i Giovani con i Padri Somaschi     

 

Un’immagine: il mouse e il doppio clic che si fa col pulsante sinistro. Alle volte il rapporto con la nostra vita è un po’ così: ci sono delle nostre esperienze, dei nostri modi di essere che rimangono come certe icone in un angolo dello schermo del computer. Sono lì, come in standby e non sappiamo cosa c’è dentro o, se lo sappiamo ne temiamo il contenuto ed evitiamo di aprirlo. Eppure è importante ogni tanto avere il coraggio di arrivare lì, su quell’icona e cliccarci sopra, per vedere cosa c’è dentro, come funziona e, magari, fermarsi a fare un po’ d’ordine

 Chi è l'uomo? (parte 1)         Vai alla parte 2
  A spasso nel mistero di un essere in relazione in continuo divenire

Essere adolescenti è dura. Senti che ormai l'infanzia è alle spalle ma il mondo dei grandi continua a trattarti come se fossi ancora un bambino: non puoi decidere, non puoi fare quello che vuoi e devi sottostare alle solite direttive degli adulti. Una volta ho sentito lamentarsi un ragazzo del padre dicendo: "Ma insomma, non sono un uomo anch'io!". Qui entriamo nel difficile non solo per gli adolescenti ma anche per i così detti "grandi". Chi è l'uomo? Si dà per scontato il significato, poi di fatto si va a tentoni e adolescenti ed adulti spesso si scontrano senza capirsi. Allora perché non spiegare chi è l'uomo?

È una domanda difficile e le risposte possono essere le più diverse. Poi, guardando la situazione in cui vive il mondo oggi, tra guerre, terrorismo, ricchezza sproporzionata in mano a pochi rispetto alla povertà mortale diffusa nel mondo, criminalità, ecc. è forte la tentazione di dare una risposta pessimistica. Possiamo anche partire dalla constatazione che l’uomo è egoista. Nonostante un punto di partenza pessimistico dell’uomo è possibile arrivare a scoprire che la sua realtà più intima è sempre qualcosa di positivo.

Se leggiamo la definizione di egoismo nel dizionario della lingua italiana dell’UTET troviamo due definizioni, una linguistica l’altra psicoanalitica (“Atteggiamento di chi si preoccupa unicamente di sé stesso e ricerca esclusivamente il proprio utile e la soddisfazione del proprio benessere, difendendo con geloso attaccamento i propri beni materiali e spirituali impedendone il godimento e la partecipazione agli altri. In psicoanalisi: chiusura responsabile nel confronto di interessi altruisti e collettivi in persone che avrebbero la capacità mentale di stabilire rapporti oggettivi con altri”). Entrambe le definizioni spiegano l’egoismo a partire da una negazione del rapporto, cioè si fondano sul presupposto che l’uomo è normalmente un essere in relazione. Se non si partisse dal fatto che l’uomo è un essere in relazione non si potrebbe neanche parlare di egoismo…

L’uomo nasce e diventa sé stesso attraverso la relazione e cerca costantemente la relazione. Ciascuno di noi diventa ciò che è costruendo sé stesso sulle fondamenta dei rapporti che ha vissuto. La nostra forza e le nostre debolezze sono nate dal rapporto con i nostri genitori, i nostri parenti, i nostri amici, i nostri insegnanti, con le persone che ci hanno amato o ci hanno odiato, con le persone che avrebbero dovuto amarci e non ci hanno amato, con le persone che non avevano motivo di amarci e invece ci hanno amato, con le persone che noi amiamo o che noi odiamo. In altre parole, i nostri talenti o le nostre paure si sono sviluppate in base al positivo o al negativo delle relazioni che per noi sono importanti. Se i miei genitori mi hanno negato l’affetto proprio quando avevo bisogno di sostegno - specie nell’infanzia - crescerò più facilmente insicuro e con una stima di me stesso molto bassa; se nell’infanzia e nell’adolescenza mi sono visto ripetutamente tradire nella fiducia dagli amici più intimi o dalle persone che più stimavo mi ritroverò diffidente e pessimista nei confronti della vita…  Cioè noi continuamente possiamo dire chi siamo in base alle relazioni che realizziamo con chi ci sta vicino: siamo profondi o cinici, cattivi o dolci, sereni o cupi in base a queste relazioni. Siamo veramente felici o tristi se le nostre relazioni sono gratificanti o meno, specie con chi vogliamo bene: la nostra vita cambia a seconda che un abbraccio ci sia o non ci sia, che uno sguardo ci sia o non ci sia, una carezza ci sia o non ci sia… Perché la relazione è costitutiva dell’essere uomo e la maturità è misurata propria dalla capacità di relazione con gli altri: l’uomo è persona. Il concetto di persona infatti vede l’uomo nella sua socialità a differenza del concetto di individuo che lo vede come assoluto, come centro del mondo intorno a sé.

Come affermava lo stesso Freud la pienezza dell’umanità si misura nella sua capacità di “oblazione”, cioè di donazione di sé disinteressata, perché la maturità sta nel superare il principio del piacere (che pensa soltanto a gratificare sé stesso) per lasciarsi condurre nella vita adulta dal principio della realtà (dove devi costruirti in una rete di relazioni).

Ora cosa è di noi che entra in rapporto con gli altri?

Gli affetti e i sentimenti? Certamente ma non soltanto: persone molto melense e affettuose che poi non sono concrete stancano in fretta gli altri con cui si relazionano.

L’intelligenza? Sicuro, ma da sola non ci fa capaci di rapporto: persone troppo intellettuali sembrano poi anche troppo lontane dalla realtà, come le persone troppo furbe diventano inaffidabili e allontanano gli altri.

Il mio corpo? È necessario perché è proprio attraverso il mio corpo che vedo, ascolto, ho contatto con l’altro ma da solo non è sufficiente: anche persone bellissime ma senza cuore e senza cervello si riduconoa delle belle scatole vuote che alla fine usi ma non ami.

La volontà? Certamente, perché devo scegliere io di mettermi in relazione con gli altri, devo scegliere di amare, ma se non ci metto il cuore mi inaridisco: non posso vivere facendo le cose solo perché sono giuste, devo scoprire che oltre che giuste quelle cose sono anche belle.

Insomma, l’uomo non è soltanto l’uno o l’altro aspetto ma è tutto questo messo insieme. Il nostro errore è che nella relazione - nel nostro modo di amare - usiamo solo uno o qualcuno di questi aspetti, quello che ci sembra più facile da usare per il nostro temperamento e carattere: può essere sufficiente per incominciare un rapporto ma non basta per farlo crescere e curarlo nel tempo. Per cui crediamo che basti pensare ad una persona e provare dei sentimenti verso di essa per volerle bene. Allora diciamo all’altro: “ti voglio bene”,  l’abbracciamo, magari gli mandiamo anche gli sms e gli facciamo gli squillini. Poi non ci accorgiamo se sta male, cosa vive e come realmente sta. Oppure, se ce ne accorgiamo, ci stiamo magari anche male ma poi concretamente non ci facciamo presenti, non usiamo del nostro tempo per loro, preferiamo uscire con gli altri amici. Oppure possiamo dire all’altro “ti voglio bene” e noi ne siamo assolutamente convinti, però siamo scorbutici e rispondiamo male, oppure vogliamo sempre avere ragione noi, non ascoltiamo quello che l’altro ci dice e non gli diamo il tempo e l’occasione di esprimersi… Il fatto è che non basta pensare di essere in un modo (amorevoli, affettuosi e servizievoli) per esserlo. Non basta volere essere in donazione per amare, perché non è sufficiente il proposito affinché questo si realizzi.

Questo perché?

Perché intelligenza, affettività, volontà e corporeità devono trovare un’armonia tra loro e questa armonia non è già bella che fatta. Nell’uomo c’è la dura legge del crescere: non si nasce maturi e armonici ma lo si diventa. Questo non può essere dato per scontato: è necessario un cammino di crescita.

Bisogna essere umili e scomodarsi, scendendo dal piedistallo orgoglioso che tutti noi ci facciamo quando ci diciamo che siamo già a posto così, che non abbiamo più niente da imparare. Una persona in questo modo, qualsiasi età abbia – 14, 18, 26, 50, 80 anni – è una persona destinata a farsi del male da sola e a fare del male agli altri perché il crescere e cambiare è radicato nella nostra stessa natura fisica, biologica e psicologica.

L’uomo non è soltanto un essere in relazione ma è allo stesso tempo un essere in divenire e la nostra stessa natura ci pone delle tappe: la nascita alla vita extra uterina; i tre anni del complesso edipico; la pubertà dello sviluppo fisico; l’adolescenza della ricerca dell’autonomia dalla direzione dei genitori; la giovinezza della ricerca e delle prime assunzioni di responsabilità riguardo al proprio futuro; la prima età adulta della realizzazione degli obbiettivi; la seconda età adulta del mantenimento degli obbiettivi e dell’elaborazioni dei propri fallimenti; l’anzianità del recuperò del senso dell’esistere senza la prospettiva degli obbiettivi a lungo termine…

Non esiste un’età in cui mi fermo dal “divenire”, dal crescere, perché la vita continua e muta continuamente. Ci sono delle tappe successive, cioè dei momenti di passaggio da attraversare e superare perché dobbiamo acquisire delle cose nuove che prima non avevamo e dobbiamo lasciarci dietro delle cose che non sono più coerenti con la nuova situazione in cui ci troviamo. Questo ci scomoda, crea fatica e spesso sofferenza. Queste tappe sono perciò sempre delle “crisi” e la crisi è un elemento essenziale, positivo, perché senza quella crisi non si cresce. Chi ha paura di affrontare il passaggio di “crisi” si condanna all’infantilismo e alla regressione: ci si condanna alla morte psicologica e al mantenere nel tempo situazioni di sofferenza. Questo perché? Perché non affrontando la crisi mi impedisco di assumere quelle caratteristiche della persona che mi permettono di affrontare in maniera adeguata la realtà e di raggiungere la felicità, la realizzazione della mia vita.

Ma non è finita qua... Ne parleremo ancora, perché il Vangelo ha ancora molte cose da dirci! Vai alla parte 2

Roberto Frau

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