L'inferno:
eterno, ma costruito da noi Paolo Lòriga
Intervista a Hubertus Blaumeiser,
docente di Teologia all'università Gregoriana, in Città Nuova del 25
aprile 2000
Prof.
Blaumeiser, nel sentire comune oggi si dubita dell'inferno...
"È vero. Ma ha osservato qualcuno che, da quando si è
giunti a negarlo, l'inferno si è rovesciato sulla Terra. Colpisce
il fatto che, nel secolo appena trascorso, l'umanità abbia visto
scenari spaventosi come quelli di Auschwitz, Hiroshima o i gulag
stalinisti, ma anche genocidi e episodi di pulizia etnica, che
hanno molto di un inferno "terrestre".
"Tuttavia, non è questo l'inferno di cui parla Gesù quando,
in brani evangelici come la parabola del giudizio finale o del
ricco Epulone, ci dice che la nostra vita può compiersi per
sempre nella comunione con Dio, ma può anche fallire per sempre.
L'inferno di cui parla Gesù, non è uno stato transitorio ma è
definitivo, "eterno"".
È appunto questo che oggi appare difficile credere.
"Va precisato che noi non crediamo nell'inferno come crediamo
in Dio. Credere in Dio significa abbandonarci totalmente in lui;
"credere" nell'inferno è uno dei contenuti della nostra
fede, vuol dire prendere sul serio la nostra libertà davanti a
Dio: noi possiamo aprirci, ma possiamo anche chiuderci per sempre
a lui. È questo il nucleo del discorso sull'inferno, attualissimo
anche oggi".
Resta comunque in discussione l'idea stessa del giudizio senza
appello di un Dio che è Amore.
"È troppo semplicistica l'idea di un Dio che punisce i
cattivi e premia i buoni. È lo stesso peccato, è il non-amore a
segnare negativamente la nostra vita, rendendola fredda e dura.
Sappiamo tutti per esperienza come il dono di sé significhi vita,
apertura, comunione, gioia. Mentre il peccato è chiusura dentro
noi stessi, rifiuto della comunione e quindi è di per sé morte.
In questo senso il Catechismo della Chiesa cattolica afferma che
l'inferno è uno "stato di definitiva auto-esclusione dalla
comunione con Dio e con i beati". Perciò all'origine della
dannazione eterna non sarebbe Dio ma l'uomo. Ha osservato
lucidamente Michel Carrouges: "È Dio che crea il paradiso,
ma è la creatura ribelle che crea l'inferno"".
Certe classiche immagini pittoriche dell'inferno hanno fatto
per tanti il loro tempo. Come allora immaginarsi l'inferno?
"Rispondo con alcuni pensieri di Chiara Lubich la quale,
proprio perché parla dell'amore, ha espressioni molto efficaci
anche sull'inferno. Per lei, l'essenza dell'inferno sta nella
mancata comunione con Dio e fra le persone e nella drammatica
disunità che ne deriva: "Ognuno sarà pazzo perché solo e
parlerà con se stesso, non potrà giammai comunicare con
l'altro". Se il paradiso è perfetta armonia di unità e
libertà, pienezza di comunione ad immagine della vita delle tre
divine Persone, nell'inferno - dice Chiara - vi sarà solo unità
senza libertà (costrizione) e solo libertà senza unità
(anarchia), mai unità degli opposti".
L'inferno sarebbe dunque più che altro uno stato esistenziale?
"Sì e no. Perché noi esseri umani abbiamo sempre il nostro
mondo. Cito ancora le efficaci espressioni di Chiara: in inferno -
dice - si vedranno "le cose tutte vuote, senza l'Amore che c'è
sotto... Vi saranno tutte le cose, ma tutte disunite, tutto
sfasciato, senza l'armonia che è ordine". Per cui l'inferno
sarà "come un cadavere rigido con i segni di tutta la vita:
gli occhi fatti per vedere, il petto per sollevarsi e respirare,
la bocca per parlare, ecc. Tutto vi sarà, ma senza scopo".
L'inferno, dunque, come mondo del non-amore e perciò
dell'assurdo. Il dannato - afferma Chiara - "sentirà
coscientemente di aver dovuto fare una cosa sola: amare e non potrà
più amare". E questo "sarà il suo perenne
tormento"".
Dunque, dovremo proprio volerci andare all'inferno?
"Che l'inferno esista, è verità di fede. Ma che ci sia
effettivamente andato qualcuno, è questione aperta. Quando il
noto teologo Hans Urs von Balthasar negli anni Ottanta pose in
questi termini la domanda "che cosa possiamo sperare?",
fece scalpore. Giovanni Paolo II nel suo libro-intervista Varcare
la soglia della speranza è più cauto. La chiesa, che ha
canonizzato dei santi, non si è mai pronunciata su chi è andato
all'inferno. Questo silenzio - dice il papa - è "l'unica
posizione opportuna del cristiano"".
Ma, allora, è solo ipotetica l'eventualità di dannarsi?
"Gesù non lascia equivoci: la possibilità di perdersi c'è.
Essa non è altro che il rovescio della libertà umana. Più in là
non possiamo andare. Anziché speculare su un inferno
"vuoto" conviene considerare quella che è la nostra
grande chance oggi. Se Gesù nell'esperienza dell'abbandono - fa
intendere san Paolo - è disceso fin nelle più profonde tenebre
del peccato, nessun uomo è tanto lontano da Dio che Gesù non lo
raggiunga. È questa la "Buona Novella", che trova la
sua espressione in modo speciale nella riconciliazione
sacramentale: finché siamo in vita, in qualsiasi situazione
morale ci troviamo, con un atto puro d'amore, possiamo
riconoscerci in Gesù crocifisso che si è fatto uno anche con
l'ultimo peccatore, e da lì ripartire a donarci a Dio e agli
altri".