i Giovani con i Padri Somaschi     

 

Trasparenza

Visto che stiamo cominciando con questa rubrica un’esperienza nuova e in fondo non ci conosciamo, l’icona che cliccherei stavolta è quella del “rapporto”. Ma cliccarla è come aprire il “gestione risorse” con una infinità di sotto directory e cartelle, di cui ognuna è un mondo da esplorare. Da dove cominciare? Dalla “trasparenza”!

Cosa intendo?

Proviamo ad immedesimarci in alcune situazioni e vedere se almeno in qualcuna di queste è possibile riconoscerci.

Non capita mai, di fronte ad una certa persona di avere un determinato tipo di atteggiamento e invece, con un’altra, comportarci in maniera differente? Oppure, con la stessa persona trattarla in maniera diversa quando si è a tu per tu o insieme ad altre che mi conoscono?

Oppure non capita mai di stare insieme ad altri, mettiamo alla propria compagnia, e di fare delle cose che in realtà non m’interessano, ma siccome le fanno tutti… O al contrario, di non fare delle cose che per me sono importanti ma che non interessano al resto della compagnia, evitando addirittura di parlarne?

O ancora: mi trovarsi con gli altre persone, specie se poco conosciute, e cominciare a sparare idiozie, un po’ per ridere, un po’ per attirare l’attenzione, un po’ perché forse non so cosa dire, ma forse soprattutto perché vorrei che gli altri si facessero un’immagine accettabile di me, magari nascondendo quello che veramente sono dentro.

Infine, di giustificare la stessa cosa che faccio con alcuni dando una motivazione, con altri dando motivazioni diverse, ma che non sono quelle mie…

È un gioco di sopravvivenza, che da un certo punto di vista sembra necessario: devo convivere con gli altri e forse devo difendermi dagli altri. O forse devo difendermi da me stesso, da certi aspetti della mia personalità che non amo, né accetto e che penso gli altri non possano amare e non possano accettare…

Però c’è un grosso rischio in questo modo di fare per “sopravvivere”: è che appunto non vivo, ma sopravvivo. Ma la vita è un’altra cosa.

Si rischia di sperimentare rapporti al 30, al 40, anche all’80%, ma di non arrivare mai sino in fondo, di non sperimentare mai la pienezza, anche in possibili rapporti di coppia. Ma il rapporto è un’altra cosa.

Si rischia di vivere interiormente divisi, frammentati, per salvare sé stessi in ogni situazione e con ogni persona. Ma amare sé stessi è un’altra cosa.

Questo può essere il contenuto di ciò che può saltare fuori cliccando sopra “rapporto/ trasparenza”. E forse non è tutto.

Ma vivere, relazionarsi agli altri, amare sé stessi in pienezza cosa significa?

Mi viene in mente una frase del Vangelo:

«Il vostro parlare sia: sì, sì; no, no». (Mt 5,37)

Significa fare “ciak” tra il “sì” dentro ed il “sì” fuori; far aderire il “no” dentro con il “no” fuori. Non è semplicemente “dire le cose in faccia” agli altri. Quello potrebbe anche essere solo uno sfogarsi: si butta fuori quello che si ha dentro ma tra “dentro” e “fuori” rimaniamo divisi.

Qui, invece, si tratta di essere “uno” dentro! Si tratta di mettere armonia tra quello che vorrei essere e quello che sono; tra quello che vorrei che gli altri apprezzassero di me e quello che di me è veramente, ed è già apprezzabile. Si tratta di spostare le paure di non essere accettati e di non accettarsi; di spostare la tentazione di salvarmi a qualunque costo, con chiunque, senza rendermi conto che è quello il modo di distruggermi, perché mi divido dentro…

«Il vostro parlare sia: sì, sì; no, no».

Significa perciò avere il coraggio di andare controcorrente, la corrente esterna - di quello che fanno gli altri, di quello che pensano gli altri, di quello che si aspettano gli altri – per scoprire e seguire la “corrente” interna, quella mia, quella vera. Gli altri siano quel che sono, facciano quel che vogliono, dicano di me quel che credono: io sono me stesso, dentro e fuori.

Difficile? Certo che è difficile! Avete mai trovato la felicità al supermercato o ai saldi?

Però da dove partire?

Dal sentirsi amato da qualcuno! Non c’è altro inizio e non c’è altro fine. È per questo motivo che si sente così importante avere una ragazza, un ragazzo. È inscritto dentro di noi: non possiamo vivere senza essere amati. La ricordo, questa ricerca affannosa, quando ero adolescente, di una “lei” che riempisse la mia vita. E ricordo lo sforzarsi di ascoltare la musica che sapevo gli piaceva, di vestirsi attento ai suoi gusti… Ma prima o poi ci si accorge che tutto ciò è molto ma non basta. “Ogni persona umana è inevitabilmente limitata: anche nel matrimonio più riuscito, non si può non mettere in conto una certa misura di delusione” diceva il Papa a Torvergata durante la GMG2000…

C’è una sola persona che ho sperimentato - e tanti altri come me e con me - che mi ama così come sono, che non mi vuole diverso, che mi lascia libero… Una sola persona che continua ad amarmi anche quando lo deludo. Anzi, proprio lì il suo amore si fa più tenero e forte. Quella persona è Dio!

Allora posso presentarmi agli altri con le spalle coperte: non sono allo sbaraglio. Se Lui è con me, chi sarà contro di me? Eppure le delusioni cocenti vissute nel rapporto con gli altri non sono mancate. Ma questo amore è una forza che mi fa “uno” dentro e fuori, e alla fine gli altri mi apprezzano e mi stimano per quello che sono, addirittura mi cercano… E dopo ogni delusione, sento che divento più forte, perché in quell’amore di Dio per me, che sana le mie ferite, trovo il senso più vero di ciò che sono e di ciò che vivo.

Provare per credere.

Roberto Frau

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