i Giovani con i Padri Somaschi     

 

Un’immagine: il mouse e il doppio clic che si fa col pulsante sinistro. Alle volte il rapporto con la nostra vita è un po’ così: ci sono delle nostre esperienze, dei nostri modi di essere che rimangono come certe icone in un angolo dello schermo del computer. Sono lì, come in standby e non sappiamo cosa c’è dentro o, se lo sappiamo ne temiamo il contenuto ed evitiamo di aprirlo. Eppure è importante ogni tanto avere il coraggio di arrivare lì, su quell’icona e cliccarci sopra, per vedere cosa c’è dentro, come funziona e, magari, fermarsi a fare un po’ d’ordine

 La vita cristiana non è una regata in solitaria
  alla radice della comunità cristiana

Si incomincia ad andare in spiaggia e mezzo asfissiato dalla calca della gente guardo affascinato i giovani in windsurf che solitari spinti dal vento si esprimono liberi nelle loro evoluzioni. Fascino tentatore anche nella vita: potersi staccare dalla massa e volare liberi e soli, senza dovere render conto a nessuno. Ma la vita umana non è una realtà in solitaria, né tanto meno quella cristiana.

Vivere l'esperienza cristiana consapevoli di non essere soli ma in "compagnia" ha una base profonda e radicale

Lo voglio descrivere partendo da una bellissima frase di S. Paolo scritta alla comunità dei Galati: “Voi tutti infatti siete figli di Dio… Non c’è più Giudeo né Greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,27-28). 

Il Giudeo e il Greco rappresentavano in quel tempo le due culture più forti ed antagoniste tra loro, diversissime così come potrebbe essere oggi la diversità d’impostazione tra la cultura occidentale americaneggiante e quella medio orientale araba.

Così come a quei tempi la schiavitù era una realtà molto radicata e la società si divideva tra schiavi e liberi, dove il libero poteva decidere del suo schiavo così come noi potremmo decidere di una cosa: ne aveva potere legale di vita o di morte.

Uomo e donna: la differenza più grande non solo e non tanto a livello fisico, ma anche nel modo di sentire, di affrontare le questioni, la stessa realtà. Per di più a quel tempo la differenza era anche a livello di dignità e ruolo sociale dove l’uomo era in posizione di dominio.

S. Paolo con questi binomi gioca con gli opposti, con differenze ritenute radicali e inconciliabili: sinonimo di divisione senza compromessi, a partire dalla dignità stessa che veniva attribuita ai singoli membri in ogni binomio. Eppure tutte queste differenze così radicali scompaiono, perché c’è una realtà più profonda che supera qualsiasi opposizione: siamo tutti uno in Gesù perché siamo tutti figli di Dio. Del fatto che io possa essere orientale od occidentale, che possa essere uomo o donna, oppressore od oppresso rimane un’unica cosa: che io sono Gesù, tu sei Gesù, lui è Gesù.

Questo significa che ciascuno si ritrova ad avere una dignità altissima, incommensurabile e imparagonabile: la dignità della figliolanza divina, la stessa dignità di Gesù, cioè di Dio. Gesù, in una disputa con i Giudei a Gerusalemme citò un salmo dicendo: “Ecco io ho detto: voi siete dèi. E la parola di Dio non può essere annullata” (Gv 10,34).

Siamo dèi.

Provate a pensare. Mi sento giudicato perché mi sento timido, perché non riesco ad ottenere dei risultati a scuola, perché faccio delle gaffes… ? Cosa importa? Io valgo molto di più del giudizio degli altri; io valgo molto di più degli errori che posso commettere e dei limiti che posso possedere. Io sono figlio di Dio, io sono Gesù! Questo, niente e nessuno potrà mai togliermelo, perché è inscritto nella mia natura.

Significa che posso stare sempre a testa alta, che non devo abbassare la fronte davanti a nessuno, che posso guardare negli occhi chiunque! Perché sono figlio di Dio, sono Gesù.

Attenzione però! Tutto questo è vero non solo per me ma per tutti. C’è quindi una dimensione di reciprocità e che chiunque mi ritrovo davanti possiede la mia stessa dignità di figlio di Dio. Perciò il mio atteggiamento nei suoi confronti dovrà avere lo stesso riguardo che dovrei avere nei confronti di Dio. Non importa che sia bello o sia brutto; non importa che sia simpatico o antipatico, grato o ingrato, amico o nemico: è Gesù, e come tale va trattato.

Cosa scrive il Vangelo di Matteo narrando l’immagine di quello che sarà il giudizio alla fine dei tempi? Gesù si rivolgerà a quelli della sua destra dicendo: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere… ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me”. Poi si rivolge a quelli alla sinistra dicendo: “Avevo fame e non mi avete dato da mangiare, avevo sete e non mi avete dato da bere… Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli non lo avete fatto a me” (Mt 25,31-46).

Non dice “è come se lo aveste fatto a me” ma dice “l’avete fatto – non lo avete fatto – a me”: non parla per similitudine ma c’è piene identità.

Non abbiamo giustificazioni. Faccio un atto d’amore all’altro è fatto a Gesù!

Giudico o disprezzo l’altro, disprezzo e giudico Gesù!

Ascolto l’altro, sto ascoltando Gesù!

Mi adiro con l’altro, mi sto adirando con Gesù!

Questa realtà è talmente forte che il rapporto con Dio s’identifica col rapporto con il prossimo. In un passo del vangelo di Matteo Gesù afferma: “Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt 5,23-24).

La mia preghiera, la mia messa, il mio culto non vale se il rapporto col fratello è oscurato da qualcosa, anche se questo qualcosa che oscura il rapporto non dipende da me. Infatti non dice se io ho qualcosa contro il fratello ma se il fratello ha qualcosa contro di me, per cui io potrei avere la coscienza a posto perché la colpa non è mia ma e sua. Non importa: una divisione col prossimo è una divisione con Gesù!

Saltano perciò tutti i ragionamenti sul “giusto” o sullo “sbagliato”, su chi ha “torto” o su chi ha “ragione”. L’unica verità è che come Gesù io devo amare tutti, servire tutti,  perché in tutti ci sono io, c’è Gesù. Bene diceva il Mathma Gandhi: “Non posso farti del male fratello senza ferire me stesso”.

In conclusione.

Per puntare ad essere ad essere uno con tutti, ad essere compagnia la via che appiana ogni differenza, che annulla atteggiamenti di superiorità o complessi di inferiorità – perché ci porta tutti in vetta – è quella di considerarci tutti altri Gesù e vivere comportandosi di conseguenza.

Roberto Frau

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