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Un’immagine:
il mouse e il doppio clic che si fa col pulsante sinistro. Alle volte il
rapporto con la nostra vita è un po’ così: ci sono delle nostre
esperienze, dei nostri modi di essere che rimangono come certe icone in
un angolo dello schermo del computer. Sono lì, come in standby
e non sappiamo cosa c’è dentro o, se lo sappiamo ne temiamo il
contenuto ed evitiamo di aprirlo. Eppure è importante ogni tanto avere
il coraggio di arrivare lì, su quell’icona e cliccarci sopra, per
vedere cosa c’è dentro, come funziona e, magari, fermarsi a fare un po’
d’ordine…
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Viaggiavo
in treno e incuriosito osservavo due ragazzi che parlavano... O meglio,
uno parlava mentre l'altro giocava a "snake" sul suo Nokia.
Non ho detto "ascoltava" perché ad un certo punto,
interpellato dal primo, ne uscì con una risposta che era completamente
fuori luogo rispetto al discorso, provocando l'irritazione del compagno.
Sorrisi, ma riflettendo bene mi resi conto che il problema non era il
telefonino. Quante volte è capitato anche a me di ricevere risposte
fuori luogo da persone che sembravano attentissime al discorso che
facevo... Il fatto è che lo "snake" non è solo nel
telefonino ma è dentro la nostra testa,
ed è il rincorrersi e il concatenarsi di 1000 pensieri che ci
distraggono e ci impediscono di ascoltare chi ci parla. Magari l’altro
ci sta raccontando che è stato male, credendo forse di trovare in noi
un po’ di conforto… Quello che mi dice invece mi fa venire in mente
quella volta in cui io sono stato male e nella mia testa rivivo la
situazione in cui ho sofferto e alla fine seguo i miei pensiero e non ciò
che mi viene raccontato. Così capisco male e magari interrompo
l’altro e comincio a raccontare di come ero stato male io… Alla fine
l’altro deve sopportare oltre che il suo male anche il mio e va via
deluso, perché non si è sentito capito, compreso…
Eccoci
arrivati al punto cruciale della questione: una persona per sentirsi
amata ha bisogno prima di tutto di sentirsi capita. Noi stessi non ci
sentiamo amati se non ci sentiamo capiti, compresi. Ma sapete cosa
significa la parola “com-preso”? Significa “preso con me”,
“preso dentro”… Per riuscire a voler bene, ad amare una persona,
dobbiamo prenderla dentro di noi. Come si fa? Prendiamo ad esempio due
bicchieri pieni. Se devo “comprendere” (prender con me) uno
nell’altro cosa devo fare? Ovvio: svuotare l’altro bicchiere!
Altrimenti se provi a versare l’uno nell’altro con entrambi pieni si
rovescia tutto fuori.
Così
è per noi: dobbiamo in qualche modo “svuotarci” per contenere
l’altro. Devo far tacere i miei pensieri per poter contenere i
pensieri dell’altro, perché quei pensieri esprimono la vita
dell’altro che mi parla. Esistono sono tre livelli diversi
nell’ascoltare: udire, sentire e ascoltare. Io odo i suoni, come la
voce indistinta del professore in classe mentre io chiacchiero col mio
compagno. Io sento le parole, come quando seguo un ragionamento che
qualcuno mi fa, filtrandolo con la mia logica, per vedere se secondo me
è giusto o sbagliato. Invece quando ascolto, ascolto una persona, perché
al di là delle parole che mi dice cerco di fare mie le sue motivazioni,
i suoi desideri, le sue sofferenze, leggendo dietro i fatti e dentro il
suo cuore. Mentre parla non lo interrompo perché abbia tutta la
tranquillità di esprimersi, scacciando la tentazione di dare risposte
affrettate o di ragionare mentre si racconta, “mettendomi - come si
dice - nei panni dell’altro”.
“Mettersi
nei panni dell’altro”. In fondo è quello che ha fatto Dio con noi,
spiegandoci a fatti come si ama. Non è rimasto nei suoi cieli a godersi
il Paradiso ma, in qualche modo, si è spogliato della sua divinità per
farsi uomo, un uomo come noi: un uomo che mangia, dorme, chiacchiera e
ride, ascolta, piange, soffre, ha paura. Per usare un’immagine per
comunicare con noi ha fatto come succede per ascoltare una radio: si è
messo nella nostra sintonia. Infatti se non si è nella stessa sintonia
non si sente nulla: c’è solo un grande fruscio. E sull’esempio di
Gesù San Paolo ha scritto: “Mi sono fatto greco con i greci, mi sono
fatto giudeo con i giudei per poter comunicare con tutti…”.
Ora,
se l’altro è veramente importante per me tutto dell’altro diventa
importante, anche le cose che magari non m’interessano. Gli piace il
calcio? Parliamo di calcio, perché il calcio esprime qualcosa di lui…
Gli piace il cinema? Parliamo di cinema, perché quel cinema esprime
qualcosa di lui...
Se
l’altro si sentirà veramente “compreso” - e quindi amato sino in
fondo - si sentirà spinto a fare altrettanto, comportandosi con me
nello stesso modo. Allora nasceranno rapporti di reciproca amicizia
profonde con 1000 persone, non solo con il mio ragazzo/a o con la mia
amica/o del cuore.
C’è
una regola però: faccio mio tutto ciò che è nell’altro ma non mi
anniento in lui, non perdo la mia volontà. Questo significa che se
l’altro sbaglia io non mi adeguo al suo errore, rimango me stesso, pur
rimanendo nell’amore: la piena accettazione dell'altro non significa
la piena approvazione.
Roberto Frau
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