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Vorrei
che questa riflessione sulla solitudine non fosse solo mia, ma mi
piacerebbe renderti partecipe. Se hai il tempo per farlo, ti chiedo di
soffermarti un istante a pensare alla parola "solitudine" e a
tutto ciò che questa parola ti fa venire in mente.
La solitudine ha il
volto del vecchio che ha ancora tanto da raccontare, ma non trova il suo
interlocutore; dell’adolescente che si rinchiude in camera per
ascoltare la sua musica; di chi ha paura degli altri o di chi, più
semplicemente, è introverso…
Come aiutare queste
persone a venire fuori dalla loro solitudine? Innanzitutto bisogna
capire se la condizione di solitudine è stata scelta oppure imposta.
Nel primo caso si ha bisogno di stare soli e si ricercano volutamente i
propri spazi, si tratta di un momento prezioso per ciascuno di noi (vedi
l’articolo precedente), ma la nostra attenzione in questo caso è
rivolta a chi si sente solo pur senza volerlo e non riesce ad uscire dal
suo mondo. Che fare? Sicuramente sarà importante rispettare i tempi
dell’altro, bussare a quella porta, fargli capire che ci siamo, ma
aspettare che sia lui ad aprirla. "Bussare" significa
interessarsi al suo mondo, capire ciò che lui desidera; per esempio con
l’adolescente posso interessarmi della sua musica, con il timido sarà
importante incoraggiarlo o "fargli da spalla" nelle situazioni
pubbliche, con il vecchietto ascoltare le sue storie anche se ormai le
conosco a memoria… ognuno di voi troverà i modi più adeguati per
bussare a quella porta.
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