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Più
volte in questa rubrica abbiamo ripetuto che l'uomo è chiamato da Dio
all'amore e che questo lo fa veramente uomo. Ora però, nonostante la
nostra buona volontà per migliorare e crescere - cioè conoscerci e
accettarci, aprirci e confrontarci - ci ritroviamo bloccati, incapaci di
vivere in positivo le cose e di vivere nell’amore, nell’atteggiamento
del “dare”. Perché capita questo e ci ritroviamo più spesso ad essere
chiusi invece che aperti, ad essere accentratori e narcisisti invece che
aperti alla condivisione e al confronto? Perché il nostro agire è
soffocato dai condizionamenti. Anzi esiste un condizionamento che sta a
monte di tutti che tenta di scaricarci da ogni nostra responsabilità ed
impegno per assicurarci una vita in cui non compromettersi più di tanto.
Questo condizionamento a monte di tutto è il nostro stesso “io”. Uso
però la parola “io” virgolettata perché con questa parola non voglio
indicare la nostra identità in senso assoluto ma una specie di
“deviazione” dell’uomo così come era nel progetto della Creazione.
Mantengo la parola “io” perché rende bene il fatto che lo sentiamo come
profondamente intimo a noi stessi al punto che ce ne sentiamo
assolutamente identificati. S. Paolo, nelle sue lettere, ne parla nei
termini di “uomo vecchio”, in opposizione alla realtà che invece chiama
“uomo nuovo”. Paolo, quando parla di “uomo vecchio” vuole indicare
l’umanità ferita dal peccato quindi ripiegata su sé stessa e che
mantiene sé stessa come punto di orientamento. Invece quando parla di
“uomo nuovo” si riferisce all’umanità rinnovata dall’amore di Gesù che è
morto e risorto per noi, indicando cioè il Risorto in noi.
Approfondiamo cosa sia l’uomo vecchio.
È la dimensione di chiusura dell’uomo che, pur creato per essere in
relazione con gli altri, sperimenta in sé una dimensione di “mancanza di
rapporto”, di separazione, divisione e frantumazione. Questa
frantumazione e divisione l’uomo lo vive prima di tutto con sé stesso
(non si accetta per come è, si sente pieno di difetti, si vorrebbe
diverso), poi con gli altri (li vede come dei pericoli di cui non sa se
fidarsi o meno oppure delle persone da dominare per sentirsi importante
visto che magari non si accetta e non si stima a sufficiente), e infine
diviso con l’ambiente (non riesce ad adattarsi al contesto in cui vive,
non rispetta il valore delle cose e del bene comune).
Facciamo continuamente esperienza di sentirci divisi in
noi stessi, al punto che anche S. Paolo, per quanto santo, ne parla
riferendosi a quanto lui stesso vive: “Io non riesco a capire neppure
ciò che faccio … infatti io non compio il bene che voglio, ma il male
che non voglio” (Rom 7). Questo perché tali condizionamenti sono
assorbiti in modo inconscio e se non riusciamo a razionalizzarli
riescono ad influenzarci in modo subdolo.
Di
fatto, questa divisione in noi, ci porta continuamente a vivere in
difesa, facendoci percepire il dono di sé come un rischio al nostro
bene, che se donando perdessimo qualcosa di noi e rompesse la nostra
unità (in realtà già frantumata, perché altrimenti non proveremmo questa
paura). Questo ci mette in antagonismo sia nei confronti degli altri che
di Dio stesso: gli altri non sono più un dono per me ma una sorta di
avversario con cui entrare in competizione, qualcuno su cui dimostrare
che sono migliore. Anche se capisco quanto sia bello vivere il Vangelo e
di quanta felicità mi possa dare viverlo insieme agli altri come una
famiglia, metto il mio “io” come limite invalicabile. Questo però
significa che si crea un paradosso: non si può voler mangiare la torta e
conservarla, non si può desiderare la comunione e il rapporto e
conservare il proprio individualismo. Si tratta di avere il coraggio di
consumare il proprio “io” (quello virgolettato, l’uomo vecchio) a favore
del rapporto con gli altri. Non è un caso che Gesù ci ponga di fronte al
bivio: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda
la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita,
la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà. Che giova
all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se
stesso?” (Lc 9,23-25). L’opzione è tra perdere la vita o guadagnarla:
solo che la nostra vita si guadagna perdendola e la si perde volendola
guadagnare. Sembra un paradosso, ma non lo è perché in realtà si perde
l’uomo vecchio per guadagnare l’uomo nuovo. Il paradosso comunque rimane
perché percepiamo l’uomo vecchio come la nostra vera realtà ed abbiamo
tutta la percezione e la sofferenza di rinnegare il nostro vero io. In
realtà quell’io è una pura illusione: “Che giova all’uomo guadagnare il
mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?”.
Cosa succede se lasciamo campo libero al nostro “uomo
vecchio”. Non penso tanto alle cose più truci di cui è capace l’uomo
come le guerre, gli omicidi, le violenze di ogni genere ma a cose più
spicce che viviamo anche noi. Qualche esempio: incomprensioni, gelosie,
permalosità, spirito di rivalsa. Ci riempiamo magari la bocca di parole
come “amore”, “amicizia”, “comunità”, “solidarietà” e poi vogliamo avere
sempre ragione noi, non ci ascoltiamo, ci offendiamo senza capire le
ragioni dell’altro, ci chiudiamo gli uni gli altri senza, giudichiamo il
comportamento degli altri, diventiamo incapaci di perdonare, si creano
diffidenza, divisioni… Avete presente l’esperienze di Loreto, specie il
viaggio? È stato qualcosa di bellissimo ma quanta tensione, quanti
personalismi: “io voglio fare così”, “io voglio fare cosà”, “guarda come
si comporta quello, guarda come si comporta quella”… Magari si è presa
simpatia per lo stesso ragazzino e la compagna di gruppo diventa rivale
a cui togliere il terreno sotto i piedi. Oppure voglio raggiungere
quell’obbiettivo e faccio le case di nascosto, magari dico qualche
bugia. E dov’è finito l’amore con cui dovremmo amarci e che ci siamo
ripromessi cominciando questo cammino di gruppo? Ci ha fregati l’uomo
vecchio facendoci vedere il nostro tornaconto e facendoci chiudere gli
occhi sugli altri. Facendoci ripiegare su noi stessi. In questo siamo
tutti coinvolti! Bisogna imparare a guardarsi dentro e a valutare cosa
guida le mie scelte e le mie decisioni: è l’amore o il mio uomo vecchio?
Questo anche di fronte a cose buone e giuste: lo faccio per me o lo
faccio per amore? Se lo faccio per amore cresco e faccio crescere gli
altri. Lo faccio per me stesso, faccio del male agli altri e uccido la
mia umanità perché la mia umanità e fatta per amare. Come il fiume se
cessa di far scorrere l’acqua comincia a stagnare e pian piano
imputridisce sino ad uccidere tutta la vita che contiene, così noi se ci
lasciamo bloccare dall’uomo vecchio e facciamo stagnare l’amore questo
imputridisce e ci muore dentro. E poi ci chiediamo come mai, nonostante
tutti i nostri sforzi per essere felici, ci sentiamo tristi e soli,
sentiamo la vita solo come una sofferenza, senza capire che siamo noi
stessi la causa del nostro male. Come sangue che non scorrendo più manda
in cancrena quella parte del corpo che deve essere amputata per impedire
che uccida tutto il corpo…
Poniamoci allora di fronte alle scelte da fare
chiedendoci se Gesù si comporterebbe così, Lui che è la matrice
originaria del nostro “uomo nuovo”, tagliando invece con fermezza tutto
ciò che gli è contrario, fosse anche una piccola cosa.
Ma come debellare l’uomo vecchio?
Finché vivremo dovremo sempre fronteggiarlo: anche i santi hanno
continuato a confessarsi tutta la vita affermando di essere dei grandi
peccatori. Possiamo però limitarlo e contenerlo. Come?
Prima
di tutto partendo da una doppia consapevolezza. La prima che l’uomo
vecchio esiste, che è un limite al nostro agire, ma proprio il fatto di
saperlo e di non ignorarlo ci permette di affrontare il problema che
altrimenti ci schiaccerebbe. Come chi è consapevole della una malattia
può fare qualcosa per curarsi mentre ignorandola agirebbe indisturbata
facendo il nostro male. La seconda consapevolezza è quella che non
agiamo solo in base alla nostra forza. È Gesù Crocifisso che ci ha
salvati, è solo in Lui siamo capaci: “Sappiamo bene che il nostro uomo
vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del
peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato … Così anche voi
consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù” (Rom
6,6-11). È il suo amore per noi che ci rende capaci di superare il
nostro narcisismo e ci rende dei Risorti con Lui. Quando ci sentiamo
senza più risorse, in Lui abbiamo tutto il sostegno: “Lo Spirito viene
in aiuto alla nostra debolezza … Del resto, noi sappiamo che tutto
concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati
secondo il suo disegno … Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli
che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi,
come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?” (Rom 8,21,39).
Seconda cosa, puntare tutto sull’amore e Giovanni nella
sua lettera non lascia dubbi sui modi: “Noi siamo passati dalla morte
alla vita perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte” (1Gv
3,14). Amare il fratello, ogni fratello, metterlo prima di me: se c’è
l’amore non c’è l’egoismo, se c’è l’altro non ci sono io. È necessario
partire dal positivo, guardando a ciò che troviamo e non a ciò che
perdiamo. Ricordiamo che il così detto “pensiero positivo”,
quell’atteggiamento di ottimismo di fondo con cui guardare la realtà, fa
emergere in noi risorse nascoste per affrontare le situazioni critiche.
Il fatto di partire dall’amore (quindi dal positivo) ci dà l’obbiettivo
per cui spostiamo la nostra attenzione dall’uomo vecchio all’uomo nuovo,
dall’io al tu, percependo il valore della “torta” da acquistare rispetto
al “pane raffermo” a cui rinunciamo. Questo non toglie che bisogna
comunque vivere quella parola di Gesù: “rinnega te stesso”, ed essere
esigenti e duri con sé stessi, senza lasciarci irretire dalle varie
scuse che ci possono nascere dentro, naturali meccanismi di difesa
psicologici che però il nostro uomo vecchio sfrutta a dovere per non
scomodarsi e tirare l’acqua al suo mulino.
D’altronde Gesù ha una frase nel suo vangelo molto forte
ma quanto mai vera: “Il Regno dei Cieli patisce violenza e solo i
violenti se ne impadroniranno” (Mt 11,12). Ma ricordate: è una violenza
verso il proprio “uomo vecchio” che ci è resa possibile proprio perché
Lui per primo l’ha vissuta sulla croce per darci l’energia e la vita
necessaria perché anche noi, in Lui e per amore, potessimo farlo.
Sapete quali sono i risultati di tutto ciò? Che noi
cominceremo ad assaporare una bellezza interiore straordinaria e una
libertà senza confronti. E che le persone che ameremo in questo modo
verranno conquistate dal fascino del nostro amore verso di loro.
Roberto Frau
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