i Giovani con i Padri Somaschi     

 

Un’immagine: il mouse e il doppio clic che si fa col pulsante sinistro. Alle volte il rapporto con la nostra vita è un po’ così: ci sono delle nostre esperienze, dei nostri modi di essere che rimangono come certe icone in un angolo dello schermo del computer. Sono lì, come in standby e non sappiamo cosa c’è dentro o, se lo sappiamo ne temiamo il contenuto ed evitiamo di aprirlo. Eppure è importante ogni tanto avere il coraggio di arrivare lì, su quell’icona e cliccarci sopra, per vedere cosa c’è dentro, come funziona e, magari, fermarsi a fare un po’ d’ordine

 Farsi prossimo...
  perchè non basta avere l'intenzione di amare

Una delle cose che infastidisce di più nel rapporto con una persona è quando in questa si percepiscono dei modi di fare che ci rivelano un suo atteggiamento di superiorità. Ci tratta, spesso senza rendersene conto, con sufficienza, come chi sa come vanno le cose e l’altro (poverino) non ne ha la minima idea. Oppure ci aiuta ma trova il modo di farci capire che se non fosse stato per lui poveri noi. Ci dà dei consigli e magari lo fa interrompendo il nostro discorso, impedendoci così di esprimere veramente il nostro pensiero e la nostra esperienza. Forse questa persona ha anche la ragione ma il risultato è che noi non ci sentiamo capiti. Forse ci ha aiutati realmente ma paradossalmente non ci sentiamo amati.

Quando siamo noi a subire questa situazione ci viene spontaneo lamentarcene ma siamo sicuri di non essere noi i primi, pur senza farlo apposta, a comportarci con gli altri proprio nel medesimo modo? È proprio per questo che spesso il nostro impegno ad amare e voler bene a qualcuno non arriva a destinazione. Magari ci viene addirittura da dire che gli altri sono ingrati perché non capiscono il nostro impegno. Ma se l’amore non raggiunge l’oggetto dell’amore, se l’altro cioè non arriva a sentirsi compreso e amato da noi a cosa serve il nostro amore? È come una freccia scagliata nel vuoto che sbaglia il suo bersaglio.

C’era qualcuno che diceva che “non basta fare le cose per amore ma bisogna farle essendo amore”. Cosa significa.

Ricordo di aver visto un mimo semplice e curioso. Uno dei personaggi era una ballerina classica che su un piano rialzato eseguiva alcuni esercizi di riscaldamento seguendo la musica classica, finché non arriva una ragazza che col radione s’installa sotto di lei ballando come se fosse in discoteca. All’inizio la ballerina cerca d’ignorarla ma non riuscendoci capisce che deve tentare un approccio. Dall’alto del suo piano rialzato riesce ad attirare l’attenzione della ragazza e tenta invano di insegnarle qualche passo di danza. Capisce che la distanza complica le cose, così le lancia una fune per tirarla su ma la fune gli sfugge via. Così capisce che è più facile che sia lei a scendere dalla ragazza ma, quando fa il passo per fare il salto in giù, si sente come risollevata e riportata su. Sapete cosa le impediva di scendere? Un enorme palloncino a cui era attaccata e su cui c’era scritto un enorme “IO”. Solo facendo scoppiare quel “pallone gonfiato” del suo “io” riuscì a saltar giù e ad incontrare l’altra ragazza.

Anche noi ci comportiamo come quella ballerina e stentiamo a scendere dal nostro piano rialzato: insegniamo dall’alto, cerchiamo di tirare gli altri su ma non riusciamo a toccare il cuore dell’altro. Perché abbiamo il nostro “io” gonfio, per cui pensiamo di fare le cose per amore ma non siamo ancora amore.

Chi ci insegna a sgonfiare il nostro io e a scendere a livello dell’altro?
Gesù! Solo lui ce lo può insegnare.

Dio era Dio e per poter trattare con l’uomo poteva rimanere Dio nell’alto dei suoi Cieli. Ma non sarebbe arrivato mai al cuore dell’uomo. Così ha preso occhi come i nostri per guardarci negli occhi, ha preso labbra come le nostre per dirci parole che comprendessimo, ha preso mani come le nostre perché potesse accarezzare il nostro viso, ha preso una vita come la nostra, dove ha sofferto come ogni uomo, come me e te, peggio di me e te, perché da quella croce ogni uomo in difficoltà (qualsiasi difficoltà) potesse sentirsi capito e accolto. Per comunicare con me è sceso (lui sì realmente) al mio livello. Dice S. Paolo in una sua lettera, invitando i cristiani di Filippi ad avere i gli stessi sentimenti (cioè lo stesso amore) di Gesù, «il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome» (Fil 2,6-9). Questa deve essere la nostra molla: non attaccarci a noi stessi come se fosse “una preda” ma spostarci per arrivare veramente al cuore dell’altro. Questo è solo l'inizio dell'amore, ma se manca questo non riusciremo mai ad amare. In fondo Gesù, con la parabola del buon samaritano, non aveva ribaltato il classico comandamento ebraico di amare il prossimo spingendo lo scriba che lo interrogava a farsi lui prossimo per poter amare?

Roberto Frau

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