i Giovani con i Padri Somaschi     

 

Un’immagine: il mouse e il doppio clic che si fa col pulsante sinistro. Alle volte il rapporto con la nostra vita è un po’ così: ci sono delle nostre esperienze, dei nostri modi di essere che rimangono come certe icone in un angolo dello schermo del computer. Sono lì, come in standby e non sappiamo cosa c’è dentro o, se lo sappiamo ne temiamo il contenuto ed evitiamo di aprirlo. Eppure è importante ogni tanto avere il coraggio di arrivare lì, su quell’icona e cliccarci sopra, per vedere cosa c’è dentro, come funziona e, magari, fermarsi a fare un po’ d’ordine

 I colori della fiducia...
  possiamo fare a meno di tutto ma non della fiducia verso qualcuno

Un giorno ho chiesto ho chiesto a scuola agli alunni con quale colore avrebbero descritto la propria esperienza di fiducia. Alcuni mi hanno scritto. E da quelle risposte è nato un video clip (che puoi scaricare cliccando qui). Ma la maggior parte ha risposto a voce indicando il nero. Non mi ha meravigliato, perché la fiducia è uno degli aspetti della vita che vengono più feriti e provocano maggiori sofferenze. Questo perché la fiducia tocca le corde più intime della propria dignità personale, dei propri affetti e dei propri sentimenti. Questo perché fiducia, in qualche modo, significa consegnare sé stessi o qualcosa di sé a qualcun altro. Rimanere feriti nella fiducia significa perciò venire toccati nelle corde più intime della propria anima. Il dolore poi si fa incontenibile quando a tradire la nostra fiducia sono proprio persone in cui avevamo riposto delle aspettative d’amore, specie quelle che a qualsiasi titolo avevano dei doveri d’amore nei nostri confronti…

Eppure l’uomo non può fare a meno di vivere nella fiducia. Senza quella non potremmo neanche affrontare la nostra esperienza quotidiana senza sprofondare in un’ansia da risvolti patologici che sconfina nella pazzia. Ogni giorno, senza neppure ragionarci accordiamo la nostra fiducia a decine e decine di persone. Accordiamo la nostra fiducia all’autista del pullman, alla sua esperienza di guida e alla sua onestà, che non condurrà il proprio mezzo contro un muro o contromano sopra altre auto. Accordiamo la nostra fiducia al panettiere che non avvelenerà il pane che compreremo e mangeremo a pranzo. Accordiamo la nostra fiducia al guidatore dell’auto ferma al semaforo rosso mentre attraversiamo le strisce pedonali che non partirà senza motivo investendomi. Accordiamo la nostra fiducia ai nostri insegnanti che ci insegnano cose vere e nessuno di noi si rimetterebbe a riscrivere la Teoria della relatività perché no si fida del lavoro svolto da Einstein, né metterà in dubbio che la meccanica del motore dell’auto che si guida sia efficace e riprenderà tutti gli studi ed esperimenti per verificare la validità del suo funzionamento… Se così non fosse ogni giorno rischieremo la follia. La fiducia è di per sé un atto umano e ragionevole, indispensabile per vivere ogni gesto della nostra vita. Smettere di fidarsi significa annientare la nostra umanità, rinunciare ad essere uomini e sconfinare nella patologia.

Nessuno può negare la parte drammatica che si nasconde dietro le pieghe dell’esperienza di dare fiducia, eppure è un rischio che dobbiamo assolutamente correre. Si tratta forse scavare dentro il contenuto della parola “fiducia” e distinguerla da altro che ci metterebbe in situazioni anche di grave pericolo.

Intanto bisogna chiarire che fiducia non è ingenuità. Questo perché la fiducia è un atto responsabile che io scelgo e decido di vivere, acquisendo dei dati che mi permettano di affrontare quella situazione con un certo margine di serenità. La fiducia senza responsabilità è ingenuità. Perché parlo di responsabilità e non semplicemente di valutazione razionale  delle cose? Perché la ragione da sola non basta. Cercherò di conoscere, capire e valutare una situazione, una persona e di arrivare a delle conclusioni di affidabilità del soggetto che ho cercato di conoscere e capire ma non potrò mai avere una conoscenza assoluta e perfetta, soprattutto non potrò mai avere una visione profetica che mi dirà quali sono le possibilità di sviluppo e della situazione e della persona. Insomma, ci sarà sempre e in ogni circostanza un margine di incertezza, di impalpabilità in cui la realtà ci sfugge e non è possibile controllarla. Ci sarà sempre un certo margine di rischio: la realtà fuori di noi ha sempre una sua autonomia e non si lascerà mai possedere completamente. Per questo devo conteggiare il rischio dell’incertezza delle situazioni dentro la mia valutazione. Per questo parlo di responsabilità, perché accetto liberamente il rischio e mi faccio carico delle possibili conseguenze. Ma non posso vivere senza poter accordare a qualcuno la mia fiducia, almeno in una qualche misura. Questo sì che sarebbe un atto non ragionevole e non umano.

Però il vero grande problema collegato alla fiducia non è nelle cose fuori di noi a cui dobbiamo accordare la nostra fiducia ma è in noi stessi. Questo perché inconsciamente riponiamo nell’oggetto della nostra fiducia il valore di noi stessi. Proprio perché fidarsi significa consegnare sé o parte di sé a qualcuno questo ci mette nella condizione di valutare il nostro “sé” in paragone agli altri. Il tradimento della nostra fiducia da parte di qualcuno viene vissuto inconsapevolmente come una attributo di valore nei nostri confronti. Le delusioni nel campo della fiducia non fanno altro che ferire la mia autostima, diminuire la valutazione della mia dignità. Questo modo di vivere la fiducia mi fa partire debole nei confronti degli altri perché non parto da me come un valore ma questo valore lo faccio dipendere dagli altri e dal loro modo di rapportarsi con me.

È a questo livello che si crea una profonda differenza tra fiducia e una realtà analoga che si chiama “FEDE”. Questo perché la fede è un’espressione particolare di fiducia, dove effettivamente non solo si mette nelle mani di un altro qualcosa di sé ma veramente si consegna tutto sé stessi. Però questo “Altro” non è fuori di sé ma abita nel nostro sé. Sì, perché Dio è più intimo a noi stessi della nostra stessa anima. Questo perché noi siamo tempio dello Spirito Santo, siamo immagine e somiglianza del Dio che ci ha creati, perché siamo figli di Dio, perché noi siamo Gesù!

Questo perché è possibile? Perché è frutto dell’amore: chi ama abita nell’amato. Dio ci ama immensamente  e in questo amore senza confini si è trasferito in noi. Recita il libro dell’Apocalisse: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» per indicare l’intimità che viene a crearsi tra l’uomo e Dio. Ma anche Dio rispetta le dinamiche della fiducia. Dice infatti che sta alla porta e bussa, cioè lascia un margine di rischio: l’aprire la porta deve partire da me, dalla mia scelta responsabile che accetta il margine di rischio. Nessuno sfonderà la porta: solo noi potremo aprirla.

Se io sono una persona amabile da Dio, se sono una persona abitata da Dio, il valore del mio “sé” non è più valutato in base agli altri perché mi ritrovo con un valore intrinseco enorme che non dipende da come gli altri si rapportano con me. Io valgo perché io sono io, perché quell’io è accolto, amato da Dio stesso. Questo non mi libera dal rischio della fiducia da accordare agli altri e alle situazioni ma mi libera dagli effetti più drammatici di una fiducia tradita: quella di sentirmi svuotare del mio intimo perché alla mercè dell’altro. Finalmente io mi posseggo pienamente: sono di Dio, sono in Dio, sono mio. E posso donarmi!

Il guaio sta nel fatto che per vivere la fede noi usiamo come punto di partenza da noi stessi, e rischia di rendere la fede incomprensibile. È necessario ribaltare la prospettiva per scoprire che a monte di tutto ciò c’è una realtà più profonda: non sono io che credo in Gesù e nel suo amore ma è Gesù che per primo crede in me, nella mia vita, nelle mie possibilità. Gesù ha fiducia in me e mi riaccorda la sua fiducia ogni volta che io posso averla tradita. È Gesù che chiama «amico» Giuda; è Gesù che mantiene la promessa fatta a Pietro di farlo il fondamento della Chiesa nonostante lo avesse rinnegato per tre volte; è sempre Gesù che affida la sua missione di annunciarlo a chi era scappato in preda al panico nell’orto degli ulivi. Sì, è Gesù che ha fede in me e non io in lui. Questo è il senso della parabola del Padre misericordioso che non si oppone al figlio che gli chiede le sostanze e se ne va di casa: la sua fede nel figlio lo porta a scorgere il suo rientro da lontano e di fare festa con lui.

Questo è ciò che ritroviamo nel fondo della nostra coscienza e ci apre alla relazione col mondo disposti ad accordare la dovuta e necessaria fiducia nelle relazioni: è la sconfinata fiducia che Dio ha in me, che ha per l’uomo. Ne ha corso il rischio e continuerà a correrlo: lo ha già pagato tutto, con la sua stessa morte, e non rinnegherà quanto accordato.

Questo mi consente di avvicinarmi a ogni persona sapendo che questa persona, come me, oltre tutti i suoi limiti e le sue grettezze, nasconde quello stesso tesoro di fiducia di Dio per lui che io stesso posseggo. Forse non potrò fidarmi delle sue qualità umane ma posso fidarmi del Gesù che è in lui.

Roberto Frau

Se vuoi puoi scrivere a Roberto Frau cliccando il logo