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Un’immagine:
il mouse e il doppio clic che si fa col pulsante sinistro. Alle volte il
rapporto con la nostra vita è un po’ così: ci sono delle nostre
esperienze, dei nostri modi di essere che rimangono come certe icone in
un angolo dello schermo del computer. Sono lì, come in standby
e non sappiamo cosa c’è dentro o, se lo sappiamo ne temiamo il
contenuto ed evitiamo di aprirlo. Eppure è importante ogni tanto avere
il coraggio di arrivare lì, su quell’icona e cliccarci sopra, per
vedere cosa c’è dentro, come funziona e, magari, fermarsi a fare un po’
d’ordine…
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Su
queste pagine di "Doppio Clic" avevamo lanciato una sfida sul paradosso
evangelico: "il più grande è il più piccolo - se
non tornerete come bambini non entrerete nel Regno". Cioè
divento adulto se ritorno bambino.
Abbiamo affrontato su questo filone le dimensioni della
fiducia, del sogno,
del gioco.
Rimane da affrontare l'ultima dimensione, quella della famiglia.
È
proprio l'arrivo di un bambino che trasforma la coppia in una famiglia e
che attiva nei due genitori dinamiche di apertura e accoglienza che
erano rimaste in stand by sino a quel momento. Questo perchè il bambino
è indifeso, non è autosufficiente e il suo bisogno mette in movimento
l'amore attorno a lui. La sua innocenza e la sua ingenuità creano
simpatia e fiducia. La sua voglia di imparare stimolano la
collaborazione al suo processo di apprendimento. In questo modo diventa
perno di un dare e ricevere fecondo, ben diverso dal "do ut des" degli
adulti fra loro, che ha il sapore della della reciprocità chiesta da
Gesù nel Vangelo. Come mai gli adulti hanno così difficoltà a creare il
calore della famiglia tra di loro? Perché vogliono sempre tutti fare il
padre, avere sempre ragione, insegnare agli altri, perché sono i
migliori e non hanno niente da imparare da nessuno: mostreranno loro di
cosa sono capaci. Paradossalmente più si cresce è più è difficile
permettere agli altri di amarci. Nel mito dell'autosufficienza della
supremazia mettiamo distanza dagli altri. Cosa manca agli adulti?
Qualcuno che faccia ancora la parte del "bambino" del "figlio", di colui
che riconosce di avere bisogno degli altri. Questa è la grande arma che
può reinnescare le dinamiche di dono e di accoglienza che si sono
assopite fra adulti. Sono consapevole di essere limitato, che non
possiedo l'onniscienza e l'onnipotenza. Senza essere succube ho la
semplicità e la maturità di riconoscere che ho bisogno degli altri e che
gli altri hanno bisogno di me. Non mi vergogno di chiedere aiuto e di
lasciarmi aiutare come non mi nego nel condividere ciò di cui sono
capace. In certo qual modo mi espongo come "ingenuo" ma proprio questa
consapevole "ingenuità" - di cui qualcuno probabilmente
approfitterà - non allontana chi mi sta vicino e gli permette di entrare
in relazione con me e scoprirsi con la su "ingenuità". Così ci
ritroveremo interconnessi in una relazione in cui a volte sono "figlio",
altre volte sono "padre", come in una sorta di piccola Trinità dove il
calore delle relazioni fortifica nelle fatiche, sostiene nelle
difficoltà, incoraggia nella sfiducia, corregge nell'errore, raffredda
le tensioni, apre gli orizzonti per allargare ad altri questa
meravigliosa esperienza: una vita dove agisce indisturbato lo Spirito
Santo. Fu questo che spinse i primi cristiani ad espandersi e, come per
un contagio, si diffusero nel mondo allora conosciuto coinvolgendo
schiavi e liberi, uomini e donne, giudei e greci (cioè gli opposti
caratteristici della cultura del tempo. cf ) facendone persone capaci di
amarsi nonostante le diversità e attraverso le loro diversità.
Concludo citando un brano tratto dalle
Confessioni di S. Agostino che riassume in parole
sublimi il mistero della famiglia che nasce là dove ci si avvicina gli
uni gli altri con questo spirito:
«I colloqui, le risa in compagnia, lo scambio di cortesie affettuose, le
comuni letture, i libri ameni, i comuni passatempi ora frivoli ora
decorosi, i dissensi occasionali, senza rancore, come ogni uomo con sé
medesimo, e i più frequenti consensi, insaporiti dai medesimi, rarissimi
dissensi; l’essere ognuno dell’altro ora maestro, ora discepolo, la
nostalgia impaziente di chi è lontano, le accoglienze festose di chi
ritorna. Questi e simili segni di cuori innamorati l’uno dell’altro,
espressi dalla bocca, dalla lingua, dagli occhi e da mille gesti
gradevolissimi, sono l’esca della Fiamma che fonde insieme le anime e di
molte ne fa una sola».
Roberto Frau
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