i Giovani con i Padri Somaschi     

 

Un’immagine: il mouse e il doppio clic che si fa col pulsante sinistro. Alle volte il rapporto con la nostra vita è un po’ così: ci sono delle nostre esperienze, dei nostri modi di essere che rimangono come certe icone in un angolo dello schermo del computer. Sono lì, come in standby e non sappiamo cosa c’è dentro o, se lo sappiamo ne temiamo il contenuto ed evitiamo di aprirlo. Eppure è importante ogni tanto avere il coraggio di arrivare lì, su quell’icona e cliccarci sopra, per vedere cosa c’è dentro, come funziona e, magari, fermarsi a fare un po’ d’ordine

 Il dolore è amore
  nel cuore dell'annuncio cristiano

Il dolore nella vita di ogni uomo rimane un mistero insondabile. Per i giovani, che si stanno aprendo alla vita, la sua esperienza è ancor più lancinante, anche perché per la loro percezione del tempo (che sembra rendere tutto contemporaneo) dà l'impressione che quella sofferenza sia definitiva e senza sbocco. Diventa perciò ancora più paradossale che il Papa lanci le Giornate mondiali dei Giovani attorno alla croce che affida di volta in volta ai giovani del mondo. Come mai ancora oggi la proposta cristiana parte da una cosa in realtà così brutta come è un patibolo. Noi ci siamo assuefatti ma è come, per assurdo, se queste giornate mondiali dei giovani si celebrassero con tutti i colori della festa attorno ad una forca: sarebbe qualcosa di scandaloso e macabro, ma sarebbe la stessa cosa. Il punto è che la croce è al centro del messaggio cristiano. Basta guardare il Vangelo, ogni uno dei 4 vangeli, perché sono tutti costruiti a partire dal fatto fondante la nostra fede, dedicando ad esso numerosi capitoli in maniera sproporzionata rispetto al resto dei fatti della vita di Gesù: la sua passione e morte e la sua risurrezione. Lì è il cuore del cristianesimo e su quel cuore Gesù stesso fa leva quando detta le condizioni a chi lo vuole seguire: “Chi vuole venire dietro a me rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Il Papa ai giovani radunati alla GMG romana non ha nascosto che “questa parola suona scandalo e follia” ma ricorda con chiarezza: ”Non ci sono due strade, ma una soltanto: quella percorsa dal Maestro. Al discepolo non è consentito inventarsene un'altra”. Perché?

Nonostante l’apparente crudezza della richiesta, che sembra mortificare la vita personale, è paradossalmente fonte di fecondità e vitalità uniche, come possono testimoniare 2000 anni di vita cristiana e di santità nella Chiesa. Mi basta citare solo un santo, quello che conosco meglio, perché è il nostro fondatore: S. Girolamo. Anche lui lasciò come primo caposaldo del suo testamento spirituale il “seguire la via del crocifisso” e fece personale esperienza della fecondità celata dal Crocifisso che lui misteriosamente chiamava: “Dolce padre nostro, Signore Gesù Cristo”. Com’è possibile una simile affermazione, cioè di dolcezza e di vita (paternità), partendo dall’afflizione, dalla morte? Com’è possibile che la risurrezione sia conseguenza della croce? Com’è possibile che S. Paolo ai Corinti scriva: “E mentre i giudei chiedono miracoli e i greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, idiozia per i pagani… Ma ciò che è idiozia di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1Cor 1,22s.25). Perché?

Perché la croce di Cristo è, prima che un mistero di dolore, un mistero d’amore. A partire dalla sua nascita come uomo, Gesù ha fatto assumere alla sua divinità la nostra umanità. In questo ha dimostrato il suo amore: facendo diventare suo ciò che era nostro. E nostra è la precarietà, la fragilità, la debolezza, la sconfitta, il fallimento, la solitudine, l’impotenza… Ha preso tutto sino alle estreme conseguenze: quella della croce. La via della croce è la via dell’amore, quella dell’amante che carica su di sé i pesi dell’amato.

Fermiamoci un istante e riflettiamo. Noi crediamo che nell’Eucaristia ci sia Gesù? Noi crediamo che nel Vangelo ci sia Gesù? Badate bene: il pane e la parola sono diventate Gesù perché Gesù le ha assunte e le ha fatte per questo diventare “Sé” e perciò ne conservano la presenza. Gesù nella croce ha compiuto il gesto estremo di assumere tutte le contraddizioni della nostra sofferenza al punto da dare loro voce gridando per noi tutti: “Dio mio perché mi hai abbandonato?”.

«... Il fatto che (Gesù) sia restato sulla croce sino alla fine, il fatto che sulla croce abbia potuto dire, come tutti i sofferenti: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?", questo fatto è rimasto nella storia come l'argomento più forte (del suo amore). Se fosse mancata quell'agonia sulla croce, la verità che Dio è Amore sarebbe sospesa nel vuoto. Sì, Dio è Amore» (da Varcare la soglia della speranza, p. 74).

Questo significa che ormai ogni nostra sofferenza contiene come in una sorta di sacramento, la sofferenza di Cristo: Gesù ha unito ogni nostro dolore al suo amore e per questo ogni nostro dolore è già vinto e contiene in sé la potenza della risurrezione. «Le sorgenti della forza divina sgorgano proprio in mezzo all'umana debolezza. Coloro che partecipano alle sofferenze di Cristo conservano nelle proprie sofferenze una specialissima particella dell'infinito tesoro della redenzione del mondo, e possono condividere questo tesoro con gli altri» (da Salvifici doloris 27).

È il dito di Tommaso che entra dentro la piaga del Risorto e lui crede: “Mio Signore e mio Dio”. È la voce di S. Girolamo di fronte al Crocifisso: “Dolce – dolce – padre nostro”.

Il punto sta nel fatto che ogni nostra sofferenza, dal mal di testa all’umiliazione di scoprire d’aver sbagliato, di essere caduto nel peccato, “contiene” in qualche modo Gesù crocifisso. Riconoscendone la presenza, amandolo proprio in quel mio dolore, come usava dire Igino Giordani (laico e politico di cui è cominciata la causa di beatificazione lo scorso anno), «come per alchimia divina il dolore si tramuta in amore». Come dice il Papa: «Nel culmine del suo dolore c'è il culmine del suo amore. Ebbene, qui scopriamo un motivo fondamentale, che diventa uno stimolo ineludibile, a partecipare con tutto il nostro cuore alle sofferenze di Gesù crocifisso e abbandonato così da vivere in intima unione con lui le vicende personali … di ogni giornata come espressione di amore per Dio e per i fratelli. Abbracciando nelle prove quotidiane Gesù sofferente, ci si unisce immediatamente con lo Spirito del Risorto e la sua forza corroborante» (dall’Osservatore Romano, 1 maggio ’82).

La forza corroborante del Risorto! Per questa forza noi possiamo uscire dal nostro problema, dal nostro dolore e andare incontro agli altri per amarli.

Diventano così comprensibili le parole che San Paolo scrisse ai Corinti: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza; quando siamo confortati, è per la vostra consolazione, la quale si dimostra nel sopportare con forza le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo» (2cor 1,3-6).

Concludo con una citazione di Karl Raner uno dei due più grandi teologi del XX secolo: «Tutto quello che Egli ha assunto è redento, perché in tal modo esso è diventato vita e destino di Dio stesso. Egli ha assunto la morte; dunque la morte deve essere qualcosa di più di un tramonto nel vuoto assurdo. Egli ha assunto di essere abbandonato; dunque la tetra solitudine deve racchiudere in sé la promessa di una felice vicinanza divina. Egli ha assunto la mancanza di successo. Dunque la sconfitta può essere una vittoria. Egli ha assunto di essere abbandonato da Dio. Dunque Dio è vicino a noi anche quando noi pensiamo di essere da Lui abbandonati. Egli ha assunto tutto, dunque tutto è redento».

Roberto Frau

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