i Giovani con i Padri Somaschi     

 

Un’immagine: il mouse e il doppio clic che si fa col pulsante sinistro. Alle volte il rapporto con la nostra vita è un po’ così: ci sono delle nostre esperienze, dei nostri modi di essere che rimangono come certe icone in un angolo dello schermo del computer. Sono lì, come in standby e non sappiamo cosa c’è dentro o, se lo sappiamo ne temiamo il contenuto ed evitiamo di aprirlo. Eppure è importante ogni tanto avere il coraggio di arrivare lì, su quell’icona e cliccarci sopra, per vedere cosa c’è dentro, come funziona e, magari, fermarsi a fare un po’ d’ordine

 Vita e morte
  guardare il mondo con occhi di Pasqua

 

"Ma chi te lo fa fare... Goditi la vita... Ma fregatene e pensa a te stesso... Di vita ce n'è una sola..."

Diciamoci la verità: chi di noi non fa di tutto per evitare le situazioni difficili e di scansare ciò che ci può pesare o comportare sacrificio. Le immagini patinate delle riviste o gli standard da finction televisiva ci stimolano in direzioni ben chiare. Anche i ricordi dei vecchi che ci raccontano dei loro sacrifici per crescere ed affermarsi fanno sorridere di tenerezza e ingenuità. 

Ma è vero progresso? La vita è veramente più tranquilla? Allo sguardo disincantato la vita appare di per sé abbastanza cinica ed è facile che quanto si sfugge da un lato ci piombi addosso dall'altro e spesso con gli interessi.

E se la realtà fosse diversa da come la vediamo con i nostri occhi e la verità fosse un'altra? Cosa è veramente vita e cosa è veramente morte? Che cosa vedremmo se guardassimo il mondo con gli occhi della Pasqua, così come ben descrive il vescovo Klaus Hemmerle - morto alcuni anni fa di tumore - in un suo augurio pasquale? Ecco cosa mi è parso di vedere.

Noi siamo abituati a vedere distinti e alternativi dolore e gioia,morte e vita. Se son triste non posso essere felice, se sto male non posso star bene: o c'è l'uno o c'è l'altro. In realtà non è esattamente così ed esiste un legame profondo fra ciò che sembrano essere dei puri opposti. Infatti la morte, come il limite e la crisi, non sono realtà fuori della vita ma radicalmente dentro alla vita. Anzi, il paradosso sta nel fatto che non esiste vita senza morte, non esiste vita senza limite, senza crisi. Proviamo a pensare alla crescita umana. La nascita per il bambino che è costretto ad abbandonare il grembo della madre costituisce un trauma enorme, un'autentica morte. Ma se rifiutasse questa "morte" sarebbe veramente la fine per lui e forse anche per la madre... Oppure il trapasso fisico-psichico tra fanciullezza ed adolescenza: è una crisi drammatica, dove si abbandona un mondo certo e rassicurante e si deve affrontare l'ignoto di un corpo dalle esigenze sconosciute e un anelito sconosciuto all'autodeterminazione... Non è un caso che sia questa l'età dove più facilmente si registrano i tentativi di suicidio giovanile. Ma se non si ha il coraggio di attraversare questo apparente guado mortale si "muore" dentro un'immaturità cronica e un infantilismo pericoloso. E così di crisi in crisi, di tappa in tappa della vita, sino a quella che noi sperimentiamo come morte definitiva. Ma se non ci fossero tutte queste "morti" non ci sarebbe nessuna crescita e terminerebbe la vita, e chi si rifiuta di attraversarli in qualche modo uccide dal di dentro la sua vita. 

Forse il peccato originale sta nell'aver interrotto il legame naturale in questa dinamica di crisi, dove ogni "morte" perpetua la vita. Gesù con l'Incarnazione è penetrato dentro questa legge della vita che noi invece viviamo in maniera conflittuale e con la sua passione, con l'esperienza tremenda di solitudine e di abbandono della croce e con la sua morte e risurrezione, ha ricreato dall'interno il legame tra morte e vita. Ha posto così in ogni sofferenza umana quella "particella dell'infinito tesoro della redenzione" (così si esprime Giovanni Paolo II nella "Salvifici Doloris" al n° 27). È la legge del "chicco di grano" che se non muore rimane solo ma se invece muore porta molto frutto (cf Gv 12,24). Veramente in ogni dolore, in ogni nostra crisi, in ogni nostra "morte" possiamo sperimentare quanto Dio, in Gesù crocifisso, abbia pagato il suo amore per noi: " Il fatto che Gesù sia restato sulla croce sino alla fine, il fatto che sulla croce abbia potuto dire, come tutti i sofferenti: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?", questo fatto è rimasto nella storia come l'argomento più forte. Se fosse mancata quell'agonia sulla croce, la verità che Dio è Amore sarebbe sospesa nel vuoto. Sì, Dio è Amore" (Da Varcare la soglia della speranza, p. 74).

Se ho il coraggio di non fuggire di fronte a ciò che mi procura sofferenza, prova, "morte" e di scendere in fondo all'anima e mettermi di fronte a quel Gesù che per me è rimasto e continua a rimanere in croce (in quella stessa sofferenza) ho la forza di buttarmi fuori dal mio problema e di amare chi ho accanto. Come "un'alchimia divina" (così si esprimerebbe Igino Giordani) "il dolore si tramuta in amore" e vengo a contatto con la forza corroborante del Risorto. E pur nella difficoltà posso sentirmi vivo come non mai, certo non allegro ma paradossalmente felice felice. E vedere la vita fiorire attorno a me: il chicco di grano porta molto frutto.

Roberto Frau

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