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I
mesi scorsi
ci siamo fermati a "contemplare" il mistero umano di Dio che
è Gesù. Questo mese proviamo a individuare delle piste che ci
permettano di sperimentare nella vita i risvolti di quella
"contemplazione".
Ritrovare l’umanità di Gesù non serve a togliersi semplicemente uno “sfizio” conoscitivo che appaghi la mente ma a prendere coscienza di uno sconvolgimento cosmico che rovescia il Cielo sulla terra o, se volete, radica la terra al Cielo. Dio, attraverso Gesù infatti, non ha assunto una umanità “adamitica”, tutto candore e innocenza così come ce la immaginiamo nel paradiso terrestre prima della corruzione del peccato. Quella che possiamo vedere in Gesù è una umanità reale come la mia e la vostra e, in quanto reale, intrisa delle stesse contraddizioni che viviamo io e voi. Non è un caso che l’evangelista Giovanni componendo l’inno che apre il suo vangelo - “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio, il Verbo era Dio…” – per descrivere Dio che assume la natura umana – “il Verbo si fece carne” – usa un termine specifico, “sarx”, che in greco era usato dalle massaie quando indicavano la carne da comprare dal macellaio. Quindi non un termine nobile o astratto ma qualcosa che indicasse la carnalità dell’umanità, come di “carne” è fatta la mia e la vostra umanità. E in questa umanità fatta di carne, Dio sulla terra cammina, parla, ascolta, guarda, dorme, mangia, ride e piange, si adira e si commuove, si angoscia e subisce la tentazione, prova solitudine… soffre.
Allora che camminare, parlare, ascoltare, dormire e mangiare, lavorare e riposare, gioire o soffrire non possono più essere la stessa cosa: niente è più banale, inutile, sprecato, perché Dio è entrato nelle banalità che ogni uomo è costretto a vivere; è entrato nell’inutilità che ogni uomo si trova a subire; è entrato nelle contraddizioni che ogni uomo sperimenta, anche quella più atroce che rasenta la bestemmia, la distanza da sé stessi, la distanza da Dio: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Se prima dell’abbandono in croce Gesù poteva apparire l’Uomo – con la “U” maiuscola – con tutta la sua perfezione, separandosi da Dio appare come “un” uomo, diventa particolare. Tutto ciò lo vive rimanendo Dio, portando a compimento il mistero dell’incarnazione: di rendere il particolare, il frammento, capace di contenere l’Universale, il Tutto. Allora il “tutto nel frammento” non è solo una bella frase di Hurs von Baltasar ma il mio modo di esistere. Tutto in me riacquista significato e dignità e nulla viene sprecato. Anche il dolore, il fallimento, la sofferenza e l’errore che inevitabilmente fanno parte della mia storia. Una parte di storia che inutilmente cerchiamo di nascondere ed evitare, dimezzando la nostra vita… Di fatto l’uomo è un animale originale, perché è l’unico che non solo soffre ma “soffre di soffrire”, ribellandosi sterilmente all’esperienza del dolore, esaurendo ancora prima di affrontare la situazione di crisi le proprie energie e rimanendo inevitabilmente schiacciato dal dolore. Invece l’umanità di Gesù ha condiviso con me il dolore e, rompendo la mia solitudine – perché quando si soffre veramente si è inesorabilmente soli – mi apre alla speranza. Sono incompreso? Lui è lì. Sono nel pianto? Lui è lì. Sono nella sconfitta o nel fallimento? Lui è lì… E più quel dolore sembra distante dal Cielo in cui è Dio – o immaginiamo essere Dio - , più lo stupore della sua vicinanza apre uno squarcio sul suo amore per me. Come S. Paolo, in un momento in cui non fa teologia ma parlando di sé può affermare: “Io vivo nella forza di colui che mi ha amato e ha dato sé stesso per me…”. Perché questo significa per me l’umanità di Gesù.
Se è così significa che posso vivere la vita al 100%, tutta intera, perché tutto vale, in quanto tutta condivisa da Gesù: studiare, lavorare, giocare, riposare, amare, soffrire… Niente è subito in quanto tutto è occasione per sperimentare la pienezza della mia umanità, magari difficile e contraddittoria, ma bella perché finalmente mia.
Roberto Frau
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