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Il
dolore nella vita di ogni uomo rimane un mistero insondabile. Per i
giovani, che si stanno aprendo alla vita, la sua esperienza è ancor più
lancinante, anche perché per la loro percezione del tempo (che sembra
rendere tutto contemporaneo) dà l'impressione che quella sofferenza sia
definitiva e senza sbocco. Diventa perciò ancora più paradossale che il
Papa lanci le Giornate mondiali dei Giovani attorno alla croce che
affida di volta in volta ai giovani del mondo. Come mai ancora
oggi la proposta cristiana parte da una cosa in realtà così brutta come
è un patibolo. Noi ci siamo assuefatti ma è come, per assurdo, se queste
giornate mondiali dei giovani si celebrassero con tutti i colori della
festa attorno ad una forca: sarebbe qualcosa di scandaloso e macabro, ma
sarebbe la stessa cosa. Il punto è che la croce è al centro
del messaggio cristiano. Basta guardare il Vangelo, ogni uno dei
4 vangeli, perché sono tutti costruiti a partire dal fatto fondante la
nostra fede, dedicando ad esso numerosi capitoli in maniera
sproporzionata rispetto al resto dei fatti della vita di Gesù: la sua
passione e morte e la sua risurrezione. Lì è il cuore del cristianesimo
e su quel cuore Gesù stesso fa leva quando detta le condizioni a chi lo
vuole seguire: “Chi vuole venire dietro a me rinneghi sé stesso, prenda
la sua croce e mi segua”. Il Papa ai giovani radunati alla GMG romana
non ha nascosto che “questa parola suona scandalo e follia” ma ricorda
con chiarezza: ”Non ci sono due strade, ma una soltanto: quella percorsa
dal Maestro. Al discepolo non è consentito inventarsene un'altra”.
Perché?
Nonostante l’apparente
crudezza della richiesta, che sembra mortificare la vita personale, è
paradossalmente fonte di fecondità e vitalità uniche, come possono
testimoniare 2000 anni di vita cristiana e di santità nella Chiesa. Mi
basta citare solo un santo, quello che conosco meglio, perché è il
nostro fondatore: S. Girolamo. Anche lui lasciò come primo caposaldo del
suo testamento spirituale il “seguire la via del crocifisso” e fece
personale esperienza della fecondità celata dal Crocifisso che lui
misteriosamente chiamava: “Dolce padre nostro, Signore Gesù
Cristo”. Com’è possibile una simile affermazione, cioè di dolcezza e di
vita (paternità), partendo dall’afflizione, dalla morte? Com’è possibile
che la risurrezione sia conseguenza della croce? Com’è possibile che S.
Paolo ai Corinti scriva: “E mentre i giudei chiedono miracoli e i greci
cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i
giudei, idiozia per i pagani… Ma ciò che è idiozia di Dio è più sapiente
degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini”
(1Cor 1,22s.25). Perché?
Perché la croce di
Cristo è, prima che un mistero di dolore, un mistero d’amore. A partire
dalla sua nascita come uomo, Gesù ha fatto assumere alla sua divinità la
nostra umanità. In questo ha dimostrato il suo amore: facendo diventare
suo ciò che era nostro. E nostra è la precarietà, la fragilità, la
debolezza, la sconfitta, il fallimento, la solitudine, l’impotenza… Ha
preso tutto sino alle estreme conseguenze: quella della croce. La via
della croce è la via dell’amore, quella dell’amante che carica su di sé
i pesi dell’amato.
Fermiamoci
un istante e riflettiamo. Noi crediamo che nell’Eucaristia ci sia Gesù?
Noi crediamo che nel Vangelo ci sia Gesù? Badate bene: il pane e la
parola sono diventate Gesù perché Gesù le ha assunte e le ha fatte per
questo diventare “Sé” e perciò ne conservano la presenza. Gesù nella
croce ha compiuto il gesto estremo di assumere tutte le contraddizioni
della nostra sofferenza al punto da dare loro voce gridando per noi
tutti: “Dio mio perché mi hai abbandonato?”.
«... Il fatto che (Gesù) sia restato sulla croce sino alla fine, il
fatto che sulla croce abbia potuto dire, come tutti i sofferenti: "Dio
mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?", questo fatto è rimasto nella
storia come l'argomento più forte (del suo amore). Se fosse mancata
quell'agonia sulla croce, la verità che Dio è Amore sarebbe sospesa nel
vuoto. Sì, Dio è Amore» (da Varcare la soglia della speranza, p.
74).
Questo
significa che ormai ogni nostra sofferenza contiene come in una sorta di
sacramento, la sofferenza di Cristo: Gesù ha unito ogni nostro dolore al
suo amore e per questo ogni nostro dolore è già vinto e contiene in sé
la potenza della risurrezione. «Le sorgenti della forza divina sgorgano
proprio in mezzo all'umana debolezza. Coloro che partecipano alle
sofferenze di Cristo conservano nelle proprie sofferenze una
specialissima particella dell'infinito tesoro della redenzione del
mondo, e possono condividere questo tesoro con gli altri» (da
Salvifici doloris 27).
È il dito di Tommaso che
entra dentro la piaga del Risorto e lui crede: “Mio Signore e mio
Dio”. È la voce di S. Girolamo di fronte al Crocifisso: “Dolce – dolce –
padre nostro”.
Il punto sta nel fatto
che ogni nostra sofferenza, dal mal di testa all’umiliazione di scoprire
d’aver sbagliato, di essere caduto nel peccato, “contiene” in qualche
modo Gesù crocifisso. Riconoscendone la presenza, amandolo proprio in
quel mio dolore, come usava dire Igino Giordani (laico e politico di cui
è cominciata la causa di beatificazione lo scorso anno), «come per
alchimia divina il dolore si tramuta in amore». Come dice il Papa: «Nel
culmine del suo dolore c'è il culmine del suo amore. Ebbene, qui
scopriamo un motivo fondamentale, che diventa uno stimolo ineludibile, a
partecipare con tutto il nostro cuore alle sofferenze di Gesù crocifisso
e abbandonato così da vivere in intima unione con lui le vicende
personali … di ogni giornata come espressione di amore per Dio e per i
fratelli. Abbracciando nelle prove quotidiane Gesù sofferente, ci si
unisce immediatamente con lo Spirito del Risorto e la sua forza
corroborante» (dall’Osservatore Romano, 1 maggio ’82).
La forza corroborante
del Risorto! Per questa forza noi possiamo uscire
dal nostro problema, dal nostro dolore e andare incontro agli altri per
amarli.
Diventano
così comprensibili le parole che San Paolo scrisse ai Corinti:
«Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre
misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in
ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che
si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui
siamo consolati noi stessi da Dio. Infatti, come
abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo,
abbonda anche la nostra consolazione. Quando siamo
tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza; quando siamo
confortati, è per la vostra consolazione, la quale si dimostra nel
sopportare con forza le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo»
(2cor 1,3-6).
Concludo con una citazione di Karl
Raner uno dei due più grandi teologi del XX secolo: «Tutto quello che
Egli ha assunto è redento, perché in tal modo esso è diventato vita e
destino di Dio stesso. Egli ha assunto la morte; dunque la morte deve
essere qualcosa di più di un tramonto nel vuoto assurdo. Egli ha assunto
di essere abbandonato; dunque la tetra solitudine deve racchiudere in sé
la promessa di una felice vicinanza divina. Egli ha assunto la mancanza
di successo. Dunque la sconfitta può essere una vittoria. Egli ha
assunto di essere abbandonato da Dio. Dunque Dio è vicino a noi anche
quando noi pensiamo di essere da Lui abbandonati. Egli ha assunto tutto,
dunque tutto è redento».
Roberto Frau
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