|
La bellezza di un incontro
ecclesiale delle dimensioni di una GMG sta proprio nella
varietà delle persone che vi partecipano, sia per
nazionalità e sia per l’esperienza di Chiesa che fanno.
Incontreremo tedeschi, colombiani, coreani… che vivono il
cristianesimo con delle sfumature caratteristiche date dallo
loro cultura e dalla loro storia. Così incontreremo
rappresentanti di associazioni e movimenti diversi che
avranno a loro volta delle coloriture diverse che
arricchiranno il quadro che verremo a formare: scout,
catecumenali, carismatici, gen… Così giovani di tante
famiglie religiose: redentoristi, mercedari, missionari
della consolata, salesiani… somaschi. Somaschi appunto.
Quale può essere il nostro contributo in questo contesto?
Cosa possono dare di proprio i giovani somaschi in una
occasione come questa?
Vi do tre suggerimenti alla
luce dei tre elementi costitutivi della GMG: la Croce, il
pellegrinaggio e la Chiesa.
La storia della GMG nasce
20 anni fa alla fine dell’Anno Santo della Redenzione del
1984, quando chiudendo la Porta Santa Giovanni Paolo II
affida ai giovani la Croce che aveva troneggiato durante
tutto l’anno a fianco dell’altare di S. Pietro. Consegnando
la Croce dirà queste parole: «Vi affido la Croce di Cristo.
Portatela nel mondo come segno dell’amore del Signore Gesù
per l’umanità e annunciate a tutti che solo in Cristo morto
e risorto c’è salvezza». Nel 1985 attorno a questa croce si
radunano i giovani di tutto il mondo con la prima GMG,
proprio a Roma.
Il logo che capeggia nelle
nostre bandiere e nelle nostre bandane rappresenta in
maniera stilizzata Gesù che porta la croce: è lo stemma dei
padri somaschi. Perché tutta l’esperienza spirituale e le
opere di carità di Girolamo Emiliani nascono dall’incontro
col Crocifisso misericordioso che non lo condanna per tutto
il male che nella sua vita aveva commesso ma lo salva. Ai
piedi della croce scopre il volto paterno di Dio e si
ritrova figlio. Questa esperienza di figliolanza Girolamo la
comunica a chiunque incontra, prediligendo chi non ha potuto
fare esperienza di una vera paternità: gli orfani. Per
questo, nel suo testamento spirituale, esorta i suoi
compagni a seguire la via del Crocifisso. Dietro a lui
potremo sperimentarci tutti figli di Dio, tutti fratelli: si
può sperimentare la famiglia.
Questa famiglia dei figli
di Dio altro non è che la Chiesa. È nella Chiesa che
Girolamo trova il senso e l’obbiettivo della sua vita.
Attraverso gli orfani, i suoi compagni, gli amici che
condividono il suo ideale di carità, ricostruisce quella
famiglia che era la prima comunità cristiana, quella
descritta dagli Atti degli Apostoli. Per questo lui e i suoi
compagni ogni giorno pregavano chiedendo a Dio di
“ricostituire quello stato di santità che fu al tempo dei
suoi apostoli”. Per questo attorno a lui giravano
espressioni diverse della Chiesa del suo tempo ed era legato
da profonda amicizia con altri fondatori di ordini
religiosi. Così collaboravano con lui cappuccini,
domenicani, teatini, clero diocesano, vescovi, laici, uomini
e donne di ogni condizione. Per questo è una ricchezza
enorme che nel nostro gruppo non siamo tutti somaschi, ma ci
siano anche i missionari della Consolata, amici che ci hanno
conosciuto ma non necessariamente percorrono il nostro
stesso cammino. In questo modo, nel piccolo, siamo
espressione di questa comunione di Chiesa che Girolamo aveva
nel cuore.
Infine il pellegrinaggio.
Non è un caso che le GMG, almeno in Europa, si siano svolte
in luoghi che sono mete di pellegrinaggi storici, centri
della fede del cristianesimo europeo: Roma, Santiago de
Compostela, Cezstochova, la stessa Colonia. L’esperienza del
pellegrinaggio è quella di mettere il cristiano in
movimento, di avere la consapevolezza di dover fare un
percorso per misurare la propria fede e incontrare Dio. San
Girolamo è stato un uomo sempre in cammino, che per tutto il
nord Italia è passato di città in città, viaggiando insieme
con i suoi ragazzi in una processione aperta proprio dal
Crocifisso. Ma la meta del suo pellegrinaggio, il suo
percorso per misurare la sua fede, il luogo dove incontrare
Dio non era un particolare santuario di quelle città che
visitava ma era il fratello bisognoso che vi abitava. Di
Girolamo un amico diceva che “fra tutti preferiva i suoi
cari poveri come coloro che meglio gli rappresentavano
Cristo”. Così anche per noi la meta del nostro
pellegrinaggio non è tanto un luogo quanto il fratello che
abbiamo accanto e che incontriamo nel nostro cammino.
Ecco le tre cose che
possiamo portare con noi e donare a chi incontreremo in
questa GMG: un’esperienza di Chiesa, di comunione fraterna
che nasce dal Crocifisso e si apre al fratello come luogo di
incontro con Dio. Una realtà in cui chiunque si può sentire
in famiglia. In questo modo ci mescoleremo a tutti senza
presunzione arricchendoci dei doni degli altri e
contribuendo alla ricchezza di tutti.
|