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Spesso
su "Doppio Clic" abbiamo tentato di capire quali sono le dinamiche
interne dell'amore cristiano e delle sue espressioni quasi come in un
cammino propedeutico che coinvolga concretamente anche la nostra umanità
e la nostra psicologia. Infatti abbiamo messo l’accento sul primo passo
dell’amore, cioè quello di avvicinarsi all’altro, “scendere” al suo
livello o, come dice Gesù nella parabola del Buon Samaritano, “farsi
prossimo”. Poi sull'accoglienza e sulla capacità di
ascolto empatico. Sono passi fondamentali
perché se restiamo lontani dal fratello, dall’altro, come possiamo
amarlo?
Ma ora viene il bello: una volta che mi sono reso “prossimo”
del fratello cosa fare? Tante volte abbiamo parlato dell’amore, tante
volte abbiamo cercato di capire la differenza tra l’amore umano e quello
evangelico. Penso che tante volte abbiamo anche provato a metterlo in
pratica nei nostri rapporti. Ma concretamente abbiamo spesso fatto
cilecca, non siamo riusciti. L’amore cristiano in realtà non si finisce
mai d’imparare perché è grande quanto Dio e noi siamo sempre in cammino.
Ora ci facciamo aiutare da S. Paolo
che ne dà una splendida descrizione, di quelle che lasciano senza
parole. Dopo aver spiegato ai Corinzi che nella vita si possono avere i
talenti più belli ma che se manca l’amore di Dio niente di quanto si fa
e si vive ha valore, fa un elenco di cose che spiegano cosa sia
quest’amore:
«La carità è paziente, è benigna la
carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non
manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene
conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della
verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta». (1Cor
4-7)
S. Paolo elenca ben 15 caratteristiche dell’amore: 2
positive iniziali che altro non fanno che descrivere come aveva vissuto
Gesù (Paziente e Benigno), 8 negative che stoppano le deviazioni del
comportamento degli uomini (in particolare si riferisce al comportamento
dei cristiani di Corinto), 1 altra caratteristica positiva (compiacersi
della verità) che chiude il ciclo di negazioni, e infine 4 affermazioni
che mostrano la capacità dell’amore di raccogliere tutto (copre,
crede, spera, sopporta).
Però nelle prime due affermazioni iniziali che descrivono
Gesù c’è come la sentesi di tutto.
L’amore è paziente.
Perché per poter amare seriamente bisogna essere pazienti
anche con sé stessi. Amare è impegnativo, non te la sbrighi con una
buona azione: ci vuole perseveranza, impegno, sacrificio, capacità di
rialzarsi dopo i propri errori e le proprie sconfitte. Ci vuole capacità
di mettersi continuamente in gioco, di non accontentarsi del primo
risultato, come se fosse solo un compito a casa da svolgere. Amare
prende tutta la vita di una persona, tutti i suoi rapporti, il suo
tempo. Non è una cosa da poco, perciò è necessaria tutta la nostra
pazienza e anche molta di più.
Poi alcuni traducono la parola greca usata da S. Paolo oltre
che con “paziente” anche con “longanime”. Una persona longanime non è
semplicemente una persona che ha pazienza ma ha anche un atteggiamento
tollerante, non nel senso che lascia fare ma che è capace di perdonare,
di saper aspettare che l’altro possa esprimersi finalmente nel bene. In
questo senso è paziente.
Questo significa che la persona che ama è una persona che è
accogliente verso tutti, anche con chi non è amabile a primo acchito, ma
è capace di vederlo come potrebbe diventare in prospettiva se venisse
amato, oltre gli errori che fa e i difetti che possiede. Un cristiano
infatti sa che in ogni prossimo c’è Gesù. Lo ha detto Lui: «qualunque
cosa avrete fatto anche al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatta a
me». Il cristiano è anche consapevole che questa presenza di Gesù nel
prossimo non è subito piena e sa che solo attraverso l’amore che
riceverà questa presenza di Gesù potrà manifestarsi sempre più. E per
questo non ha fretta: è longanime. Cioè sa dare all’altro tutto il tempo
che occorre ed è perseverante nell’amare per tutto il tempo necessario.
La fretta è nemica dell’amore e per amare bisogna essere disposti a
“perdere” tempo.
L’amore è benigno.
Con la parola benignità mettiamo in gioco un aspetto
essenziale dell’amore: che cerca il bene dell’altro. Questo mette subito
in chiaro che chi ama non ha come obbiettivo cercare il proprio bene ma
il bene dell’altro. Questo significa che il metro di misura per amare
non sono io, il mio modo di pensare, le mie convinzioni, le mie
abitudini, la mia cultura, i miei comodi, il mio bene ma il bene
dell’altro. Questo significa essere disposti anche soffrire per l’altro
perché non sempre quello che io considero il mio bene coincide con
quello dell’altro. Gesù non è forse morto in croce per realizzare il
nostro bene? Il padre misericordioso della parabola del figliol prodigo
non sta tutto il tempo in pena per il figlio che lo abbandona e non fa
conto di quella pena vissuta quando il figlio rientra e fa festa per
lui?
Perciò, quando mi accosto al prossimo, quando faccio
qualcosa per lui, devo continuamente farmi questa domanda: per chi lo
sto facendo? Sto cercando il mio bene o il bene dell’altro? Fino a
quando non so pormi questa domanda non riuscirò mai a liberare l’amore
che è in me, e finche non sarò sincero con me stesso nel rispondere a
questa domanda non amerò mai davvero.
Faremo però la
scoperta che il rinunciare al nostro “bene” per quello dell’altro
realizzerà paradossalmente il nostro vero bene perché farà crescere in
noi quella presenza di Gesù che prima vedevamo nella prospettiva
dell’altro. Diventare come Gesù, diventare un altro Gesù significa
infatti raggiungere la pienezza di sé stessi, con tutti gli effetti di
pace, di gioia, di bellezza a cui ciascun uomo e ciascuna donna aspira.
Roberto Frau |