un impeto del cuore toccato da Cristo. Cominciamo anche noi a "volere molto bene".

 RF

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«Sigillando la pietra» (Mt 27,66)

Col sigillo della pietra termina il racconto del Passio, la tomba viene chiusa, il sangue è stato versato sino in fondo, tutto è compiuto. Tutto quello che si poteva soffrire Gesù l’ha sofferto, ha addirittura provato l’inconcepibile impressione di essere abbandonato dal Padre. Non c’è dolore umano che lui non abbia preso su di sé. Tutto ciò che di brutto ci potrà capitare nella vita Gesù l’ha attraversato, l’ha fatto suo. Non saremo mai più soli, nemmeno nella situazione più imprevedibile. Il crocifisso sarà il mio riferimento, la mia consolazione, la risposta ogni volta che mi sentirò deriso, scartato, oggetto di menzogna, accusato, tentato, tradito, svalutato, incompreso, sospettato, angosciato, impaurito dal futuro, inascoltato, impotente, lontano da Dio, orfano, stanco, illuso, fallito, incapace, arido, fragile, disorientato, malinconico, inutile, incerto, strano. Sotto qualsiasi forma il dolore mi visiterà potrò scoprire il volto amico e radioso di Dio.

 MM

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«Quand'era ancora buio» (Gv 20,1)

Questo episodio ci trasmette un clima misterioso e sacro. Il sole non è ancora sorto quando Maddalena si reca al sepolcro. E’ il buio della tristezza infinita dentro di lei. L’afflizione disperata le impedisce di capire cosa è successo, interpreta male il segno della pietra ribaltata. Pietro e Giovanni corrono a vedere, hanno ritmi diversi eppure si aspettano con rispetto, la Chiesa sarà appunto un grande popolo di uomini diversi che dovranno capirsi e rispettarsi. Immaginiamo lo stupore, anzi lo sconcerto dei due apostoli che entrano dentro: Gesù, il morto, non c’è più, c’è silenzio, tutto è in ordine, cos’è successo? Il giovane crede. E’ l’amore particolare che lo lega a Cristo a  dargli un intuito speciale. Gesù fisicamente non appare, ma sono i segni che lo indicano, che parlano di lui. Anche a noi è richiesto di saper vedere oltre, di cogliere tra le pieghe della vita, la presenza gioiosa del Risorto.

MM

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«Pur non avendo visto» (Gv 20,29)

In quel giorno felice di maggio, a Gerusalemme circa duemila anni fa, attorniato dai suoi apostoli ancora sbigottiti, di fronte a Tommaso, troppo umano per non risultarci un familiare compagno, Gesù ad un tratto ha pensato a noi.  A noi cristiani che non l’abbiamo visto di persona, ma abbiamo creduto alla sua risurrezione dal regno dei morti. Ha detto che siamo beati per questo. Sapeva che non è facile credere ad una cosa del genere e non sarà troppo severo con quanti non ci riusciranno. Non ha detto che credere è un penoso dovere, ma che al contrario arreca beatitudine, felicità. Come spiegare che è proprio vero?

Credere senza vedere significa credere sulla parola di altri, la Chiesa si fonda su questo, sulla testimonianza di chi ha visto e sentito, è un atto di fiducia che si è trasmesso di generazione in generazione fino a noi, fino a me.

 MM

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«Erano in cammino» (Lc 24,13)

La strada verso Emmaus è indubbiamente anche la strada della nostra esistenza, segnata dal dubbio, dalla delusione, dalla ricerca di senso, ma anche da una misteriosa presenza che irrompe, prima con discrezione, poi con sempre maggiore pienezza: è il Risorto. I contrassegni di questa presenza sono gli stessi oggi come ieri, identifichiamoli: non si può incontrare a comando, è lui che prende l’iniziativa di raggiungerci; è qualcosa di “normale”, cammina con noi senza sconvolgere rumorosamente la quotidianità, eppure la cambia dal profondo; getta luce sulla Parola, ne fa capire la logica soprannaturale che la anima; diventa visibile nel dono dell’eucaristia; riempie il cuore di gioia, ma rimane ineffabile, “sparisce”, non si lascia definire.

I due discepoli ci mostrano come fare per godere di lui: per strada lo accolgono con semplicità, lo ascoltano a cuore aperto, lo pregano di indugiare con loro, trasmettono la loro gioia ad altri.

 MM

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«Io sono la porta» (Gv 10,7)

Il brano evangelico si addice al periodo di Pasqua. La porta è per definizione un luogo di passaggio (già questo evoca la pasqua), essa permette di uscire da un ambiente per introdursi in uno spazio nuovo. Gesù dunque si propone come transito che conduce al pascolo, alla sazietà, alla pienezza. E’ la croce questo varco che ci apre a un mondo nuovo. Accoglierla con amore significa compiere un misterioso ma tangibile passaggio nel quale ogni giogo diventa dolce, ogni dolore acquista prezioso significato, tristezza e preoccupazione si trasformano in occasioni per amare di puro dono.

Non ci si blocca in mezzo a una porta, niente di più indisponente per chi vorrebbe passare, oltre al pericolo delle correnti... Non si prende la croce con esitazione e tentennamento, senza mai compiere il passo decisivo, niente di più sterile per l’anima; l’amore chiede risolutezza e promette vita in abbondanza.

 MM

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«La mia pace» (Gv 14,27)

Gesù ci promette la pace, la "sua pace" e "non come la dà il mondo". Bisognerebbe provarla questa pace per coglierne la differenza. Non è l'assenza di conflitti nel nostro ambiente, che magari covano sotto la cenere. Non è certamente quel sospiro di sollievo che si prova dopo che tutti sono andati via o si ritorna dal lavoro e si dice tra sé: finalmente pace e faccio quello che voglio. Non è neppure quel senso che si prova di fronte ad un tramonto, alla sconfinatezza del mare o l'imponenza delle montagne.

E' un'altra cosa, perché è frutto dell'amore. Le ultime parole del brano, che preannuncia lo scontro col principe del mondo, fanno intuire qualcosa: mostrare l'amore con cui Gesù ama il Padre. Questo amore richiede il sacrificio supremo, il dolore più profondo, quello della croce. La pace di cui parla Gesù nasce dal "chicco di grano che caduto in terra muore e porta molto frutto". E' la pace che si sperimenta quando non ti appartieni più, ti sei trasferito nella presenza di Dio del prossimo, dove il "principe di questo mondo" con le sue passioni, il suo narcisismo ed egoismo ormai non può più nulla. E' quel fuoco che provarono i discepoli di Emmaus capaci di accogliersi e di accogliere nonostante l'amarezza e lo sconforto che li opprimeva. No, la Sua pace è veramente un'altra pace.

RF

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«Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi» (Gv 14,18)

Che promessa meravigliosa quella di Gesù: non ci lascerà orfani! Come potrebbe, Lui che è l'Emmanuele, il Dio con noi? Dopo la Resurrezione non siamo e non saremo mai soli. Attraverso lo Spirito la presenza del Risorto continua ad attraversare la vita di ogni cristiano e anche di ogni uomo. Lui è lì, a cominciare dal profondo della nostra coscienza, che ci parla, ci consiglia e ci conduce. Lui è lì, dentro le righe del suo Vangelo, ad illuminare le nostre menti e spingere la nostra vita. Lui è lì, celato nel pane e nel vino, a nutrire la nostra carità e il nostro donarci. Lui è lì, dentro le nostre relazioni di carità reciproca, così come accadde ai discepoli di Emmaus, per ricreare il mistero meraviglioso della comunità cristiana. No, non siamo orfani. E se ci sentissimo tali farse dovremmo avere il coraggio di rituffarci dentro uno di questi luoghi appena descritti per sentirci dire ancora una volta il dolce rimprovero: "Tardi e duri di cuore nel comprendere le Scritture...". Il dolce Consolatore tornerà a muovere la nostra vita.

RF

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«Chi mangia e beve di me dimora in me e io in lui» (Gv 6,56)

Veramente mai nome fu più appropriato per indicare il cibarsi dell'Eucaristia: comunione. Perché Gesù ci conferma che cibarsi di Lui porta ad una intimità senza pari con Lui: un dimorare reciproco. Se l'Eucaristia è "il culmine e la fonte" di tutta la vita cristiana allora dobbiamo guardare a questa comunione il culmine e la fonte di tutto il nostro agire. Significa che tutto della mia vita deve spendersi per realizzare questa comunione, per raggiungerla e tutto il mio agire deve avere la comunione come motore. Significa che l'Eucaristia mi trasforma in apostolo di comunione, generatore di fraternità in tutti gli ambienti in cui vivo e che frequento. Essere di meno significa svuotare di contenuto il dono dell'Eucaristia. A noi prenderne coscienza e vivere con intensità quella "robusta spiritualità di comunione" auspicata da Giovanni Paolo II nella sua "Novo millennio ineunte".

RF

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«...non è degno di me» (Mt 10,37)

"Chi ama più suo padre, sua madre i suoi figli la sua vita... più di me, non è degno di me". Gesù ci scandalizza e ci spiazza. Va a toccare i sentimenti più intimi e più profondi mettendoci in imbarazzo perchè veramente non è facile rispondere sinceramente a questa domanda. Eppure, se Gesù non ce la ponesse, tradirebbe il suo rapporto con ciascuno di noi. Perchè il suo rapporto con noi è qualcosa di tremendamente serio: ha investito tutto sé stesso per ciascuno di noi, sino alla morte. Ha disamato la sua vita, il suo essere nel seno del Padre per sperimentare la distanza dell'umanità da Dio sulla croce: si è annichilito per amore, per mettere noi al primo posto. E noi? E io? In quale posto della mia vita e dei miei affetto ho relegato Gesù? Al 2°? Al 3°? All'ennesimo posto? E magari davanti a Lui non ci sono neanche gli affetti nobili per la famiglia che ha elencato. Magari c'è un hobby, il mio tempo libero, qualche sport, il lavoro... Perché non ho più tempo per pregare, per stare un po' con Lui, per farmi ispirare nei miei gesti quotidiani, nel farmi orientare nell'amore. E così anche quegli affetti così sacri per il padre, la madre, i figli si svuotano di contenuto e inaridiscono. E credendo di salvare la mia vita la perdo completamente.

 RF

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«...così è piaciuto a te» (Mt 11,26)

Questo meraviglioso brano sembra uscito dalla bocca di Maria in prosecuzione del Magnificat o strappato ai discorsi giovannei di Gesù. E' la straordinaria proclamazione della "vendetta" della Grazia sulla presunzione di dominio che il "sapere" dell'uomo vuole avere sulla realtà. Così i sapienti e gli intelligenti rimangono privi della possibilità di penetrare il vero mistero della vita, rimangono esclusi dalla leggerezza che l'Amore di Cristo dà alla vita. Invece chi è piccolo e apparentemente senza strumenti è anche il più libero ed accogliente: può tendere la mano e chiedere aiuto perché consapevole di non poter dominare la realtà. Ma questo paradossalmente gli consegna lo scettro del dominio: ristorato dalla Grazia ha le armi necessarie per affrontare anche i drammi più pesanti della vita e vincere su di essi. Si ritrova catapultato dentro il mistero trinitario che lega Padre e Figlio: lo Spirito Santo.

 RF

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«A chi ha sarà dato» (Mt 13,12)

Dopo la parabola del seminatore e del seme che cade in terreni che accolgono diversamente il seme Gesù diventa severo. In fondo, ancora prima di spiegare la parabola ne rivela il senso con quelle parole "a chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha". In primo momento queste parole sembrano quasi ingiuste e verrebbe da rispondere col lamentoso proverbio: "piove sempre sul bagnato...". Ma in realtà ricordano che se la "rivelazione dei misteri del Regno" è qualcosa di "dato", cioè è un dono gratuito del Padre, questo dono va però accolto. Chi ha accoglienza può ricevere il dono, chi non ce l'ha è destinato a perdere il dono e quanto pensa di possedere, perché superficiale e forse solo razionale. Ma come essere "accoglienti"? Solo chi ama sa essere accogliente, ed è in grado di ricevere il mistero più grande del Regno: l'Amore di Dio.

 RF

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«70 volte 7» (Mt 18,22)

Tasto dolente quello del perdono dei torti subiti. Proprio di fronte al perdono comprendiamo quanto noi siamo umani e quanto Dio ci sovrasti. Pietro, generoso, si presenta a Gesù con una proposta che supera la perfezione giudaica di perdonare sino a tre volte lo stesso peccato. Ma la sua generosità e insufficiente rispetto alla larghezza di Dio: 70 volte 7, un gioco di simbolismi numerici ebraici che dice "sempre, senza eccezioni". Se questo ci può spaventare ripartiamo da noi stessi, dalla nostra posizione di peccato di fronte a Dio: nella parabola 10.000 talenti contro i 100 denari del debito del nostro fratello. Sono numeri umanamente sproporzionati perché ci vogliono 60.000.000 di denari per arrivare a 10.000 talenti e il re Erode allora aveva una rendita di 900 talenti annui. Il nostro errore è che partiamo sempre dalla sofferenza che sopportiamo noi e non calcoliamo mai la sofferenza che infliggiamo agli altri, perché per noi abbiamo sempre mille scusanti. Invece Gesù, per pagare quei 10.000 talenti al nostro posto non ha fatto calcoli, anzi ha esagerato perché ha inchiodato la sua vita divina su una croce.
Ogni mattina dovremo firmare una cambiale in bianco nei confronti di ogni prossimo: anche con 70 volte 7 non estingueremo mai il nostro debito d'amore.

FR

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«...perché io sono buono» (Mt 20,15)

Dio è veramente ingiusto: come può dare a tutti la stessa "paga"? Nella parabola degli operai dell'ultima ora traspare questo sgomento negli operai della prima. Ma questo è anche il nostro sgomento. Questo perché siamo abituati a misurare tutto in giusto e sbagliato e non con l'ottica dell'amore. Non riusciamo a capire che Dio è "buono" e che Lui non è giusto come intendiamo noi. Se fosse stato così tutto si sarebbe già concluso col diluvio universale e invece ha dato tutto sé stesso ed è morto in croce. L'amore dall'alto della croce è quel "denaro" che Gesù ha dato a tutti gli operai, quelli della prima come quelli dell'ultima ora, perché l'amore non si misura ma dà tutto... Forse abbiamo tanto da cambiare nel nostro cuore per impedire che la nostra "giustizia" diventi occasione di tanto amore negato.

FR

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«Più tardi arrivarono anche le altre...» (Mt 25,11)

Forse a qualcuno è capitato di arrivare all'aeroporto e trovare il Check-In del proprio volo (l'ultimo della giornata) irrimediabilmente chiuso. O dopo una corsa affannosa arrivare sul binario della ferrovia e vedere il proprio treno allontanarsi impietosamente sui binari. O vedere scomparire all'orizzonte la nave sulla quale si sarebbe dovuto imbarcare la propria auto... Si prova un senso di irrimediabilità: si è arrivati troppo tardi. Con i mezzi di trasporto comunque si può spendere qualche soldo in più, magari bivaccare una notte e prendere quello successivo. Ma nella vita ci sono dei momenti che non sono sostituibili con altri e ciò che è perso è perso. Chi è più avanti negli anni può testimoniare quanti rimpianti, quante occasioni mancate e mai più ritornate, perché si è arrivati tardi, perché non si era pronti e nel tentativo di prepararsi ci ci si è trovati tagliati fuori. Tra queste occasioni c'è anche Dio che passa, lo "sposo". Per pigrizia, per negligenza, per pressappochismo siamo "cristiani" qualche volta, in occasioni preordinate, magari la messa domenicale, magari il matrimonio o qualche altro sacramento, oppure all'incontro di qualche gruppo che frequento. Ma poi per strada, a casa, a scuola, nel lavoro, nelle amicizie arriva l'occasione per amare, per testimoniare, per pregare, per soccorrere, per ascoltare Gesù nel fratello. Ma io non sono pronto, arrivo in ritardo: Lui è già passato e ha chiuso la porta della sua festa mentre io rimango fuori nell'aridità del mio cuore, insoddisfatto della mia vita. A voglia gridare da fuori del portone: "ma io sono andato a messa domenica... ma io all'incontro del gruppo ero presente...". Il portone rimane chiuso. L'amore è nel presente: o ci sono oppure no. Non c'è alternativa.

FR

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«per paura andai a nascondere il talento ...» (Mt 25,25)

Ciò che veramente è contrario all'amore e alla fede non è tanto l'odio o l'incredulità quanto piuttosto la paura. La paura è come un cancro che assale l'anima e la ripiega su sé stessa e stravolge tutte le sue relazioni. In fondo anche nelle cose più terribili come possono essere il razzismo e la guerra non c'è un sentimento di paura? Paura del diverso, paura di un possibile nemico, paura che qualcuno possa prevalere su di noi... Se poi la paura s'insinua anche nel rapporto con Dio allora è finita perché la paura mette distanza e diffidenza dall'unica persona che ci può dare vita e riempire la nostra esistenza, condividendo con noi tutto quanto è suo. Per questo ci viene tolto anche quello che crediamo di avere, perché un rapporto fondato sulla paura non è un rapporto. L'unica arma che ci rimane è l'amore, sola forza capace di sconfiggere la paura sin dalla radice. Non a caso l'apostolo Giovanni afferma: "Nell'amore non c'è timore, al contrario l'amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell'amore" (1Gv 4,18).

FR

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«avevo fame... ero nudo...» (Mt 25,35-36)

Che rivelazione sconvolgente! Il nostro Re ha fame, ha sete, è forestiero, è nudo, malato e carcerato. Se ci fermiamo un momento è ci rendiamo conto del peso di questa paradossale constatazione c'è da sentire i brividi percorrere la nostra schiena. Certo, perché se andiamo sino in fondo alle conseguenze di questa particolare regalità di Cristo significa che noi siamo sudditi dei poveri che ci circondano. Significa che l'affamato, il profugo e l'immigrato, il detenuto e il barbone sono nostri padroni. E il Re, che in tutte queste persone si è immedesimato, ci chiederà conto di come lo abbiamo servito. Forse è opportuno scendere dalla nostra presuntuosa gerarchia di valori e cambiare i nostri occhi, il nostro cuore, per imparare a vedere e ad agire con la prospettiva dell'amore. Ci giochiamo quella pesante frase del Re: "venite benedetti... via lontano da me maledetti".

FR

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«Vegliate» (Mc 13, 33-37)

Nel Vangelo di oggi Gesù per quattro volte, in poche righe, raccomanda di vegliare, di stare attenti, di vigilare perché non sappiamo quando sarà il ‘kairòs’, il momento importante, quello della sua venuta.
Per Gesù il momento importante, cruciale è giunto: subito dopo queste parole, infatti, troviamo nel Vangelo di Marco il racconto della passione.
Anche per noi giunge oggi un nuovo ‘kairòs’: comincia infatti il tempo di Avvento, dell’attesa della ‘venuta’, dell’avvento appunto, del ‘padrone’, bambino a Natale e glorioso alla fine dei tempi.
Di due ‘avventi’ di Gesù non conosciamo il quando, il ‘kairòs’: si tratta della sua parusia finale e del momento nel quale verrà a prenderci, con la nostra morte.
Sappiamo invece che Gesù viene ogni giorno, ‘alla sera’, ‘a mezzanotte’, ‘al canto del gallo’, ‘al mattino’; ogni momento, dunque, se sappiamo attendere e vegliare, è destinato a trasformarsi in un ‘kairòs’, in un incontro straordinario col Signore che viene.

GG

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«Inizio» (Mc 1, 1)

La pagina di oggi è la prima del Vangelo di Marco, il più antico; e la prima sua parola è, appunto, ‘inizio’.
Protagonista di questo inizio è Giovanni ‘il battezzatore’; l’evangelista si dilunga a parlare di lui, ricordando le sue parole e la sua attività, citando la profezia di Isaia, annotando addirittura particolari del vestito e della dieta.
È importante dunque Giovanni, perché è precursore, colui cioè che aveva l’incarico di invitare la gente ad aggiustare ed abbellire le strade alla vigilia dell’arrivo di una persona di riguardo; e la sua grandezza di precursore è tutta racchiusa nelle parole ‘viene uno che è più forte di me’.
Con tutta la sua vita, fino al martirio, il Battista non indica se stesso ma un Altro, il più forte di tutti, Gesù, colui che ‘battezzerà con lo Spirito Santo’.
E anche a noi Giovanni indica il vero ‘inizio’: basterebbe ricominciare ogni giorno dal battesimo di Gesù che abbiamo ricevuto, per…

GG

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«Io non sono il Cristo» (Gv 1,20)

È ancora Giovanni Battista il protagonista, come leggiamo oggi nel collage di due brani del primo capitolo del Vangelo dell’altro grande Giovanni, l’Evangelista.
È bello sapere che ciascuno di noi, come Giovanni, ha un ‘suo nome’, è ‘mandato’ da Dio, per ‘rendere testimonianza’, per preparare la via, per essere ‘voce’ della Parola, del Signore che viene.
A questo proposito il Battista, rispondendo con chiarezza all’incalzare delle domande, dice di se stesso: ‘Io non sono il Cristo’, né Elia, né il profeta.
D’altra parte ormai Gesù, al quale con il Battista anche tutti noi non siamo degni di ‘sciogliere il legaccio del sandalo’, è venuto, ha portato a compimento la nostra salvezza, ci ha donato il vero battesimo dello Spirito; ormai, anche se ‘io non sono il Cristo’ è donato a ciascuno di noi di vivere per Cristo, con Cristo ed in Cristo.

GG

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«E l'angelo partì da lei» (Lc 1,38)

L’ultima domenica di Avvento, a un passo dal Natale, è la più antica festa mariana della Chiesa; non fa dunque meraviglia che il Vangelo di oggi sia dedicato alla madre che sta per partorire.
Si tratta del bellissimo episodio dell’annunciazione; l’angelo è ‘mandato da Dio’ a Maria, la ‘piena di grazia’, per proporle ciò che è umanamente impossibile: diventare la madre di Dio.
È un momento decisivo: tutta la creazione pende dalle labbra di Maria, in attesa di un suo sì che ha il potere di cambiare e redimere la storia. L’evangelista Luca, dopo che Maria ha detto il suo ‘eccomi’, annota che ‘l’angelo partì da lei’.
Forse ‘partì’ anche per portare a Dio la risposta di Maria, per annunciare al Signore l’obbedienza e l’amore della sua creatura.
È bello pensare che anche da ciascuno di noi, quando rispondiamo di sì ad un invito di Dio, un angelo parte, e reca un annuncio di gioia al Signore.

GG

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«Si fece carne» (Gv 1,14)

A Giovanni fu necessaria una parola quasi sgradevole, “carne”, per rendere l’idea di ciò che era avvenuto quando il Dio eterno e immenso, Santo dei santi, luce da luce, atto puro, Vita, Perfezione, Bellezza, immutabile Amore prese la forma di un normale uomo. Un nome comune, “Gesù”, una madre e un padre, una casa, un paese oscuro di provincia. E’ salutare immaginarsi la piena umanità di Gesù, Dio che nasce, cresce come tutti i bambini, conosce il freddo, il sonno profondo e il sogno, il sudore, il desiderio del cibo e di giustizia, la tristezza dei giorni di pioggia, l’entusiasmo, la delusione, il piacere dell’amicizia, il bisogno di appartarsi, la gratitudine e l’indifferenza, il pensiero, la parola che ferisce o risana, l’avvicinarsi inesorabile dell’ultimo giorno. Tutto ciò che costituisce l’umana esistenza Dio l’ha voluto vivere da dentro. Da allora tutto, tranne il male, che Gesù non conobbe, è diventato sacro, tutto porta l’impronta dell’amore di Dio.

MM

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«Siano svelati i pensieri» (Lc 2,35)

Maria e Giuseppe ascoltano stupiti le profezie di Simeone sul loro bambino. Parole di risurrezione ma anche di rovina per molti. Il messia contraddirà gli uomini iniqui e svelerà i loro subdoli pensieri.
C’è un filone semi-dimenticato che percorre i vangeli. Essi annunciano non solo misericordia, ma anche verità, non solo perdono, ma anche giustizia. Proprio Maria si era rallegrata perchè Dio rovescia i prepotenti, indebolisce i superbi, lascia i ricchi a mani vuote. Anche quel giorno, nella sua sete di giustizia, avrà gioito udendo che Dio svelerà i piani segreti di chi opera il male. E noi con lei in tempi in cui uomini di governo e personaggi potenti si alleano per opprimere popoli deboli, mentono ai loro cittadini, perseguono unicamente la loro personale ricchezza. Lo chiediamo con fede che emerga la verità nelle nazioni, nelle città, nelle famiglie e s’inauguri, anche per mezzo nostro, un tempo di sincerità e pace.

MM

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«Serbava» (Lc 2,19)

I vangeli sono avari su Maria. Ci offrono pochissime frasi utili a farcene un’immagine soddisfacente. Una è quella di oggi che la descrive mentre conserva nella sua mente i fatti sorprendenti a cui assiste dopo la nascita di Gesù e sui quali medita. Poche parole per un ritratto splendido. Stupita ma non sconcertata la scorgiamo ancora una volta padrona di sé, come lo fu di fronte a Gabriele. Gli angeli, i pastori, un bambino povero riconosciuto come il Salvatore... tutti si sorprendono, ne parlano, discutono. Poco propensa alla chiacchera e all’enfasi Maria dal canto suo preferisce osservare e riflettere in silenzio. E’ una donna che ha familiarità con i tempi del mistero. Non riesce a capire tutto e allora depone nell’anima quanto ha visto e udito per lasciarlo maturare e comprenderlo a suo tempo. Avevamo conosciuto Maria proiettata verso Dio, ora la vediamo in se stessa, posata , sapiente, capace di attendere.

MM

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«Dov'è il re dei Giudei che è nato?» (Mt 2,2)

Né tre né re, stando ai dati della Scrittura, i saggi magi giungono dall’Oriente (probabilmente la Persia) alla ricerca di un re. Sono il simbolo dei pagani che riconoscono il Messia, il loro gesto profetizza che Gesù è venuto per tutti e tutti in lui possono intravedere Dio. C’è però una trasformazione interiore da compiere e i Magi lo fanno. Stanno cercando un re e quindi si immaginano una reggia, una corte, una sede di ricchezza e potere. Trovano invece un bambino povero, una normale casa, una giovane e un falegname come genitori. Qui sta la grandezza dei magi: non si sdegnano, non si fermano, ma adorano quel bambino. Non si aspettano premi, anzi sono loro a fare dei doni a Dio. Ci ricordano che il nostro è un Dio dell’umiltà, non del lusso, della debolezza, non del potere, del silenzio, non dello schiamazzo.

MM

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«fu battezzato» (Mc 1,9)

Questo episodio è un riassunto dell’intero evangelo. Vi troviamo l’umile ed efficace preparazione del Battista, l’abbassamento radicale e amorevole di Gesù, la glorificazione da parte del Padre, la discesa dello Spirito. Al centro di tutto vi sta questo gesto umanamente inspiegabile del Messia che, proprio nel momento della sua presentazione agli uomini, quando potrebbe impressionarci sfoderando la sua divina superiorità, si mostra invece come un uomo normale, che addirittura sembra abbia bisogno di convertirsi. Non si vergogna di essere come noi. “E’ un gesto di profonda incarnazione” dicono i teologi, una prova d’amore che ci lascia sbalorditi, aggiungiamo noi. Immergendosi nel Giordano egli si immerge nella nostra condizione umana di debolezza, peccato, desiderio di cambiare. Non si scandalizza del nostro male. Dio non è più Altro da noi, lontano nella sua perfezione, non è più nemmeno solo Padre, ora è nostro fratello.

MM

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«Che cercate?» (Gv 1, 38)

Due discepoli di Giovanni seguono Gesù. L'uomo di Nazareth si volta è rivolge loro - e a noi oggi - quella domanda: "Che cercate?". Cosa cerchiamo da Gesù? Perché, bene o male, gli andiamo dietro? Cosa ci spinge a frequentare la messa o ad osservare almeno alcuni dei suoi precetti?Dovremo ripeterci spesso questa domanda per smascherare le nostre abitudini e, molto spesso, le nostre ipocrisie. Non possiamo stare a guardare da lontano, studiare il maestro a debita distanza per vedere se ci conviene o meno seguirlo sul serio e se nel caso ci fosse qualcosa di scomodo non siamo troppo vicini da rischiare di rimanere coinvolti. I due discepoli di Giovanni ebbero il coraggio di rispondere: "dove abiti?". In quel modo si lasciarono coinvolgere e condivisero la "casa" di Gesù, cioè la sua vita vissuta dall'interno, in intimità con Lui. Non scordarono più quello straordinario momento in cui si scambiarono quella domanda e risposta: "erano circa le quattro del pomeriggio". Dopo quell'ora la loro vita non fu più la stessa. E noi cosa rispondiamo?

RF

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«Il regno di Dio è vicino» (Mc 1, 15)

Il mondo è cambiato e noi non ce ne siamo accorti. Sì, ormai il regno dei Cieli non è più nell'Alto dei Cieli ma si è fatto vicino: è qui accanto a noi, in mezzo a noi, dentro di noi. E noi? Continuiamo a vivere come se fosse lontano. E' assurdo ed insensato! Dobbiamo aprire gli occhi, raffinare lo sguardo oltre le apparenze attraverso cui vediamo il mondo. Dobbiamo aprire le orecchie e creare silenzio sui nostri pensieri e sulle nostre preoccupazioni per udire il soffio della Vita che attraversa le cose e la nostra anima. Dobbiamo aprire le mani che stringono per possedere per accarezzare il mondo e il prossimo che ci sfiora per donare ciò che siamo. E' giunto il momento - ed è questo - in cui dobbiamo "convertirci" che significa prima di tutto "accorgersi" di una Presenza talmente vicina da essere nascosta. Se non ci accorgiamo di questa Presenza rischieremo una vita senza direzione.

RF

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«Che c’entri con noi, Gesù Nazareno?» (Mc 1, 24)

Diciamoci la verità: di fronte a molte scelte e situazioni della vita in cui ci sentiamo in colpa viene anche a noi da rivolgere a Gesù questa domanda: "Che c’entri con noi, Gesù Nazareno?". Si, ha ragione l'indemoniato: "tu sei venuto a rovinarci!". Si, Gesù è venuto a rovinare il nostro perbenismo interessato, è venuto a rovinare il nostro doppiogiochismo nei rapporti, è venuto a rovinare il cercare il nostro interesse, è venuto a rovinare il nostro imporci narcisistico, è venuto a rovinare i nostri ricatti psicologici per tenere in pugno le relazioni a nostro beneficio... Di fronte a Lui non possiamo più nasconderci, siamo costretti a giocare a carte scoperte e fare una scelta definitiva: o far "tacere" le voci che ci popolano e ci trascinano nel baratro dell'egoismo e seguire Lui oppure continuare come prima sapendo di aver perso l'occasione della nostra vita. Chiediamo aiuto alla forza del suo Amore per sconfiggere il demone del nostro "io" antropofago e liberare così le nostre energie più belle, troppo spesso coperte dalle macerie del nostro mondo ineriore.

RF

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«Si alzò quando era ancora buio» (Mc 1, 35)

La sveglia suona. Sono le 6 e 30. Una giornata a scuola, sotto un cielo grigio di nuvole ancora senza luce, mi attende come un drago, pronto a sbranarmi. Intorpidito con nella mente l’ultimo sogno, mi getto fuori dal letto come il capitano di una nave che affonda si getta in mare in balia delle onde… Anche tu forse al primo risveglio sarai stato così? E’ della natura umana… La gente fuori ti attendeva impaziente, accampata davanti alla tua casa, tutti avevano bisogno di te… Ma con il cercare il silenzio, il deserto, come primo gesto della tua giornata, indichi ciò che più conta: essere attaccati a Dio e partire da Lui. Intorpidito con la prospettiva di una giornata grigia, intravedo la luce che scalda, che tutto svela, anche i miei giorni grigi sotto un cielo di nuvole… Si alzò quando era ancora buio…

GG

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«Se vuoi puoi guarirmi» (Mc 1, 40)

Ma veramente Dio può tutto anche ciò che sembra impossibile? Non ci credo! Io credo solo a ciò che vedo, a ciò che è scientifico. La materia ha le sue leggi. Due più due fa quattro e non è un’opinione! L’uomo ha fatto tanta strada da quando ha scoperto le leggi che regolano il mondo… Eh si! Ne ha fatta di strada, da quando ha… scoperto… scoperto… ma l’uomo ha solo scoperto le leggi della natura, non le ha fissate lui… E se veramente provassi a mettere in conto l’impossibile come sguardo d’amore di Dio per me? E se provassi? “Se”. Una parolina semplice che mi attrae e mi travolge in una possibile avventura… E se provassi a dire come il lebbroso: “ Se vuoi puoi guarirmi”? Cosa succederebbe… forse anch’io come lui aprirei una nuova possibilità, spalancherei con quel se un orizzonte nuovo nella mia vita… E se Dio fosse provocato dalla mia fede?

GG

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«battezzate nel nome del Padre...» (Mt 28,19)

All'epilogo della permanenza sulla terra, prima dell'ascensione, Gesù dona ai suoi questo comando: ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo". Nel nome: siamo battezzati nel nome della trinità. Quel nome non è una parola magica ma una realtà perché nella cultura semitica (e non solo) il nome di una persona ne indica la sua realtà più intima. Significa che siamo battezzate nella realtà più intima della Trinità, nella sua essenza. E l'essenza della Trinità è il loro rapporto d'amore, che mantenendo integra la loro singola identità, il fonde in una sola realtà di comunione. Essere battezzati significa perciò essere (o diventare) principio di comunione e di unità d'amore, espressione della Trinità nel mondo. Cosa non da poco...

RF

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«tagliala» (Mc 9,43)

“Tagliala, taglialo, cavalo...”. L’atteggiamento che Gesù domanda ai suoi si può sintetizzare in una parola: risolutezza. Non verso gli altri (lì valgono la pazienza, il perdono, il dialogo...), ma verso se stessi. Già, perché l’uomo può essere di scandalo a se stesso. Tutto ciò che ci “scandalizza”, cioè ti è di inciampo nell’amore vero, va eliminato senza tentennamenti, senza facili scuse.

S. Giovanni della Croce gli farà eco affermando: “Che importa che l’uccello sia legato a un filo o a una corda! Per quanto sottile sia il filo, l’uccello resterà legato come alla corda, finche non riuscirà a strapparlo per volare. Lo stesso vale per l’anima legata a qualche cosa: nonostante tutte le sue virtù non perverrà mai alla libertà dell’unione con Dio”.

Quanti fili da tagliare (con l’aiuto dello Spirito, per fortuna), tra questi anche molti desideri, perché rinunciare veramente ad una cosa vuol dire rinunciare a desiderarla.

MM

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«come un bambino» (Mc 10,15)

A chi è come un bambino appartiene il regno dei cieli, cioè il regno di Dio. Sapevamo che Dio è padre e forse un po’ tutti lo immaginavamo come un anziano con la barba da saggio, oggi Gesù ci rivela un suo nuovo volto: Dio è anche un eterno bambino. Certo la sua sapienza lo avvicina di più agli adulti, così la sua forza, la premura per i figli, la coerenza... Ma sotto altri aspetti assomiglia indubbiamente ad un bambino: per la sua infinita innocenza innanzitutto, per la sua estrema semplicità, per la facilità con cui sa perdonare, per la capacità di dare e ridare fiducia, per la gioia di vivere.

Sono in contrasto questi due modi di vedere Dio? No, se è vero che il suo mistero è infinito e che non finiremo mai di scoprire le bellezze del suo volto.

MM

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«Tutto è possibile» (Mc 10,27)

Sembra una banalità, eppure è così facile dimenticarlo: Dio è onnipotente, a lui tutto è possibile, tutto facile. Con una parola aveva creato l’universo, con un alito l’uomo. L’angelo l’aveva ricordato a Maria,  oggi Gesù lo sta ripetendo a noi. Nel brano lo si afferma in riferimento alla salvezza: anche se da soli non siamo capaci di mettere Dio prima dei nostri attaccamenti, anche se non riusciamo ad amare, a conservare la fiducia in Lui quando il mondo traballa, Dio può farlo per noi, può liberarci, aprirci il cuore, rinforzare la fede, salvarci. Non c’è situazione che Lui non possa trasformare o dolore che non sappia consolare. Possiamo chiedergli tutto e tutto sperare da Lui. Oggi può diventare nostra questa preghiera: «Prenditi Tu cura di me. Io mi fido di Te».

Chiediamoci infine: cosa avrà provato Gesù a pronunciare quella frase, lui che sapeva che quella salvezza sarebbe stata possibile ad un prezzo, il prezzo della sua vita?

MM

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«Chi vuol essere il più grande» (Mc 10,43)

Nello stile di vita portato da Gesù sulla terra c’è un punto sorprendente rispetto alla mentalità degli uomini, rivoluzionario, impensabile: il più grande è colui che si mette a servire tutti, il primo è chi prende l’ultimo posto. Esattamente il contrario di quello che la natura umana, compresa quella di molti cristiani, continua a pensare. Noi vediamo un ordine nel mondo, una logica che mette i più potenti al primo posto, Dio ne vede un’altra, invisibile, opposta: il vero mondo è diverso da quello che appare ai nostri occhi tutti i giorni.

Ma perché chi serve è più grande? Gesù non lo spiega, quasi a suggerirci che occorre sperimentarlo per scoprirlo. Possiamo però immaginarlo almeno in parte. C’è più gioia nel dare che nel ricevere, dunque chi serve è più felice di chi si lascia servire. Non solo: ha più amici, è libero da se stesso, si sente utile, avverte l’indicibile presenza di Dio.

MM

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«La tua fede ti ha salvato» (Mc 10,52)

Uno dei molti incontri tra un uomo e Gesù per le strade della Palestina, anche questa volta sorprendente e determinante. Bartimeo, il mendicante cieco, l’aveva subito intuito. Poter parlare al Messia era la grande occasione della sua vita, per questo non teme di scomporsi urlando per strada, per questo gli corre incontro gettando via la sua unica proprietà, il mantello, sapendo che per un cieco non sarebbe stato facile ritrovarlo.

L’incontro supera le sue aspettative: il cieco chiede la vista, Gesù gli dona la salvezza (cioè la dignità di figlio, l’unione con Dio, la serenità) della quale la vista recuperata è solo il pal-lido simbolo. E’ la sua fede a smuovere il cuore di Dio: quell’uomo ha fiducia in Lui, sa af-fidarsi alla sua onnipotenza, lo chiama “Rabbunì”, maestro mio, e forse è stata proprio questa parola piena di modestia e di affetto l’arma vincente di Bartimeo.
 

MM

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«Beati...» (Mt 5,3)

«Beati voi…» «beato chi…» Il Vangelo è disseminato di promesse di beatitudine: quasi ogni pagina ne contiene una, tanto da esserne uno dei principali “leit motif”. Dunque dietro questa parola, annuncio di gioia e di felicità, può compiersi il nostro destino di cristiani. E’ allo stesso tempo un invito e un annuncio, una promessa e un inizio di vita nuova, la constatazione di una ovvia conseguenza. Si potrebbe quasi pensare ad un “indice di beatitudine”, per scoprire quanto sangue evangelico ci scorre nelle vene! Non c’è vangelo senza beatitudine, non può esserci cristiano senza felicità, non possono esistere santi malinconici. La tristezza è bandita da Gesù. Anzi, è trasformata… in un seme di gioia.
 

AM

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«Non c’è altro comandamento più importante di questi»
(Mc 12,31)

È strano Gesù: parla di un comandamento, ma poi leggendo le sue parole si scopre che sono due… «non c’è altro comandamento»… «di questi». Un comandamento che assomiglia ad una medaglia, unica, ma con due facce. Da una parte c’è l’amore verso Dio, dall’altra l’amore verso il prossimo-il vicino-colui che ci passa accanto. Non c’è l’uno senza l’altro.

È categorico Gesù, quando ci si mette: non c’è nessun comandamento più importante di questo. Il discorso è chiuso una volta per tutte. Non è possibile fare dispute o sottigliezze su questo argomento. Ma in fondo è meglio così: le cose sono chiare, sappiamo cosa dobbiamo fare, non c’è pericolo di sbagliarsi. Ora possiamo mettere tutto il nostro cuore, la nostra mente, le nostre forze in quest’unica cosa importante.

AM

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«Tutto quanto aveva per vivere» (Mc 12,44)

Cosa significa evangelicamente “molto” o “poco”? “Ricco” o “povero”? “Tutto” o “nulla”? Gesù ci inserisce in una nuova logica, in cui centrale non è la “quantità”, ma la “qualità”, l’orientamento profondo del cuore che ognuno di noi si porta dentro. Così accade che il “tanto” offerto al tesoro del tempio dai ricchi, sia in realtà “poco” (appena il superfluo), mentre il “nulla” (due spiccioli) della vedova si mostri per quello che veramente è davanti a Dio: il suo “tutto”. Non ha dato quanto le avanzava, bensì “tutto quanto aveva per vivere”. E’ la vedova, dunque, la vera “ricca”: perché ha scoperto “il” vero Tesoro, e pur di averlo è stata disposta a mettere in gioco ogni cosa.

AM

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«Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mc 13,31)

Tutto passa, tutto finisce, ogni cosa ha un termine. È una delle poche certezze della vita, magistralmente focalizzata da filosofi, scrittori e poeti. È una delle realtà che bene o male, presto o tardi, ogni uomo è costretto ad imparare. Tutto ci sfugge inesorabilmente di mano. Lo stesso cielo, la terra in cui viviamo avranno una fine, e d’altra parte i disastri ecologici rendono questa prospettiva sempre più realistica. Eppure, nel fragile panorama della vita, per noi cristiani esiste una certezza: la parola di Gesù non passerà. Sì, perché Gesù è il “Verbo” divino, la “Parola d’amore” detta eternamente da Dio. C’è dunque un punto su cui possiamo costruire la nostra vita, un appiglio che non viene mai meno, una certezza assoluta. Una Parola Eterna che si è fatta “libro”, il piccolo Vangelo che tutti possediamo, dal quale scaturisce una vita che non avrà mai fine.

AM

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«Io sono re» (Gv 18,37)

Non è un modo di dire, un’espressione nata dalla pietà popolare, da qualche devozione medievale… È Gesù stesso a definirsi tale, ad accettare quel titolo provocatoriamente propostogli da Pilato. Gesù è un re. Anzi, è “il” Re, l’unico che può davvero fregiarsi di un tale titolo, in cui il titolo diventa sostanza. Tuttavia è un re molto diverso da quelli che conosciamo dalla storia o dalla cronaca. Il suo regno non è di quaggiù, non ha confini, non ha territorio o esercito, pur essendo un regno reale. Cresce lentamente: da piccolo seme a grande albero, fino a incorporare tutto in sé, nella pienezza del tempo. A noi è concesso un privilegio: farne parte fin da subito, contribuire alla sua inarrestabile crescita. Unica condizione per noi è accettarne la legge intrinseca, quella che nel regno di Gesù muove, armonizza, fa essere tutte le cose: l’amore.

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«State bene attenti» (Lc 21, 34)

Nel Vangelo di questa prima domenica di Avvento Gesù ci rivela come sarà l’avvento, la sua venuta gloriosa alla fine dei tempi.
Sono parole che fanno tremare: segni nel cielo, angoscia sulla terra, sconvolgimenti; si morirà di paura.
Gesù profeta di sventura? Al contrario: improvvisamente infatti il quadro si rovescia, Gesù annuncia che verrà per liberarci, per darci la forza e il dono di comparirgli davanti.
Ci svela inoltre come fare per poterci alzare e levare il capo proprio in quel grande giorno: ‘Vegliate e pregate’, non attaccate il cuore alle cose terrene. Gesù comanda e raccomanda: ‘state bene attenti’, perché la posta in palio è grande: stare nella gioia di Cristo per sempre.

GG

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«Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!» (Lc 3, 6)

In questa seconda domenica di Avvento l’evangelista Luca ci mette di fronte ad un evento importantissimo. Non può che essere così, visto che per fare da cornice a questo momento entra in campo tutto il mondo di allora: dall’imperatore Tiberio Cesare a tre tetrarchi, al governatore Pilato; dai sommi sacerdoti Anna e Caifa ad ogni uomo, che dalla Parola di Dio scesa su Giovanni Battista nel deserto è chiamato, citando il profeta Isaia, a preparare la via, a raddrizzare i sentieri, a riempire ogni burrone, ad abbassare ogni monte.
Davvero straordinario è ciò che sta per avvenire: tutto è in attesa e, come predica il Battista, ognuno deve prepararsi, convertendosi per essere perdonato, per essere pronto.
A Natale infatti “ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!”

GG

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«Chi ha due tuniche» (Lc 3, 11)

Il protagonista del Vangelo di oggi, terza domenica di Avvento, è Giovanni Battista, profeta così grande da far sorgere il dubbio che fosse proprio lui il Cristo.
Giovanni con tutta chiarezza risponde di no; lui è solo il precursore, colui che prepara la venuta di Gesù.
Ma le sue parole sembrano provenire più da Dio che da un semplice uomo; alle folle che lo interrogano su cosa fare per salvarsi, il Battista infatti inizia a rispondere dicendo: “Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto”.
Parole rivoluzionarie, che ci danno la regola d’oro della giustizia cristiana: chi ha il superfluo deve dare a chi non ha il necessario. È dunque la giustizia, il fare la nostra parte (tutti, tanto che il Battista si rivolge anche ai pubblicani ed ai soldati) la migliore preparazione alla venuta della grazia e della carità di Cristo, il più bel modo di avvicinarsi al Natale.
E nell’ultimo Avvento, alla fine dei tempi, Gesù nella gloria ci dirà proprio così: “Venite, benedetti del Padre mio, perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare…” (cf Mt 25, 34 ss).

GG

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«benedetta tu» (Lc 1,42)

La quarta domenica di Avvento, che quest’anno cade proprio alla vigilia di Natale, è la più antica festa che la Chiesa ha dedicato alla Madonna. Una traccia di questo è nel Vangelo di oggi: la pagina di Luca che racconta la visita di Maria a Santa Elisabetta.
Si tratta di un bellissimo incontro di quattro persone: le due madri e i bambini nel loro grembo.
È Giovanni che, all’udire la voce di Maria, per primo ‘sussulta’ di gioia nel grembo di Elisabetta; l’evangelista usa qui lo stesso verbo che aveva descritto, tanti secoli prima, la danza del re Davide, con tutte le sue forze, davanti all’Arca dell’Alleanza.
È infatti Maria la vera Arca dell’Alleanza, il suo grembo è il luogo per eccellenza della presenza del Signore. È lei la strada migliore per arrivare a Gesù; ce lo conferma oggi il saluto che Elisabetta, ‘piena di Spirito Santo’, rivolge a gran voce prima alla madre: “Benedetta tu”, per arrivare poi al Figlio: “E benedetto il frutto del tuo grembo!”.

GG

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«Oggi vi è nato» (Lc 2,11)

Alla Messa di mezzanotte il Vangelo di Luca non poteva che narrarci proprio il momento del Natale: Maria dà alla luce Gesù.
Un evento tanto importante e decisivo nella storia della salvezza del mondo, l’Incarnazione di Dio, è come se avesse bisogno di uno sfondo di grande semplicità: Gesù neonato è avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia della casa affollata dei parenti di Giuseppe, giunti a Betlemme per il censimento. Ciò che nei cieli è proclamato dalla moltitudine degli angeli, avviene in terra nella povertà; anche i primi a ricevere l’annuncio dell’angelo sono solo alcuni pastori spaventati, gente agli ultimi posti della scala sociale di quei tempi.
Soltanto una parolina, allora, per non stonare troppo in questo semplice silenzio nel quale avviene una grande gioia: ‘vi’. Oggi infatti, dice l’angelo, non solo è nato Gesù, ma ‘vi è nato’, nato per voi, per la nostra salvezza.

GG

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«Quando egli ebbe dodici anni» (Lc 2,42)

La più importante festa cristiana, la Pasqua, celebra un attimo: la resurrezione di Gesù. Così altre feste, come il Natale, ci fanno rivivere eventi fondamentali della nostra storia, che si compiono in breve tempo. Non è così per la festa di oggi: la Santa Famiglia, nella quale Gesù trascorre quasi tutto il tempo della sua vita terrena, una trentina d’anni.
È bello immaginare questo lungo tempo: le gioie e le sofferenze, la quotidianità, l’amore reciproco di Maria, Giuseppe, Gesù…
I Vangeli ci regalano pochi squarci di tutto ciò; uno è proprio l’episodio della pagina di oggi, Gesù ritrovato nel Tempio, ‘quando egli ebbe dodici anni’. In esso c’è una formidabile chiave di lettura per la ‘Santa’ e per ogni famiglia; ci dice infatti Gesù che bisogna occuparsi delle ‘cose’ (o della ‘Casa’, secondo una variante testuale) del Padre.
Facendo così, il resto verrà di conseguenza…

GG

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«Tutti quelli che udirono si stupirono» (Lc 2,18)

Tutti quelli che udirono si stupirono di quanto dissero i pastori. E lo stupore è dovuto al fatto che una cosa così normale come la nascita di un bimbo possa contenere un evento così strepitoso come la nascita del Figlio di Dio, che fa di una donna addirittura la Madre di Dio. Può la normalità contenere una realtà così straordinaria? Il Natale ne è la prova: da quando Dio ha preso carne umana nel grembo di Maria lo straordinario è diventato normale, perché lo straordinario è che Dio in Gesù continua a rimanere in mezzo agli uomini. Lo aveva promesso: “Sarò con voi, tutti i giorni, sino alla fine del mondo”. Per accorgersene però bisogna avere gli occhi della Madre che ha donato la sua carne “ordinaria” allo Straordinario, lei che “serbava tutte queste cose in cuor suo”. Chiediamo a Maria lo sguardo di una coscienza attenta che sa riconoscere Gesù presente nella sua vita, dai doni sacramentali dell’Eucaristia, al Verbo penetrate del Vangelo; dal volto del fratello e del povero che incontro ogni giorno al dovere quotidiano che la volontà di Dio dispone nel mio stato di vita. E con quest’occhio attento il cristiano sarà di nuovo “madre” di Gesù che custodisce e protegge la sua straordinaria Presenza nell’ordinario succedersi del suo tempo.

RF

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«Ed ecco la stella» (Mt 2,9)

Ed ecco la Stella. Era scomparsa nel momento in cui  si è voluto cercare conferma e supporto dai potenti che muovono le loro scelte solo su logiche umane. Ora partono, si muovono e prendono distanza dalla logica del mondo e la Stella torna ed indica nuovamente la via per il Bimbo, per riconoscerlo tra i tanti, unico nella sua assoluta normalità. È quella dei magi l’esperienza di ogni uomo che cerca il Signore, la cui unica stella che può guidarlo all’Incontro decisivo è lo Spirito Santo che lo abita nella coscienza, la cui luce si spegne là dove viene inquinata da logiche di perbenismo, apparenza, dominio e successo. A quanti Erode chiediamo consiglio: riviste, tv, radio, internet, amici e colleghi? Ma solo quando abbiamo il coraggio di addentrarci nel silenzio della nostra anima la Stella torna a brillare e rivelarci la presenza epifanica del Signore dentro le scelte di ogni giorno. Bentornata Stella.

RF

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«Mi sono compiaciuto» (Lc 3,22)

Col battesimo sul Giordano Gesù si apre la sua vita pubblica. Incomincia con un gesto che può lasciare spiazzati perché si presenta a Giovanni Battista come se fosse un peccatore qualsiasi. Come se non fosse bastato il semplice fatto di essersi fatto carne nel mistero del Natale, Gesù immergendosi nel Giordano s’immerge nell’umanità che arranca, l’umanità fragile ed inconcludente nell’osservanza della legge. Allora il Padre si manifesta, se ne compiace. È una duplice compiacenza. Si compiace del figlio che inizia nel modo migliore la sua missione fra gli uomini, senza emergere e distinguersi da essi ma condividendo in tutto la loro condizione. Così può compiacersi nel Figlio di ogni uomo che a Lui in questo modo è associato. Ormai viviamo in Gesù e il nostro destino è legato al Suo. Siamo esseri per cui il Padre si compiace, nonostante tutto, nonostante la nostra incoerenza e mancanza, perché ormai in Cristo siamo tutti suoi figli. Oggi il Padre si compiace di noi. Non deludiamo le sue speranze su di noi.

RF

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«Non hanno più vino» (Gv 2,3)

«Non hanno più vino». È vero, non abbiamo più vino. La nostra vita scorre frenetica, assalita dalle 1000 incombenze quotidiane, che spesso ci lascia aridi a sera. La nostra vita è continuamente assalita dalle contraddizioni della nostra umanità fragile che facilmente si rimangia le sue buone intenzioni lasciandoci un senso di amarezza. La nostra vita, pur essendo almeno nell'intenzione cristiana, scorre su binari che seguono la mentalità del mondo e che relegano Dio ad un cantuccio di preghiera assonnata e distratta prima di addormentarsi o solo un po' più di tempo alla messa domenicale.

Oh sì, non abbiamo più Vino! Ci manca la gioiosa esperienza della presenza provvidente di Dio, capace di far cooperare al bene ogni cosa, anche tutto il negativo appena elencate delle nostre giornate. Lasciamo che la sua Parola - "quello che vi dirà" - tocchi le giare della purificazione, ricettacolo della sporcizia - segno della nostra vita incoerente - e la trasformi in gesti di attenzione e servizio al bisogno di chi ci circonda. Permettiamo alla presenza di Gesù nella nostra vita di rendersi manifesta e con la semplicità di Maria diciamoglielo: non abbiamo più vino.

RF

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«Oggi» (Lc 4,21)

«Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi». Oggi!
Gesù proclama l'inizio della sua vita pubblica ed espone il suo programma messianico realizzando la parola di Dio pronunciata dal profeta Isaia. Lo fa aprendo la su affermazione proprio con la parola "oggi". Con Gesù è cominciata l'era dell'oggi, l'era del presente, lo rende luogo dell'attualità e della presenza di Dio. L'annuncio del passato non importa più perché ora c'è Dio, l'attesa del futuro non importa più perché ora c'è Dio: la sua Presenza si realizza. Ora Gesù nasce, ora Gesù muore in croce, ora Gesù risorge. Questo significa che ora devo vivere da cristiano, proprio ora mentre lavoro, studio o guardo la tv; ora devo mettere in pratica il vangelo con le sue esigenze; ora devo decidermi per Lui. Oggi, appunto, perché l'oggi è diventato il tempio della presenza di Dio!

RF

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«Pieni di sdegno» (Lc 4,28)

I concittadini sono pieni di sdegno alle parole di Gesù. Come non capirli? Lo hanno visto crescere, lo hanno visto correre nelle strade polverose di Nazareth insieme ai loro figli, lo hanno visto lavorare nella bottega del padre, Giuseppe. Come possono accettare che possa presentarsi come colui che adempie le parole della Scrittura, che si spacci per il Messia atteso da secoli? Nessuno di noi forse sarebbe stato capace di reagire diversamente. Ed è questo il nostro limite: quello di dare peso soltanto a ciò che vediamo e rientra nei nostri schemi di normalità. Viviamo ogni giorno mettendo un'etichetta alle persone che sfioriamo distrattamente, convinti ormai di conoscerle a fondo. Salvo poi risvegliarci un brutto giorno e dirci: ma chi è questa persona con cui ho vissuto per tutti questi anni? L'occhio dell'amore e della fede non dà mai nulla per scontato, si apre sempre oltre la rassicurante normalità, si mette in gioco di fronte al dono continuamente nuovo e misterioso della vita. E il modo migliore è quello di dare subito il nome giusto ad ogni persona che incontro, anche se abitassi con lui da sempre: Gesù. Questo nome mi mantiene aperto alla novità e al mistero che ogni persona custodisce nel suo cuore perché immensamente amata da Dio, perché immagine e somiglianza del suo creatore che è Amore.

RF

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«Prendi il largo» (Lc 5,4)

Chissà quali sorprendenti parole avrà detto il "rabbi che insegna con autorità" predicando dalla barca di Pietro. Alla fine delle quali Gesù vuole ricambiare la disponibilità mostratagli da quei pescatori con l'invito: "Prendi il largo". Modo strano di ricambiare quello di Gesù, come sempre, perché non ragiona con i soli criteri umani. Prendi il largo: erano stati tutta la notte al largo ma invano. Ora i pescatori era tornati alla sicurezza della baia con rassegnazione di chi sa che ormai non c'è più nulla da fare, non serve più rischiare. Così la nostra vita spesso si rifugia nella sicurezza delle proprie abitudini, delle cose che conosciamo già, che forse non ci danno la felicità ma ci evitano di soffrire di più. Forse abbiamo già rischiato in passato e ne siamo rientrati con le reti vuote, abbiamo già investito in impegno e generosità ma siamo rimasti scottati dall'ingratitudine dell'infido mare della piccola o grande realtà sociale in cui viviamo. Ma forse come Pietro e compagni abbiamo fatto da soli, con le nostre "barche", con le nostre "reti", privi della cosa più importante: la Sua Parola. "Prendi il largo": ora Pietro, affascinato dalle parole di Gesù, si fida e si affida alla loro potenza; ora può "prendere il largo" anche nel momento meno favorevole perché ha intuito che le Sue Parole non sono come le altre. Per questo le reti poi risultano insufficienti a contenere i frutti di quel "prendere il largo". E noi ci lasciamo affascinare dalle parole del Maestro che insegna con autorità e su quelle parole "prenderemo il largo"?

RF

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«Verso i suoi discepoli» (Lc 6,20)

Il discorso di Gesù sulle beatitudini ci riempie ogni volta di fascino e ogni volta ci sconvolge per il suo paradosso: si può gioire della povertà, della fame, del pianto? Penso che nessuno possa farlo e neanche Gesù lo ha fatto. Gesù non pretende che possiamo gioire di ciò che toglie all'uomo la sua dignità di figlio di Dio, figlio di Re. E' ben altro il motivo che spinge a rallegrarsi e gioire: quello di essere discepoli di Gesù. Essere alla sua sequela, essere alla sua Presenza non può che riempire il cuore e farlo esultare, perché in lui veramente si sperimenta la sazietà, la risata sincera, perché chi è con Gesù possiede il Regno di Dio. Allora veramente si può anche piangere ed essere felici, perché non abbiamo da temere. Lui ce lo ha detto: "Io ho vinto il mondo... Io sarò con voi sino alla fine del mondo". Per questo i due pellegrini di Emmaus, pur angosciati possono dirsi: "Non ci ardeva forse il cuore mentre Lui parlava con noi lungo la via?".

RF

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«Anche i peccatori fanno lo stesso» (Lc 6,32)

Gesù, come spesso fa, mette il dito nella piaga e smaschera la nostra convinzione di essere brave persone. Certo è cosa buona amare chi ci ama e fare del bene a chi ce ne fa. E' un dovere di riconoscenza e spesso molti non fanno neppure quello. Ma non possiamo illuderci di essere cristiani se agiamo bene come chiunque potrebbe agire bene: un ateo come un buddista, un agnostico come un animista. Gesù ci sfida a fare qualcosa che ci renda riconoscibili come suoi seguaci: amare il nemico, usare misericordia senza calcolo, trasformare addirittura le angherie subite in sovrabbondanza di generosità.

Non possiamo mimetizzarci a lungo: Gesù è stato riconosciuto dal centurione come figlio di Dio mentre moriva sulla croce perdonando i suoi carnefici. Certo le nostre forze non saranno sufficienti, ma almeno questo ci costringerà ad attingere alla Fonte della Carità e metterci sul serio alla sua sequela.

RF

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