i Giovani con i Padri Somaschi     

 

Psicologia

a cura di Sara Collu

     
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Vorrei che questa riflessione sulla solitudine non fosse solo mia, ma mi piacerebbe renderti partecipe. Se hai il tempo per farlo, ti chiedo di soffermarti un istante a pensare alla parola "solitudine" e a tutto ciò che questa parola ti fa venire in mente.

La solitudine ha il volto del vecchio che ha ancora tanto da raccontare, ma non trova il suo interlocutore; dell’adolescente che si rinchiude in camera per ascoltare la sua musica; di chi ha paura degli altri o di chi, più semplicemente, è introverso…

Come aiutare queste persone a venire fuori dalla loro solitudine? Innanzitutto bisogna capire se la condizione di solitudine è stata scelta oppure imposta. Nel primo caso si ha bisogno di stare soli e si ricercano volutamente i propri spazi, si tratta di un momento prezioso per ciascuno di noi (vedi l’articolo precedente), ma la nostra attenzione in questo caso è rivolta a chi si sente solo pur senza volerlo e non riesce ad uscire dal suo mondo. Che fare? Sicuramente sarà importante rispettare i tempi dell’altro, bussare a quella porta, fargli capire che ci siamo, ma aspettare che sia lui ad aprirla. "Bussare" significa interessarsi al suo mondo, capire ciò che lui desidera; per esempio con l’adolescente posso interessarmi della sua musica, con il timido sarà importante incoraggiarlo o "fargli da spalla" nelle situazioni pubbliche, con il vecchietto ascoltare le sue storie anche se ormai le conosco a memoria… ognuno di voi troverà i modi più adeguati per bussare a quella porta.

 
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