i Giovani con i Padri Somaschi     

 

 Essere giovani...  

A volte mi è capitato di perdermi nella contemplazione. Questo non però davanti al tradizionale tramonto o all'infinito del mare. Mi riferisco alla brulicante e chiassosa folla di studenti all'uscita di scuola...

La giovinezza è un'età affascinante, fatta di grandi aspirazioni e di drammi nascosti: è l'età dell'«ancora tutto è possibile». E' l'età segnata dal volersi distaccare dal controllo direttivo dei propri genitori (che spesso si prolunga anche nei trentenni ancora inseriti nel nucleo famigliare) dal desiderio di dimostrare che si è capaci da fare le cose da soli, di essere in gamba e autonomi...

E' l'età dei "vorrei" e dei "mi piacerebbe", della ricerca di quelle cose che quando le fai o se potessi farle, ti fanno sentire soddisfatto di te stesso... Alle volte è solo desiderio di evasione o trasgressione, altre volte sono veri e propri "sogni nel cassetto" o "progetti per il futuro".

In definitiva è un momento che, tra paura e desiderio, uno impegna per prendere in mano sé stesso e la sua vita. questo è il punto nodale dell'esperienza intima dell'essere giovani: per prendere in mano sé stessi bisogna conoscere cosa si è! E' il presupposto della propria autonomia del proprio diventare adulti: scoprire sé stessi.

In queste pagine è già apparso l'esempio della caffettiera che vuole fare il frullatore... Pur riempiendosi di pezzettoni di frutta, mettendosi nel fornello non farà altro che decretare la sua autodistruzione annullando i sogni di qualsiasi frappe. Se si cerca di diventare ciò che non si è si finisce per auto distruggersi.

Qual'è il risvolto cristiano che il credente dovrebbe affrontare per scoprire sé stesso?

Si tratta di partire dal dubbio che non siamo frutto del caso, abbandonati agli eventi che ci circondano, ma siamo creature di Dio e se siamo fatti da Dio e fatti "di" Dio, allora in quel Dio c'è qualcosa di noi stessi.

San Paolo ha scritto ai cristiani: "Siamo stati chiamati prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati nell'amore".

Noi siamo ed esistiamo perché siamo stati "pensati" e "amati" da Dio: noi siamo noi stessi se recuperiamo quel "pensiero", quella "parola" di Dio che ci fa esistere.

Si dice che Gesù è il "Verbo", la "Parola" del Padre fatta carne. La parola d'Amore del Padre si è espressa qui sulla terra nella vita e nei gesti d'amore di Gesù.

Così c'è una parola d'Amore che Dio pronuncia dall'eternità e si "ode" qui sulla terra col nome di "Giulia, di "Marco", di Valentina"... e si esprime nei gesti d'amore di Giulia, Marco, Valentina...

Adesso ha senso parlare di "vocazione": è ascoltare la Parola d'Amore di Dio e sentirsi chiamati per nome, è potersi voltare e dire: "si, sono io...". E' un'espressione personale dell'unico amore del Padre del Cielo. E' la cosa più intima e più profonda, che fa di me "me stesso", e senza il quale tutto può essere anche bello ma tragicamente vuoto. E' una chiamata ad essere ciò che mi fa uomo: amare!

Si può anche non "centrare" la propria vocazione. Cosa fa la differenza? Non è detto che se non la "centri" fai, per così dire, una vita brutta, però...

  • Significa trovare il motivo profondo di ciò che vivo, ciò che darà senso, pienezza e realizzazione, fornendo soprattutto gli stimoli per ricominciare di fronte alle inevitabili avversità e fallimenti della vita.

  • Significa innestarsi  in un disegno di grandi dimensioni, di comunione e di "salvezza", perché significa partecipare al progetto di Dio sulla Chiesa, rendendoci inconsapevoli (o consapevoli) intermediari dell'amore di Dio per gli uomini.

Questo amore del Padre, che è il nostro essere, la nostra vocazione, si manifesta in ciascuno in modo proprio e autonomo, personalissimo, così come un tulipano non è una rosa, e come ogni rosa non è mai identica all'altra, pur crescendo tutti sullo stesso terreno... Qui entriamo nel mistero del matrimonio e della consacrazione, ma questo lo approfondiremo la prossima volta.

(Continua)

Roberto Frau

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