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Ogni
giorno facciamo decisioni, piccole o grandi che siano: comperare
un bel maglione rosso visto in vetrina, organizzare un incontro,
pianificare la giornata, compromettersi per tutta la vita...
L'oggetto che suscita l'azione può essere una situazione
presente qui ed ora oppure un'aspirazione immaginata e pensata.
Può essere anche l'anticipazione di un evento futuro come la
collisione prossima fra due automobili. Può anche appartenere
al passato come il ricordo di una offesa ricevuta, oppure
l'azione può anche essere messa in moto da qualcosa che è solo
immaginato come la possibile perdita del lavoro. Comunque sia,
non ci sono mai decisioni a freddo, fatte solo con il cervello:
sempre ci «coinvolgono» cioè chiamano in causa il nostro io
fatto di emozione e ragione.
Prima
che l'azione venga posta in atto, c'è un lavoro interiore:
vediamo, ricordiamo il passato, ci aspettiamo una conseguenza,
valutiamo, torniamo a valutare ancora, decidiamo. È un processo
spesso automatico e velocissimo.
Prima
di agire bisogna sperimentare, valutare e giudicare. Il processo
della decisione inizia sempre con un «volere emotivo» al quale
può seguire successivamente il «volere razionale». Il primo
impatto con la realtà è sempre emotivo. Ciò che ci tocca e ci
coinvolge, prima viene sentito e poi eventualmente ragionato. C'è
quindi interazione fra affettività e razionalità.
Il
volere emotivo: una
valutazione immediata dell'oggetto basata sul «mi piace» - «non
mi piace». Qui sono operativi il livello psicofisiologico e
psicosociale. E il processo della, affettività che segue
criteri di parzialità: valuta e reagisce secondo criteri legati
solo al qui e ora. L'oggetto è valutato come desiderabile o
indesiderabile in un certo momento e in un certo luogo poiché
intuitivamente ritenuto capace di soddisfare o non soddisfare un
bisogno. Se l'oggetto è valutato piacevole ne segue un impulso
verso di esso. Se è valutato indesiderabile ne segue una
tendenza a sfuggirlo.
Il volere
razionale: una
valutazione secondaria e riflessiva basata sul «mi giova» - «non
mi giova». In questo caso è operativo il livello razionale. Si
tratta di una valutazione che va molto al di là dell'interesse
immediato e sensitivo per l'oggetto poiché si rifà ai valori e
scopi che il soggetto si prefigge. La razionalità segue criteri
di universalità e di non contraddizione: chiede di capire,
correlare, valutare alla luce di valori universali.
1. Volere emotivo
Percezione:
prima
di agire occorre percepire in qualche modo l'oggetto anche se
non necessariamente in modo accurato. È la semplice apprensione
di un oggetto (elemento cognitivo). Ad esempio: il vedere un bel
maglione rosso in vetrina. Se poi quel maglione mi piace,
significa che l'ho conosciuto non solo in sé, ma anche nella
sua relazione a me e l'ho stimato desiderabile, tanto da
sentirmi poi istintivamente spinto a comperarlo. Ma per fare
questa stima ci vuole un'attività ulteriore alla percezione che
non può essere riducibile all'esercizio di uno dei sensi e
della loro somma. È il passo della valutazione immediata o
intuitiva.
Valutazione
intuitiva: non
siamo ancora a livello della riflessione, ma di una funzione
sensitiva integratoria. Questa valutazione che segue e completa
la percezione, stima la relazione dell'oggetto con il soggetto.
Una stima non sperimentata come giudizio, ma solo come
attrazione-repulsione verso un oggetto o situazione.
Percepire
e stimare l'effetto su di me significa solo raccogliere
informazioni: il soggetto è ancora passivo. Ma appena sente che
un oggetto vale la pena di essere ottenuto o evitato subito
nasce la tendenza ad avvicinarsi o allontanarsi da quell'oggetto
stimato buono o cattivo. La valutazione sensitiva suscita quindi
una tendenza o spinta verso o contro quell'oggetto. È
un'attrazionerepulsione involontaria senza ragionamento
intellettuale (elemento affettivo).
Emozione:
la
valutazione di una cosa buona-cattiva per me produce una
tendenza verso-via da quella cosa. C'è quindi la sequenza:
percezione-valutazione intuitiva-emozione. L'emozione è una
tendenza sentita verso qualunque cosa intuitivamente valutata
come buona oppure un allontanamento da qualunque cosa
intuitivamente valutata come cattiva. In essa c'è un elemento
statico (la disposizione favorevole-sfavorevole verso l'oggetto)
e un elemento dinamico (la spinta verso ciò che piace e la
repulsione verso ciò che non piace). Il tutto è accompagnato
spesso da un insieme di reazioni fisiche: la paura fa tremare,
l'ira irrigidisce, il piacere eccita...
Si
può dire che l'emozione è una forma di conoscenza: si vede la
situazione secondo l'ottica di piacevolezza-spiacevolezza.
L'emozione,
come tendenza, non porta necessariamente all'azione. Un
diabetico può essere ghiotto di dolci, ma può anche. frenarsi
se riflette sulle conseguenze nocive. Il fumatore conosce i
pericoli del fumo ma continua a fumare sperando di essere fra i
fortunati. La decisione finale può non essere l'alternativa più
attraente e neanche la scelta più prudente, ma in entrambi i
casi c'è una riflessione secondaria, un soppesare le
alternative. La valutazione intuitiva è sottoposta a giudizio
deliberato.
2. Il volere razionale
A
differenza degli animali, guidati solo da giudizi intuitivi
iniziati da uno stato fisiologico e conclusi con risposte
stereotipate, l'uomo, in aggiunta al volere emotivo, è capace
in modo del tutto unico di formulare un altro giudizio
riflessivo o intellettuale.
Valutazione
riflessiva: quando
un elefante tasta con le zampe la terra fa un giudizio
sensitivo, quando un fisico sperimenta una ipotesi fa un
giudizio riflessivo. La prima valutazione si limita a trovare
i dati sensoriali e a connetterli con particolari
oggetti; la seconda invece capisce quei dati e da essi
trae delle generalizzazioni.
La valutazione intuitiva non è sperimentata in modo conscio, ma
come predisposizione favorevole - sfavorevole per una cosa che
piace - non piace. Invece, la valutazione razionale è conscia e
il suo oggetto è l'intero processo del giudizio
istintivo revisionato alla luce del criterio «mi giova» «non
mi giova». Criterio da non intendersi in senso utilitaristico
ma come valutazione dell'oggetto in rapporto al conseguimento di
valori e obiettivi che l'uomo si prefigge: ciò che
immediatamente mi piace è anche utile oppure no? (domanda che
spesso non ci facciamo perché ci lascerebbe sconcertati).
Il
volere razionale è quindi capace di trascendere la situazione e
l'interesse immediato al momento presente per valutare alla luce
di criteri più universali (principio di totalità). Il
buono-cattivo-per-me sul quale si basano le nostre valutazioni
ha un significato diverso per la volontà emotiva e razionale.
Nel primo caso l'oggetto è sentito piacevole-spiacevole,
gradevole-sgradevole. Nel secondo giudizio è presente un atto
di scelta basato sulla valutazione che un oggetto non è solo
piacevole, ma anche degno per la persona, oppure che è dannoso
anche se emotivamente piacevole. Il «mi giova» va oltre
l'interesse parziale del qui ed ora. Questo è l'atto di volontà:
una tendenza all'azione messa in moto da un giudizio intuitivo,
ma che esige anche una decisione deliberata prima di arrivare
all'azione.
Emozione:
il prodotto di questa valutazione riflessiva è un'emozione
(tendenza all'azione) questa volta di natura razionale. È
un'emozione che all'animale non è concessa. Una pace e libertà
interiore che nasce dalla consapevolezza di aver fatto ciò che
giova e di essersi realizzati come creature razionali e libere.
Oppure, nel caso negativo, un sano senso di colpa riflessiva.
Anche queste emozioni sono spesso accompagnate da reazioni
fisiche.
3. Variabili intermedie
Ma
il processo della decisione non è così semplice. Ogni
decisione è inserita. nel cammino evolutivo dell'uomo e nel
contesto attuale della sua personalità totale. L'oggi è
influenzato dal passato (memoria) e dal futuro (aspettative);
inoltre ogni decisione una volta fatta non scompare ma lascia
una traccia, per cui la seconda volta l'uomo sarà più incline
a fare valutazioni analoghe (atteggiamenti). Intervengono quindi
altre variabili che ora esaminiamo.
Memoria: il
materiale su cui pensiamo e ragioniamo è costituito largamente
dai ricordi. Se nulla rimanesse delle esperienze precedenti,
l'apprendimento sarebbe impossibile. La memoria è il magazzino
delle informazioni dal quale possiamo richiamare le notizie
degli eventi trascorsi. Grazie ad essa siamo in grado di usare
il concetto di tempo, riferendo il presente al passato e facendo
previsioni sul futuro.
Ogni
situazione nuova richiama situazioni simili sperimentate nel
passato e il loro effetto su di noi. Ricordare significa
mostrare nelle risposte attuali alcuni segni di risposte apprese
in precedenza.
La
memoria affettiva: un'emozione
una volta sperimentata tende più facilmente ad essere
sperimentata nuovamente. È questa che interessa il processo
della decisione e quindi ora ci focalizziamo solo su di essa.
Quando valutiamo una situazione la dobbiamo conoscere come è
adesso, ma anche ricordiamo che cosa ci era capitato nel passato
in una situazione simile, che impatto aveva avuto su di noi e
come la affrontammo. Poi immaginiamo quale impatto la situazione
avrà adesso e stimiamo (in modo istintivo o riflesso) se è
dannosa o meno. La memoria affettiva gioca perciò un ruolo
importante nella valutazione e interpretazione di tutto ciò che
ci circonda. Essa riacutizza spontaneamente una passata reazione
emotiva così che quando nel presente si realizza una situazione
analoga il soggetto sarà incline alla stessa reazione emotiva.
Come
si origina: un'esperienza,
una volta vissuta, lascia nella nostra psiche un'impronta
affettiva non necessariamente conscia. Di quella esperienza
possiamo dimenticare le modalità di esecuzione, il tempo e il
luogo, ma in noi rimane l'emozione da essa stimolata. Si può
trattare di un'unica esperienza passata, ma affettivamente molto
carica o di più esperienze singolarmente insignificanti, ma che
collettivamente hanno procurato un'emozione di piacere o
dispiacere. Questa impronta rimane nel suo inconscio, pronta a
riaffiorare quando si presenteranno situazioni analoghe.
Come
funziona: segue
il principio della somiglianza reale o simbolica. Qualcosa
che ha portato dolore o gioia susciterà la stessa emozione se
si presenterà una seconda volta. La somiglianza
presente-passato può essere solo su basi soggettive: in questo
caso fra i due elementi c'è una relazione simbolica il più
delle volte inconscia e dovuta a bisogni conflittuali, per cui
il soggetto fa un'associazione impropria fra situazione presente
ed emozione passata.
La
memoria affettiva influenza quindi la percezione: la
nuova situazione viene colorata a priori da una connotazione
emotiva non originata da essa, ma dal nostro modo di percepirla.
Si produce così una costanza di valutazione: si tenderà
a valutare un oggetto sempre alla stessa maniera, anche se
quell'oggetto cambia o darà nuove informazioni.
La
memoria affettiva opera nell'inconscio: il ritorno
dell'emozione passata non è sperimentata come memoria, ma
come sentimento del qui e ora emergente dalla situazione
presente. Il sentimento tenuto vivo dalla memoria è fuori dal
tempo e noi siamo completamente ignari che la nostra valutazione
qui e ora possa essere di fatto una prevalutazione dettata
dalla memoria affettiva. Normalmente le nuove informazioni
attuali dovrebbero farci correggere le nostre valutazioni, ma la
memoria affettiva lo impedisce. Un'esperienza correttiva è
difficile.
Infine,
la memoria affettiva generalizza: un affetto suscitato da
un particolare oggetto viene inconsciamente generalizzato a
tutta la classe di oggetti. Il bambino morsicato da un cane
tenderà ad avere paura di tutti i cani, dal mastino al
bassotto, e se per lui altri animali sono simili al cane avrà
paura anche di quelli. Un uomo che stava per affogare per il
rovesciamento del suo canotto avrà paura di ogni tipo di barca.
Immaginazioni
riguardanti il futuro. La
valutazione non si basa solo sulla memoria del passato. Se fosse
solo così, la reazione alla situazione sarebbe stereotipa, una
mera ripetizione della risposta precedente. Ricordiamo, ma anche
facciamo previsioni circa il futuro: immaginiamo cosa potrà
accadere domani e ne valutiamo i possibili risultati.
Memoria
e immaginazione sono legate: ci si aspetta che l'oggetto rimanga
costante. Ogni valutazione intuiva, una volta fatta, porta con
sé l'aspettativa che quell'oggetto e tutti gli oggetti della
stessa classe rimarranno buoni o cattivi per il resto della
vita. «È sempre stato così, quindi sarà sempre così». Una
volta che un'aspettativa si è realizzata sarà difficile che
venga corretta dalle successive esperienze. Si formano così
degli atteggiamenti emotivi.
Atteggiamenti
emotivi: sono
delle abituali disposizioni emotive a rispondere causate dalla
progressiva sedimentazione delle emozioni. Ogni emozione può
diventare la radice di un atteggiamento emotivo. La persona
gradualmente affronterà nuove situazioni con un modo di
rapportarsi già predefinito, con l'ottica di chi si sente
amato, odiato, inferiore, superiore, potente, capace,
perdente... Qualunque cosa decida di fare, l'atteggiamento
emotivo gli detterà una valutazione immediata e una particolare
emozione con cui affrontare il compito.
4. Conflitto fra
tendenze appetitive
Il
volere emotivo condurrà all'azione a meno che un nuovo processo
di valutazione non produca una tendenza diversa o anche
contraria.
Se
questo capita ci sarà un conflitto, cioè un contrasto fra due
tendenze entrambe appetitive ma di diversa origine: entrambe le
alternative sono desiderabili sotto certi aspetti e
indesiderabili sotto altri. Il «mi piace» mi spinge verso una
direzione diversa da quella indicata dal «mi giova». Quale la
decisione finale?
Alla
base di qualunque decisione ci deve essere un minimo di
attrazione altrimenti non potremmo sostenerla. Senza una
tendenza appetitiva «mi piace» non ci può essere azione, ma
non può essere la tendenza stessa a causare e mantenere la
decisione. Le azioni dettate dalle emozioni non ci permettono di
affrontare il mondo come esseri adulti perché mancano di
criteri di universalità, e spesso tali azioni non realizzano ma
distruggono lo scopo per il quale erano state poste.
Non
è perciò la tendenza più forte a determinare quale azione si
concretizzerà: l'uomo può agire contro i desideri emozionali
forti e scegliere ciò che è immediatamente meno attraente, ma
che più giova. E in questo caso, quando il giudizio deliberato
va contro la valutazione intuitiva e prevale, non c'è più
conflitto, anche se la decisione rimane difficile da portare
avanti per la permanenza dell'attrazione emotiva contraria.
Non
è neppure l'alternativa più attraente a dover vincere: si può
scegliere ciò che meno attrae, ma che più giova: quell'attrazione
emotiva rimarrà, ma non come disturbo bensì come provocazione
a rinnovare su basi preferenziali la scelta fatta che diventa
attraente alla luce del volere razionale.
Ciò
che si vuole affermare è la capacità psichica di fare un atto
di volontà. L'uomo non è legato all'immediatezza delle
emozioni, ma può staccarsene e diventare così un agente
morale. Il giudizio e la presa di posizione sono possibili
soltanto sul fondamento della libertà dai vincoli del livello
psico-fisiologico e psico-sociale.
Capacità
di distacco e non inibizione: ci deve essere integrazione fra
affettività e razionalità. Essa avviene attraverso la
subordinazione (e non l'eliminazione) dell'affettività alla
razionalità.
La logica
dell'affettività che segue criteri di
singolarità, deve essere integrata dal volere razionale che
segue criteri di universalità e non contraddizione. I problemi
posti a livello di affettività non possono essere risolti
pienamente che a livello di razionalità, la quale non nega né
abolisce l'affettività, ma la inquadra ad un livello superiore
che permetta di uscire dalle contraddizioni dell'affettività.
Ad esempio, le contraddizioni affettive di amore-odio,
vendetta-tenerezza ecc..., necessariamente presenti in ogni
rapporto affettivo, potranno essere adeguatamente controllate se
inquadrate nel contesto del senso da dare al rapporto stesso:
rimanendo ad un piano emotivo, il rapporto rimane conflittuale e
precario.
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1) Il presente Dossier
sintetizza il cap. III di Cencini-Manenti, Psicologia e
formazione, EDB, Bologna, 1987, pp 45-57.
I due autori si rifanno agli studi di M. Arnold, Emotion and
Personality, Colombia Univ. Press, New York, 1960.
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