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Il
male è già in noi. S. Paolo parla della convivenza dentro di noi di un
uomo "vecchio" (Ef
4,22) e di uno "nuovo"
(Ef
4,24). Il primo è quello
intaccato dal male, il secondo creato da Dio e "restaurato"
dalla morte e risurrezione di Gesù.
Qual'è
la caratteristica del "vecchio" dell'uomo? Se avete fatto
occhio a quanto narrato nel 1° cap. della Genesi ( )
e vi siete guardati dentro è chiaro: il non rapporto, la
separazione, la divisione, la frantumazione. Usando la
terminologia biblica potremmo dire che è l'uomo intaccato da "dia-ballo",
"scagliato lontano": "diabolon". Tutto ciò
che divide, allontana, separa è frutto del nostro vecchiume interiore.
Ma la presenza del "vecchio" nella nostra umanità non è la
parola definitiva. L'ultima parola è quella di Gesù che morendo, cioè
donando la sua vita senza tenerla egoisticamente per sé, ha fatto ciò
che l'amore fa: unisce ciò che era diviso, lontano. È il mistero della
sua morte e risurrezione è diventato "sin-ballo",
"portato vicino": l'unità. È il mistero del
"simbolo", del "sacramento" e dei sacramenti
dell'amore di Gesù.
Ora
diventano più chiare quelle parole enigmatiche di Gesù: "Chi
vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi la perderà la la
troverà (Lc
9,24). Il Gesù
che dice "Sono venuto perché abbiano al vita e l'abbiano in
abbondanza" (Gv
10,10) non può
desiderare il nostro annientamento. Quel "perdere la propria
vita" significa mettere in calcio d'angolo l'uomo vecchio, cioè la
sua tendenza a ripiegarsi su sé stesso e morire d'asfissia, per trovare
nel "dare" la vita dell'uomo nuovo.
Guardiamoci
attorno: quante persone attendono una nostra parola, un nostro gesto,
una nostra attenzione, un po' del nostro aiuto. È questa la via più
semplice per passare dalla "morte" del "vecchio"
alla "Vita" del Nuovo": "Noi siamo passati dalla
morte alla vita perché amiamo i fratelli" (1Gv
3,14).
Ma
questo lo approfondiremo la prossima volta.
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