i Giovani con i Padri Somaschi     

 

Un’immagine: il mouse e il doppio clic che si fa col pulsante sinistro. Alle volte il rapporto con la nostra vita è un po’ così: ci sono delle nostre esperienze, dei nostri modi di essere che rimangono come certe icone in un angolo dello schermo del computer. Sono lì, come in standby e non sappiamo cosa c’è dentro o, se lo sappiamo ne temiamo il contenuto ed evitiamo di aprirlo. Eppure è importante ogni tanto avere il coraggio di arrivare lì, su quell’icona e cliccarci sopra, per vedere cosa c’è dentro, come funziona e, magari, fermarsi a fare un po’ d’ordine

 La leggerezza della vita...
  riscoprire da adulti la dimensione del "gioco" per tornare bambini evangelici

Su queste pagine di "Doppio Clic" avevamo lanciato una sfida sul paradosso evangelico: "il più grande è il più piccolo - se non tornerete come bambini non entrerete nel Regno". Cioè divento adulto se ritorno bambino. Abbiamo affrontato su questo filone le dimensioni della fiducia, del sogno. Facciamo un altro passo, in un'altra dimensione, partendo da una domanda:

Vi piace essere liberi? Vi piace non dover sottostare a regolamenti e a quello che decidono altri per voi? O magari preferite giocare invece che impegnarvi nello studio o a lavorare…

Bene, se fosse proprio così verrebbe da dire che siete proprio matti, perché a qualsiasi gioco vogliate giocare è necessario sottostare a decine di regole. Se fosse veramente così, come fate a divertirvi se quando sgarrate le regole del gioco venite “puniti”: dovete fermarvi un turno, venite esclusi dal gioco, dovete pagare pegno, subite un calcio di rigore o tre tiri liberi, si passa per uno “stop and go” ai box… ?

Pur con il più grande desiderio di stare fuori dalle regole, è paradossale che per esercitare l’attività più divertente della vita - il gioco - bisogna osservare delle regole. Se queste regole mancassero non ci si potrebbe neanche divertire. Non si tratta di un paradosso ma della conferma che l’uomo per vivere sereno, felice ha bisogno di vivere e strutturarsi in regole. In fondo il gioco non fa altro che riproporre in metafora la stessa vita. Allora perché, se il gioco è metafora della vita,  questo è vissuto con leggerezza e la vita spesso no e le regole che la ordinano le sperimentiamo come opprimenti?

In realtà i creatori di questa differenza siamo innanzi tutto noi stessi perché è il nostro atteggiamento, il nostro modo di affrontare le cose, che cambia e, in qualche modo, determina la realtà. L’atteggiamento nel gioco viene chiamato tecnicamente “ludico” ed esprime - come affermano gli antropologi - un tipo di attività gratuita e libera. È l’atteggiamento di gratuità che rende il gioco un gioco, lo rende perciò leggero. Infatti, nel momento in cui si perde questa gratuità anche il gioco perde la sua dimensione ludica e ne vediamo gli effetti negli sport professionistici dove di leggero non c’è assolutamente più niente, alimentato da tensioni, ansie, corruzione…

Allora per entrare dentro il mistero della leggerezza e della bellezza nelle cose che faccio e vivo bisogna tenere d’occhio questo atteggiamento di gratuità. Se riuscissi a trasferire questo atteggiamento di gratuità nel mio studio, nelle mie relazioni, nel mio lavoro scoprirei tutta la bellezza della vita, come quella del bambino che ancora non distingue il gioco dalla vita e la vita dal gioco.

Qual è l’unica dimensione nella vita reale, al di fuori del gioco, che può essere definita gratuita? L’amore! È dalla gratuità che capisco se una persona mi ama e mi vuole bene sul serio: se non cerca un tornaconto, se ciò che fa per me lo fa gratuitamente cercando il mio bene e non prima il suo.

Se io amo, la vita diventa leggera, cioè diventa gratificante. E le regole, così necessarie per vivere (al punto che le riproduciamo anche nei momenti di svago come è il gioco) non ci schiacciano ma anzi diventano strumenti utili per affrontare la vita e goderla in pieno. Come fare?

Partiamo da una legge della vita, una regola della natura non scritta, che più di ogni altra ci spaventa e ci blocca. È proprio questo blocco che ci impedisce di amare e di dare leggerezza alla nostra vita.

Provate a pensare ad un interruttore. Io lo schiaccio e si accende la luce. Ma per fare luce la lampada consuma elettricità. Quindi la luce consuma elettricità. Ma quell’elettricità da dove arriva? Esiste da qualche parte una centrale che brucia petrolio il cui consumo permette la produzione dell’elettricità. E quel petrolio da dove arriva? È materiale organico che nei millenni, putrefacendosi e quindi consumandosi, ha prodotto quel liquido nero infiammabile… Senza contare tutto il lavoro dell’uomo per permettere questa trasformazione. La stessa luce del Sole che ci illumina e ci scalda è il prodotto di una immensa fornace che a miliardi di gradi consuma materiale stellare. Questa legge fondamentale della natura e della vita è che ogni trasformazione comporta un consumo, che la vita nasce da un’altra vita che si consuma, che senza investimento di energie tutto rimane fermo e muore definitivamente.

Sono ricorso all’esempio  dell'elettricità per farmi capire perché ci siamo ormai allontanati dalla civiltà agricola e contadina dove tutto questo appare più normale e ovvio. La tecnologia e la cultura urbana ci hanno tolto tutti i passaggi della trasformazione: noi ci ritroviamo il pane a tavola con l’unico sforzo di essere andati a comprarlo. Ancora ai tempi di mia mamma, quando lei era bambina, non si andava a comprare il pane. Si doveva rinunciare a una parte del grano per poterlo seminare, dopo aver faticosamente preparato il terreno. Si aspettavano mesi e poi sotto il sole caldo di giugno e luglio si mietevano le spighe. Il grano prodotto, una parte veniva messo da parte per la prossima semina e l’altro veniva schiacciato per ricavarne farina. Quella farina veniva faticosamente impastata e cotta nei forni che bruciavano la legna raccolta nei boschi e in campagna… E poi avevi il pane da mangiare, frutto di una fatica collettiva di persone e della natura. E fin da bambina mia mamma era coinvolta in prima persona in tutto questo processo dove si “consumava” per produrre la vita. E mia mamma è cresciuta da bambina sì giocando ma vivendo consapevole di questa regola fondamentale della vita. Regola che ritroviamo nelle labbra di Gesù: «Se il chicco di grano non muore rimane solo se invece muore porta molto frutto». Con queste parole Gesù rispondeva a dei Greci che avevano chiesto all’apostolo Filippo se potevano vederlo e per “mostrarsi” usa questa metafora del chicco che muore. Con questa immagine Gesù vuole spiegare la sua realtà più profonda che si esprimerà nella sua morte in croce: “io ti amo”. Perché questo fa l’amore: si dona senza riserve. Ma l’amore donato genera sempre altra vita.

Noi commettiamo un comprensibile ma grossolano errore nel nostro modo di guardare la realtà, perché mettiamo come alternativi fra di loro morte e vita, sofferenza e gioia: per noi se c’è l’uno non ci può essere l’altro. Che sia così è solo un’apparenza, frutto della nostra paura, ma la realtà è più complessa.

Proviamo a guardare al processo di crescita della persona umana: è un susseguirsi di situazioni, per così dire, “mortali” che se non vengono attraversate conducono l’uomo all’autodistruzione. Il bambino nel grembo materno vive una pienezza tutta speciale in perfetta simbiosi fisica e affettiva con la madre: quella è tutta la sua vita, il suo mondo. Nascere per lui è un vero dramma cosmico perché distrugge il suo mondo, e vive un trauma enorme, paragonabile alla morte: ma se non lo affrontasse cesserebbe di vivere.

L’adolescente, nei suoi processi di identificazione sessuale e di liberazione dalla direttività dei genitori vive un dramma che raramente confida, in cui ogni sicurezza dell’infanzia è scalzata, ritrovandosi ancora informe e senza certezze. Ma l’adolescente che non ha il coraggio di attraversare queste mutazioni si condanna all’immaturità e di conseguenza ad una vita di frustrazioni…

Così è per i trentenni, così è per i cinquantenni, così è per l’età della pensione… Ogni fase della vita personale si apre e si chiude con un momento “mortale”, di crisi, da cui è necessario passare pena l’interruzione della vita stessa. Se si ha il coraggio di attraversarle in pienezza si aprano prospettive nuove in cui quanto vissuto precedentemente viene ripreso e assimilato in un piano superiore.

Ma così è anche l’amore!

Gesù ha egregiamente spiegato l’amore, oltre che col suo gesto della croce, con la parola “dare”. Ora il “dare” ha un suo rovescio perché, se dai veramente, quello che doni lo “perdi”, perché dandolo all’altro lo cedi, te ne privi: non è più tuo. Questo può comportare emotivamente del disagio, una sofferenza, perché c’è qualcosa che da un certo punto in avanti non è più mio, perché è donato veramente.

Però, quando ad esempio siamo innamorati di qualcuno, tutto quel “perdere” che è dentro il mistero dell’amore non pesa affatto. Addirittura non lo vediamo, anzi ci procura gioia, perché lo do per qualcuno che amo. E quanto dono produce nuovo amore e nuova vita.

Questo cosa significa? Che l’aspetto di “perdita”, di “sofferenza” insito nell’amore non è oggettivo ma dipende da me, dal mio atteggiamento interiore. Questo aspetto di “morte” è sempre presente nell’amore: il chicco di grano per produrre frutto deve morire. Se abbiamo il coraggio di buttarci, di attraversare quel momento di “crisi” che il “dare” può comportare, entriamo nella vera dimensione dell’Amore, dove t’incontri con Dio.

Il rompersi del legame del dare con l’amore è il cuore del peccato: nella paura che nel dare si rimanga privati di qualcosa ci si è chiusi nell’egoismo. Si è sostituito la parola “dare” con la parola “perdere” rompendo il nostro contatto con questa legge della vita: che ogni vita nasce da un “costo”, un “consumo”, un “investimento”. Così il peccato ha interrotto il ciclo della vita, vita che si inaridisce nelle nostre mani. Gesù è venuto sulla terra per restituirci con la sua morte, massimo “consumo” di sé, la realtà che il dono non è una perdita ma l’ingresso alla risurrezione, ad una vita ancora più grande.

Questo significa che puoi fare le stesse cose ma non avere gli stessi effetti: dipende dalla mia scelta interiore, se scelgo di amare o chiudermi in me stesso, di vivere o di “morire dentro”.

Roberto Frau

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