Che cos’è la timidezza
Un
po’ come “stress”, il termine timidezza ha diversi significati.
In generale viene utilizzato per designare tutte quelle forme di
imbarazzo che si possono avvertire in presenza degli altri. A
tutt’oggi non esiste una definizione univoca e scientifica di
tale termine.
In ogni caso si tratta di
un tipo particolare di ansia sociale contrassegnata dalla
tendenza spiccata a mantenersi in ombra e ad evitare di prendere
l’iniziativa in qualsiasi tipo di situazione sociale, si tratta
di un impaccio nelle interazioni sociali, nonostante ci sia il
desiderio relativo di affrontare certe relazioni.
La timidezza rimanda sia ad un disagio interiore
che ad una goffaggine esteriore in presenza di altri.
E’ cronica, durevole e abituale.
Il timido incarna un modo
di essere contrassegnato da inibizione (irrigidimento
comportamentale) in un gran numero di situazioni sociali che
evita ogniqualvolta sia possibile. In particolare teme “la prima
volta” ma la sua angoscia si placa col moltiplicarsi degli
incontri. Infatti il timido perviene ad un adattamento, spesso
soddisfacente, dopo un periodo iniziale di inibizione
all’azione. Il disagio rimane contenuto e non ha niente a che
vedere con il panico che si sperimenta nei casi di fobia
sociale (una fobia è una paura intensa, irragionevole,
incontrollabile, suscitata da determinate situazioni). Non
mancano testimonianze di personalità dello spettacolo e di
giornalisti che raccontano di aver superato la loro timidezza
scegliendo una professione che li portava ad affrontare ciò che
li angosciava.
Pur non essendo una
malattia, la timidezza è un disturbo che può creare un disagio
notevole che nei casi più gravi può portare a delle
complicazioni psicologiche, quali la depressione e il ricorso
all’alcol.
In altri casi meno estremi,
la timidezza può condurre alla solitudine. La difficoltà che i
timidi spesso incontrano a costruirsi una rete relazionale li fa
diventare i bersagli preferiti e ottimali di certe pratiche
commerciali (esempio: agenzie matrimoniali). In sintesi i timidi
rappresenterebbero un vero e proprio sbocco di mercato per i
commercianti che offrono benessere e ogni genere di incontro.
In linea generale la
comparsa della timidezza sembra essere abbastanza precoce e si
verificherebbe sin dalla prima infanzia e nell’adolescenza al
contrario della fobia sociale che avrebbe inizio solo in
seguito. Può scomparire spontaneamente o grazie a incontri,
esperienze o momenti particolari che gli hanno permesso di
superare tale stato (esempio i successi sportivi o in campo
scolastico e/o professionale).
Di cosa hanno paura i timidi
“Ame, quello che m’intimidisce è tutto ciò
che è nuovo, imprevedibile, improvviso”
Che cosa scatena la
timidezza?
- gli
sconosciuti (70%)
- le
persone dell’altro sesso (64%)
- parlare
in pubblico (73%)
- trovarsi
in un gruppo numeroso (68%)
- avere uno
status inferiore a quello dei propri interlocutori (68%)
- sentirsi
inferiore a vario titolo (56%)
Come si
manifesta la timidezza?
Esiste un certo numero di
segni comportamentali caratteristici che si manifestano nelle
nostre relazioni sociali. Dalle ricerche è emerso che i soggetti
timidi:
- parlano
meno spesso
- sorridono
in misura minore
- guardano
meno negli occhi gli altri
- impiegano
maggior tempo a rispondere o a rilanciare la conversazione
- nei loro
discorsi sono frequenti le pause di silenzio
- sono meno
espressivi
A
contrario in un ambiente familiare i timidi si comportano
normalmente: i bambini timidi non lo sono con i propri genitori
e con le persone con cui hanno confidenza.
In generale i timidi
mostrano di possedere discrete competenze sociali
(complesso di comportamenti relazionali elaborati dalle persone
che permettono di intrattenere relazioni possibili, consone e
gratificanti con coloro con i quali entrano in contatto. Hanno a
che fare con la comunicazione verbale. Si tratta di
comportamenti acquisiti in funzione delle modalità educative,
dei modelli parentali e delle varie circostanze della vita)
tranne che in situazioni stressanti. Ecco perché molte persone
timide non appaiono tali alle persone che frequentano
abitualmente e non perché tentano di nascondere la loro
timidezza, ma perché in presenza di persone familiari tali
distrutti tendono ad attenuarsi.
Da ciò emerge che i timidi
incontrano difficoltà nella quotidianità in due tipi di
situazioni:
- tutte le
volte che devono assumere un’iniziativa relazionale
- tutte le
volte che debbono mettersi in causa, parlando delle loro
emozioni
Dove sta il problema
Davanti ad una situazione
per lui delicata l’ansioso sociale procede, in maniera più o
meno inconsapevole ad una doppia valutazione, relativa:
- al
compito che deve svolgere
- alle
risorse necessarie per affrontarla
Spesso tende a
sopravvalutare le difficoltà e a sottovalutare le proprie
capacità. Tali apprensioni naturalmente non sono il frutto di
un’analisi oggettiva della situazione, ma dei dubbi che
caratterizzano l’ansioso.
In sintesi si tende a
sottovalutare se stessi e a sopravvalutare le difficoltà.
Origini della timidezza
Si tratta di un disturbo
multifattoriale che ha origini biologiche (eventualmente
ereditarie), psicodinamiche (legate alle vicende personali del
soggetto), sociologiche (connesse all’ambiente, all’epoca e alla
cultura di riferimento).
Le qualità del timido
Ci
sono numerose qualità associate alla timidezza.
Spesso il timido si rivela
particolarmente capace di ascolto e di empatia: la sua tendenza
a restasene in ombra ne fa spesso un attento osservatore.
La preoccupazione di
nascondere all’interlocutore il minimo segno di insofferenza o
di tensione lo rende un buon lettore degli stati d’animo altrui.
In ambito scolastico, la
sua discrezione e il suo desiderio di fare bene sono spesso
apprezzati dai professori. Il desiderio di essere amato e
approvato ne fa una persona attenta alle esigenze dei compagni
ed è spesso disposto a sacrificarsi accettando di fare lavori
“ingrati” o di dare una mano sempre a tutti.
Nella nostra società il
timido è oggetto di benevolenza: finché resta al suo posto, non
disturba gli altri, è considerato con favore.
Come superare la timidezza
E’ necessaria una profonda
motivazione al cambiamento: il timido deve volerlo. Occorre
tanta pazienza, si dobbiamo dare del tempo.
Uno
dei primi passi consiste nell’abituarsi gradatamente ad
affrontare le situazioni che si temono. Una delle tecniche più
usata è la tecnica dell’esposizione, che si basa sul
principio che per far passare la paura, il suo oggetto dev’essere
affrontato spesso perché l’oggetto in se non è pericoloso.
Poi bisogna scomporre il
problema nei diversi elementi che lo compongono (spesso invece
si concepisce il problema nella sua globalità come un tutto
indivisibile). A questo proposito, sappiate che il modo migliore
per non venire mai a capo di un problema è quello di concepirlo
nella sua globalità.
Conviene quindi suddividere
il problema in una serie di difficoltà più limitate da
affrontare separatamente. Immaginiamo di dover ordinare una casa
che è completamente a soqquadro. Se si considera il disordine
come un tutto da risolvere in un solo colpo si rimane
sopraffatti da un sentimento di impotenza. Si è in grado di
agire in modo più efficace quando decidiamo di partire da una
stanza o da una tipologia di oggetti.
In altre parole, per
cambiare le cose occorre abbandonare considerazioni
generalizzate del tipo “sono timido”, per chiedersi dove,
quando, come, con chi, facendo cosa si è timidi. Occorre quindi
delineare una sorta di hit parade della propria timidezza.
Una volta individuata la
tipologia specifica delle situazioni che ci creano ansia,
bisognerebbe:
- cercare
di analizzare i pensieri sottostanti le situazioni che ci
creano disagio.
-
modificare il modo di pensare sottostante
-
sottoporsi spesso alle situazioni fonte di ansia per
aumentare la padronanza (senso dell’autoefficacia percepita)
Diminuire l’ansia vuol dire
anche sviluppare meglio le nostre competenze sociali (quando
veniamo invitati in una cena molto raffinata e non abbiamo
dimestichezza in un ambiente del genere è possibile che ci
essere prese da un po’ di angoscia di fronte alle sei paia di
coltelli da usare!!
Sviluppare le proprie
competenze sociali vuol dire rafforzare la propria sensazione di
controllo e la stessa padronanza della situazione. In questo
modo si può diminuire l’ansia.
Bisogna cioè cercare di
ragionare sul problema in termini di obiettivi e non di
lamentazione!!
Esempio.
- Dopo
aver individuato che la situazione “andare al cinema il
sabato sera e fare la fila” è un problema,
- cerco
di capire quali pensieri accompagnano questo disturbo
“si vede che sono solo mentre tutti vanno al cinema in
coppia o con gli amici, mi trovo nervoso, con un’aria
strana, se gli altri mi guardano mi prende il panico
- cerco
di modificare questo modo di pensare “non sono certo
l’unico ad andare al cinema da solo. Se osservo con
attenzione sono sicuro di vedere molte persone da sole. Ho
tutto il diritto di uscire da solo e poi non è detto che
tutti mi guardano me. Mal che vada diranno che sono timido.
In ogni caso voglio provarci. Se poi mi sento troppo a
disagio torno a casa.
Si
tratta cioè di diventare protagonisti e non spettatori delle
situazioni che viviamo!!
Naturalmente tutto ciò
favorisce in maniera indiretta i comportamenti di esposizione
(ci esponiamo di più) e porta a rivedere i propri modi di
pensare.
Esercitazione
Fai un elenco di situazioni – problemi che ti
creano un po’ d’ansia, sapendo che lo zero corrisponde
all’assenza di angoscia e a una situazione mai evitata, l’otto
corrisponde ad una forte angoscia che rasenta la crisi di panico
e a un esitamento sistematico. Il quattro corrisponde ad
un’ansia significativa ma ancora sopportabile e una tendenza
all’evitamento abbastanza frequente.
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Situazioni – problemi |
Ansia
(da 0 a 8) |
Evitamento
(da 0 a 8) |
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