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Su
queste pagine di "Doppio Clic" avevamo lanciato una sfida sul paradosso
evangelico: "il più grande è il più piccolo - se
non tornerete come bambini non entrerete nel Regno". Cioè
divento adulto se ritorno bambino.
Abbiamo affrontato su questo filone le dimensioni della
fiducia, del sogno.
Facciamo un altro passo, in un'altra dimensione, partendo da una
domanda:
Vi piace essere
liberi? Vi piace non dover sottostare a regolamenti e a quello che
decidono altri per voi? O magari preferite giocare invece che impegnarvi
nello studio o a lavorare…
Bene, se fosse proprio
così verrebbe da dire che siete proprio matti, perché a qualsiasi gioco
vogliate giocare è necessario sottostare a decine di regole. Se fosse
veramente così, come fate a divertirvi se quando sgarrate le regole del
gioco venite “puniti”: dovete fermarvi un turno, venite esclusi dal
gioco, dovete pagare pegno, subite un calcio di rigore o tre tiri
liberi, si passa per uno “stop and go” ai box… ?
Pur con il più grande
desiderio di stare fuori dalle regole, è paradossale che per
esercitare l’attività più divertente della vita - il gioco - bisogna
osservare delle regole. Se queste regole mancassero non ci si
potrebbe neanche divertire. Non si tratta di un paradosso ma della
conferma che l’uomo per vivere sereno, felice ha bisogno di vivere e
strutturarsi in regole. In fondo il gioco non fa altro che riproporre in
metafora la stessa vita. Allora perché, se il gioco è metafora della
vita, questo è vissuto con leggerezza e la vita spesso no e le regole
che la ordinano le sperimentiamo come opprimenti?
In realtà
i creatori di questa differenza siamo innanzi tutto noi stessi perché è
il nostro atteggiamento, il nostro modo di affrontare le cose, che
cambia e, in qualche modo,
determina la realtà. L’atteggiamento nel gioco viene chiamato
tecnicamente “ludico” ed esprime - come affermano gli antropologi - un
tipo di attività gratuita e libera. È l’atteggiamento di gratuità che
rende il gioco un gioco, lo rende perciò leggero. Infatti, nel
momento in cui si perde questa gratuità anche il gioco perde la sua
dimensione ludica e ne vediamo gli effetti negli sport professionistici
dove di leggero non c’è assolutamente più niente, alimentato da
tensioni, ansie, corruzione…
Allora per entrare
dentro il mistero della leggerezza e della bellezza nelle cose che
faccio e vivo bisogna tenere d’occhio questo atteggiamento di gratuità.
Se riuscissi a trasferire questo atteggiamento di gratuità nel mio
studio, nelle mie relazioni, nel mio lavoro scoprirei tutta la bellezza
della vita, come quella del bambino che ancora non distingue il gioco
dalla vita e la vita dal gioco.
Qual è l’unica
dimensione nella vita reale, al di fuori del gioco, che può essere
definita gratuita? L’amore! È dalla gratuità che capisco se una
persona mi ama e mi vuole bene sul serio: se non cerca un tornaconto, se
ciò che fa per me lo fa gratuitamente cercando il mio bene e non prima
il suo.
Se io amo, la vita
diventa leggera, cioè diventa gratificante. E le regole, così
necessarie per vivere (al punto che le riproduciamo anche nei momenti di
svago come è il gioco) non ci schiacciano ma anzi diventano
strumenti utili per affrontare la vita e goderla in pieno. Come fare?
Partiamo da una legge
della vita, una regola della natura non scritta, che più di ogni
altra ci spaventa e ci blocca. È proprio questo blocco che ci
impedisce di amare e di dare leggerezza alla nostra vita.
Provate
a pensare ad un interruttore. Io lo schiaccio e si accende la
luce. Ma per fare luce la lampada consuma
elettricità. Quindi la luce consuma elettricità. Ma quell’elettricità da
dove arriva? Esiste da qualche parte una centrale che brucia petrolio il
cui consumo permette la produzione dell’elettricità. E quel petrolio da
dove arriva? È materiale organico che nei millenni, putrefacendosi e
quindi consumandosi, ha prodotto quel liquido nero infiammabile… Senza
contare tutto il lavoro dell’uomo per permettere questa trasformazione.
La stessa luce del Sole che ci illumina e ci scalda è il prodotto di una
immensa fornace che a miliardi di gradi consuma materiale stellare.
Questa legge fondamentale della natura e della vita è che ogni
trasformazione comporta un consumo, che la vita nasce da un’altra vita
che si consuma, che senza investimento di energie tutto rimane fermo
e muore definitivamente.
Sono
ricorso all’esempio dell'elettricità per
farmi capire perché ci siamo ormai allontanati dalla civiltà agricola e
contadina dove tutto questo appare più normale e ovvio. La tecnologia e
la cultura urbana ci hanno tolto tutti i passaggi della trasformazione:
noi ci ritroviamo il pane a tavola con l’unico sforzo di essere andati a
comprarlo. Ancora ai tempi di mia mamma, quando lei era bambina, non si
andava a comprare il pane. Si doveva rinunciare a una parte del grano
per poterlo seminare, dopo aver faticosamente preparato il terreno. Si
aspettavano mesi e poi sotto il sole caldo di giugno e luglio si
mietevano le spighe. Il grano prodotto, una parte veniva messo da parte
per la prossima semina e l’altro veniva schiacciato per ricavarne
farina. Quella farina veniva faticosamente impastata e cotta nei forni
che bruciavano la legna raccolta nei boschi e in campagna… E poi avevi
il pane da mangiare, frutto di una fatica collettiva di persone e della
natura. E fin da bambina mia mamma era coinvolta in prima persona in
tutto questo processo dove si “consumava” per produrre la vita. E mia
mamma è cresciuta da bambina sì giocando ma vivendo consapevole di
questa regola fondamentale della vita. Regola che ritroviamo nelle
labbra di Gesù: «Se il chicco di grano non muore rimane solo se invece
muore porta molto frutto». Con queste parole Gesù rispondeva a dei Greci
che avevano chiesto all’apostolo Filippo se potevano vederlo e per
“mostrarsi” usa questa metafora del chicco che muore. Con questa
immagine Gesù vuole spiegare la sua realtà più profonda che si esprimerà
nella sua morte in croce: “io ti amo”. Perché questo fa l’amore: si dona
senza riserve. Ma l’amore donato genera sempre altra vita.
Noi commettiamo un
comprensibile ma grossolano errore nel nostro modo di guardare la
realtà, perché mettiamo come alternativi fra di loro morte e vita,
sofferenza e gioia: per noi se c’è l’uno non ci può essere l’altro.
Che sia così è solo un’apparenza, frutto della nostra paura, ma la
realtà è più complessa.
Proviamo a guardare al processo di crescita della persona umana:
è un susseguirsi di situazioni, per così dire, “mortali” che se non
vengono attraversate conducono l’uomo all’autodistruzione. Il bambino
nel grembo materno vive una pienezza tutta speciale in perfetta
simbiosi fisica e affettiva con la madre: quella è tutta la sua vita, il
suo mondo. Nascere per lui è un vero dramma cosmico perché distrugge il
suo mondo, e vive un trauma enorme, paragonabile alla morte: ma se non
lo affrontasse cesserebbe di vivere.
L’adolescente,
nei suoi processi di identificazione sessuale e di liberazione dalla
direttività dei genitori vive un dramma che raramente confida, in cui
ogni sicurezza dell’infanzia è scalzata, ritrovandosi ancora informe e
senza certezze. Ma l’adolescente che non ha il coraggio di attraversare
queste mutazioni si condanna all’immaturità e di conseguenza ad una vita
di frustrazioni…
Così è per i
trentenni, così è per i cinquantenni, così è per l’età della pensione…
Ogni fase della vita personale si apre e si chiude con un momento
“mortale”, di crisi, da cui è necessario passare pena l’interruzione
della vita stessa. Se si ha il coraggio di attraversarle in pienezza si
aprano prospettive nuove in cui quanto vissuto precedentemente viene
ripreso e assimilato in un piano superiore.
Ma così è anche l’amore!
Gesù
ha egregiamente spiegato l’amore, oltre che col suo gesto della croce,
con la parola “dare”. Ora il “dare” ha un suo rovescio perché, se dai
veramente, quello che doni lo “perdi”, perché dandolo all’altro lo
cedi, te ne privi: non è più tuo. Questo può comportare emotivamente del
disagio, una sofferenza, perché c’è qualcosa che da un certo punto in
avanti non è più mio, perché è donato veramente.
Però, quando ad
esempio siamo innamorati di qualcuno, tutto quel “perdere” che è
dentro il mistero dell’amore non pesa affatto. Addirittura non lo
vediamo, anzi ci procura gioia, perché lo do per qualcuno che amo. E
quanto dono produce nuovo amore e nuova vita.
Questo cosa significa?
Che l’aspetto di “perdita”, di “sofferenza” insito nell’amore non è
oggettivo ma dipende da me, dal mio atteggiamento interiore. Questo
aspetto di “morte” è sempre presente nell’amore: il chicco di grano per
produrre frutto deve morire. Se abbiamo il coraggio di buttarci,
di attraversare quel momento di “crisi” che il “dare” può comportare,
entriamo nella vera dimensione dell’Amore, dove t’incontri con Dio.
Il rompersi del legame
del dare con l’amore è il cuore del peccato: nella paura che nel dare si
rimanga privati di qualcosa ci si è chiusi nell’egoismo. Si è sostituito
la parola “dare” con la parola “perdere” rompendo il nostro contatto con
questa legge della vita: che ogni vita nasce da un “costo”, un
“consumo”, un “investimento”. Così il peccato ha interrotto il ciclo
della vita, vita che si inaridisce nelle nostre mani. Gesù è venuto
sulla terra per restituirci con la sua morte, massimo “consumo” di sé,
la realtà che il dono non è una perdita ma l’ingresso alla risurrezione,
ad una vita ancora più grande.
Questo significa che
puoi fare le stesse cose ma non avere gli stessi effetti: dipende dalla
mia scelta interiore, se scelgo di amare o chiudermi in me stesso,
di vivere o di “morire dentro”.
Roberto Frau
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