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Quante
volte in questi giorni abbiamo augurato agli altri (e sperato per noi)
"buon anno" o "felice anno nuovo". Chissà perché
legato a questo augurio colleghiamo spesso successo, prosperità,
salute... Ma dopo quanto è accaduto dall'11 settembre in avanti molti
di noi hanno cominciato a sottintendere anche "pace". Ma la
pace non è assenza di guerra: è presenza di rapporti autentici.
Pensando
a queste cose mi è venuta in mente una "storiella".
Un
giorno, dopo diversi anni di matrimonio, una coppia in crisi si reca da
un sacerdote loro amico per capire cosa non funzionasse nel loro
rapporto. Lei si lamentava di non riconoscere più suo marito, di non
sapere nulla della sua vita. Lui invece si difendeva dicendo che parlava
spesso con la moglie, che era tutt'altro che taciturno con lei, anzi...
All'improvviso l'amico sacerdote, prendendo in disparte il marito gli
domandò: "Dimmi, ma cosa dici a tua moglie quando parlate?".
L'uomo gli rispose: "Gli racconto tutto quello che faccio!" E
continuò: "Gli racconto di come ho organizzato il mio ufficio, dei
miei dipendenti, di come sono riuscito a concludere quell'affare, come
non mi sono lasciato abbindolare da quel fornitore...". Il
sacerdote ascoltò in silenzio e a lungo tutto ciò che il suo amico
faceva d'importante nel suo lavoro e ne dedusse che certamente ci sapeva
fare, che doveva essere molto in gamba in ciò che faceva. Quando
l'altro ebbe finito fece ancora una domanda: "Dimmi ancora: ma a
tua moglie hai più raccontato le tue paure, le tue difficoltà, le tue
speranze?". L'altro ci pensò un po' e poi rispose: "A dire il
vero, no". L'amico sacerdote concluse: "Sai perché il vostro
rapporto è in crisi? Perché tua moglie anni fa ha sposato tè e non il
tuo lavoro".
Questa
"storiella" ha un analogo nel Vangelo sebbene con
un'ambientazione diversissima. Avete presente
l'episodio del Fariseo e del pubblicano al tempio? ( Lc
18,10ss)
Il
fariseo della parabola di Gesù è un po' come il marito della
"storiella": in buona fede
ma presuntuoso, pieno di sé, che vuol mostrare la sua stimabilità in
base alle cose che fa, cose che però sono esterne a lui ma non sono lui. E'
una rapporto basato sull'immagine, sul look, su ciò che appare fuori, perciò
superficiale e fragile. Ma a Dio non interessa ciò che facciamo ma ciò
che siamo, e se l'albero è buono anche i frutti saranno buoni. Gli
interessano le persone e non le cose perché le cose oggi ci sono ma
domani chissà. E in fondo come per Dio, in realtà anche le persone che
ci vogliono bene (e non solo loro) cercano noi.
La
forza del pubblicano della parabola sta proprio nell'essere ciò che è.
E' un disgraziato, un peccatore, certo, ma non per questo si nasconde
dietro ciò che fa: si presenta a Dio senza le "cose". E Dio
può raggiungerlo là dove si trova, lo può amare nella sua indigenza
spirituale. Per questo il pubblicano tornò a casa giustificato. Non
giusto, perché non lo è, ma reso giusto da Dio, avvolto dalla sua
misericordia, che sana le ferite e rende nuove le cose vecchie. E penso
che anche le persone che ci circondano: credo che si aspettino da noi
(anche inconsciamente) questa "novità".
E
in quest'ultima frase sta il mio augurio per il "nuovo" anno:
rendere nuovi noi stessi e i nostri rapporti, sfuggendo il rischio di
rimanere "vecchi" rivestiti da cose "nuove". Buon
Anno.
Roberto Frau
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