i Giovani con i Padri Somaschi     

 

Psicologia

Dossier

     
Cristianesimo e sentimenti. 2a
Vivere al meglio il nostro mondo affettivo.

 
 
 

Premessa
È importante, per riuscire ad inquadrare tutto il discorso, mantenere a mente la definizione che abbiamo dato dell’affettività, cioè che emozioni e sentimenti (cioè emozioni diluite nel tempo) sono sia la risonanza sotto l’aspetto del piacere-dolore del raggiungimento o meno di un obbiettivo (appagamento di un bisogno), che l’aspetto energetico che sostiene l’azione sino al raggiungimento del suo obbiettivo (soddisfacimento del bisogno). Ricordiamo che l’affettività è solo un aspetto dell’uomo, che è una realtà unitaria dove l’affettività si deve coniugare con intelligenza, corporeità e volontà. (vai al dossier)

Spersonalizzazione
Uno dei problemi più radicali legati al mondo delle emozioni e dei sentimenti è quello di viverli in maniera totalizzante, cioè che ci coinvolgono completamente. Alle volte questa “totalizzazione” affettiva non è così esplicita - come può esserlo per una persona dal temperamento romantico-sentimentale - ma rimane comunque reale. Infatti questa “totalizzazione” lega la percezione del vissuto al tono umorale che l’emozione e il sentimento inducono (vedo la realtà attraverso il tono umorale che vivo in quel momento), di cui quei famosi “mi sento – non mi sento”, “mi piace - non mi piace” che intercalano e motivano le nostre scelte. Il risultato di questa “totalizzazione” può arrivare al punto che il soggetto di quelle emozioni rischia d’immedesimarsi con l’oggetto che gliele suscita, appiattendosi e spersonalizzandosi in esso. Tale oggetto può essere sia una persona fisica, un oggetto materiale o un’attività e viene a generarsi una relazione squilibrata e, in qualche modo, psicologicamente “mortale”. 
Freud parlerebbe di relazioni “per appoggio”, come quella del bambino con la madre, da cui dipende anche la sua sopravvivenza fisica, e di relazioni “narcisistiche”, in cui il bambino (e poi l’adulto) ama sé stesso in sé o negli oggetti simili a sé o nelle persone che lo amino come sé.
Fromm (discepolo dissidente di Freud naturalizzato negli U.S.A., più attento alla dimensione relazionale dell’individuo, autore di autentici best seller come “Essere e avere” e “L’arte di amare”) le descriverebbe invece come relazioni “simbiotiche”, in cui cioè si ha bisogno l’uno dell’altro per vivere, rendendo impossibile di fatto una vita e una identità autonoma. Individua una simbiosi “passiva” di sottomissione - clinicamente chiamata “masochismo” - in cui per vivere si dipende affettivamente e psicologicamente da un’altra persona da cui ci si aspetta tutto (come nella relazione “per appoggio” freudiana); ed una simbiosi “attiva” di dominio - clinicamente chiamata “sadismo” - in cui il dominante è dipendente dal dominato in quanto la sottomissione dell’altro rompe la solitudine e sublima sé stesso in un altro essere che in definitiva lo idolatra (come la relazione “narcisistica” freudiana).
Queste modalità di relazione – e quindi di vissuto affettivo che veicola queste relazioni – sono poi fonte di disagio e profonda sofferenza. 
Otto Rank (anch’egli viennese e discepolo dissidente di Freud e naturalizzato U.S.A.) individua infatti l’origine della nevrosi proprio in questa duplice linea parallela: da una parte l’individuo si fonde col mondo circostante in maniera esagerata diventandone solo una parte, perdendo così ogni titolo ad una vita distinta. Dall’altro lato, l’individuo ricerca la sua individualità assoluta ma perde la capacità di interagire correttamente col mondo che lo circonda. Perciò l’uomo sta e vive male fondamentalmente perché o è incapace di distinguere o è incapace di unire, e quindi perché vive male i suoi sentimenti-emozioni che tendono a fagocitare-appiattirsi o ad allontanare le persone o le cose, il mondo che lo circonda.
Per capire meglio ricordiamoci la natura di risonanza e di orientamento (energia) che è propria del mondo affettivo. Le emozioni e i sentimenti (e la loro semplificazione primordiale che è il piacere) sono realtà fondamentalmente “passive”, cioè sono provate perché c’è qualcosa che le produce. Quando vengono a crearsi delle simbiosi affettive (passive o attive che siano) o comunque quando, come obbiettivo dell’agire, si sostituiscono il piacere – emozione – sentimento all’esperienza (e dei suoi significati) che li veicola, si crea un corto circuito esistenziale. Si sposta infatti la natura originaria del piacere – emozione – sentimento che è quella dell’orientamento a quella del possesso. 

Le relazioni di Gesù
Guardiamo ora a Gesù come modello di umanità pienamente realizzata. Notiamo che, pur vivendo dei rapporti umani molto intensi, non è caduto nel tranello della simbiosi affettiva. 
Una caratteristica delle sue relazioni è che sanno sempre dare dignità ed identità all’interlocutore, offrendogli la possibilità di esprimersi per ciò che è e non per ciò che appare. 
Gli esempi potrebbero essere vari, prendiamo quello della donna samaritana. Gesù la incontra verso mezzogiorno vicino ad un pozzo e le chiede da bere, da qui iniziano a dialogare. Lei si stupisce che un uomo le parli. Evidentemente per Gesù non ha importanza che lei sia donna, né che sia samaritana (un’eretica) e neppure che abbia vissuto fino ad allora in modo libertino (ha avuto sette uomini). Egli guarda la sua dignità di persona e gliela restituisce; sarà la prima persona a cui rivela esplicitamente di essere il messia. Eppure non le nasconde la verità, non passa superficialmente sopra il fatto che lei abbia avuto sette uomini, però lo fa senza ferirla e le apre una nuova possibilità di riscatto offrendole la sua “acqua viva”, cioè la vita secondo lo Spirito Santo.
Con questa nuova dignità la donna diviene apostola presso i samaritani che, grazie a lei, accolgono Gesù.
Proviamo ad esaminare ora, prendendolo come esempio particolarmente significativo, il rapporto che Gesù ha vissuto con l’apostolo Giovanni. Scelgo proprio lui perché si tratta della persona forse più legata affettivamente a Gesù, fatta eccezione per Maria. 
Giovanni conobbe Gesù quand’era ancora giovanissimo ( e sarà l’ultimo apostolo a morire, molto anziano) e ne restò subito conquistato. Era in precedenza un discepolo di Giovanni il Battista, fu proprio quest’ultimo ad indicargli il Messia e a condurlo a lui. Il suo carattere era focoso. Gesù, pur non mancando di correggerlo all’occorrenza, lo soprannominò, insieme a suo fratello Giacomo, “figlio del tuono”, con affetto certamente, accogliendone l’ardore giovanile. Dai vangeli risulta che era l’apostolo più dotato di fede verso Gesù, il primo a credere nella risurrezione. 
Gesù mostrò una certa preferenza verso Pietro, Giacomo e Giovanni; ammise solo loro a stare con lui in certi momenti, talvolta gloriosi come la trasfigurazione del Tabor, talvolta dolorosi come la preghiera nell’orto degli ulivi. Tra questi tre però Gesù dimostra un rapporto particolarmente profondo e intenso con Giovanni. Lo capiamo soprattutto dal suo gesto durante l’ultima cena, quando si abbandonò sul petto di Gesù, e dalla sua presenza sotto la croce insieme a Maria, quando gli altri erano scappati. Il vangelo di Giovanni lo designa spesse volte come “il discepolo che Gesù amava”.
Eppure Gesù non appare mai dipendente dall’affetto di Giovanni. Innanzitutto non si lascia andare al compiacimento di questo rapporto. La scelta di scendere dal Tabor dopo l’esperienza meravigliosa della trasfigurazione sta proprio ad indicare la non-chiusura del circolo affettivo a quei pochi rapporti (Pietro, Giacomo e Giovanni). 
Inoltre Gesù non perde il senso dell’oggettività e della verità nei confronti di questo amatissimo discepolo. Talvolta scopriamo che prende le distanze da lui, come quando lo sgrida per aver impedito ad un tale di operare esorcismi, o per aver desiderato distruggere una città samaritana che non l’aveva voluto accogliere.
Colpisce poi la sua capacità di distacco. Non lusinga mai i suoi preferiti; quando Giovanni e Giacomo gli chiedono un posto d’onore nella sua gloria, non glielo concede, almeno non subito.
E’ poi nel momento del dolore sotto la croce che Gesù manifesta tutto il suo amore e insieme tutta la sua libertà nei confronti di Giovanni:

“Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa”.

Da una parte si distacca completamente da lui consegnandogli sua madre, facendosi così sostituire da lui, dall’altra non vuole lasciarlo solo e gli pone accanto Maria.

Il mistero delle relazioni trinitarie
Quale mistero vi si nasconde?
“Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi… Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”.
È il mistero dell’amore trinitario che unisce e crea comunione ma non fagocita l’altro ma anzi lo distingue da sé permettendogli vita ed identità propria, senza la quale non potrebbe a sua volta amare, cioè donarsi.
Cos’è la Trinità o come vive la Trinità ? E’ il Padre che rinuncia ad essere “tutto”, l’«unico» perché esista il Figlio. È il Figlio che rinuncia ad essere «totalmente altro» e si ridona al Padre. Ma il Padre non fagocita il Figlio in sé ma continuamente lo ama e lo rende Figlio – altro da Sé. Questo continuo scambio di donazione di sé, questa corrente d’amore è lo Spirito Santo che continuamente unisce e distingue i due perché continuamente possano amarsi. Infatti se uno fosse perso nell’altro non “sarebbe” più, perderebbe la sua identità, e quindi non può più dare niente di sé, facendo cessare l’amore e la Trinità stessa.
Questo è così anche nell’umanità, che è stata creata da Dio a sua immagine, cioè ad immagine delle relazioni trinitarie. Gli uomini hanno bisogno di confermarsi l’un l’altro nel loro essere individuale mediante incontri e contatti genuini: si ha infatti bisogno di sentire e di venire riconosciuti “diversi” per poter essere dono agli altri.

L’armonia del vissuto affettivo nel dono di sé
Perciò il sentimento maturo contemporaneamente accompagna il dono (perché è l’energia che orienta l’agire) e distingue da sé, coniugandosi con la libertà (cioè con quella dimensione che fa l’uomo uomo – capace di scelte autonome e non eterodirette - e permette all’amore di essere autentico) con quelle eventuali reazioni affettive che il distacco liberante può suscitare (perché alle volte la distinzione può essere percepita come distacco). Questo però genera un sentimento più profondo che è la gioia di poter continuare ad avere un tu davanti a me che posso amare e che può amarmi.
Quindi l’ amore e i piaceri – emozioni – sentimenti che l’accompagnano, realizzano una unione che mantiene intera la propria identità: il vero amore fa sì che due esseri diventino “uno” rimanendo “due”. Questo perché l’amore non vive dell’altro (cioè lo “succhio” per nutrimene) bensì vive per l’altro: si dona all’altro. In altre parole non è un’esperienza “passiva” ma un’esperienza “attiva”. L’amore perciò si può definire come una attività interiore dell’uomo, cioè che “produce” e non è “prodotta”. L’amore è perciò libero e “realizza” la relazione. contrariamente al complesso piacere – emozione – sentimento che presa da sola è un’esperienza passiva e tanto più la differenzia dalle passioni (sentimenti ed emozioni ridondanti) in cui la persona è “vittima” di una pressione esterna che la causa (“prodotta” appunto) che invece “consuma” la relazione.
Quindi c’è veramente più gioia nel dare che nel ricevere perché si sperimenta il sentimento più profondo, quello che rivela appagato il bisogno di senso, perché in quell’atto produttivo dell’amore mi sento vivo, sono me stesso. Infatti chi dà in realtà non dà cose ma dà sé stesso. E anche nelle cose dà sé stesso. Chi ama dà la propria gioia, il proprio interesse, il proprio umorismo, magari la propria tristezza, comunque manifestazioni di ciò che è vitale in lui.
Se l’amore si esprime così allora “produce” la relazione e genera reciprocità: “dare” significa fare anche dell’altra persona un essere che dà ed entrambi dividono la gioia di sentirsi vivi. Quindi l’amore maturo è una forza che produce amore e non consuma l’amore.
Ed è in questa dimensione del dono di sé che anche le emozioni e i sentimenti assumono il loro ruolo nella relazione, cioè quello comunicativo, che permette di entrare in sintonia con il tu che hai davanti. Così è stato nelle relazioni di Gesù dove appunto, sentimenti di gioia e tenerezza, paura e angoscia, magari sdegno e durezza, sono orientati al rapporto con la persona che ha davanti e coniugati nel dono di sé e nel bene dell’altro. 
Non si tratta quindi di nascondere il proprio mondo affettivo ma di renderlo armonico con tutto il complesso della persona umana che è fatta di intelligenza, corpo e volontà (libertà). Né si tratta di farsi condurre dal “cuore”, con una ingenua sovraesposizione dei sentimenti, ma dall’amore, che è la realtà che opera la sintesi di tutta la nostra umanità.

Per dare una frase guida finale, semplice ma profonda, si potrebbe sostituire nella nostra mente il tradizionale “ti voglio bene” con “desidero il tuo bene”. Significa chiedersi se ciò che faccio produce un bene all’altro e se questo bene che produce è per lui o per me; se questo lo desidero o lo pretendo, quindi rispetto l’altro o ne ho il sopravvento?

Postilla conclusiva
Infine, da dove cominciare? Come fare per coniugare le diverse e contrastanti espressioni affettive e come gestire sentimenti forti che possono farmi perdere la lucidità e la libertà? 
Bisogna sapersi ritagliare nel presente, in ciò che vivo. Il sentimento rende tutto sincronico, ma la vita è fatta di susseguirsi di attimi. Si tratta di concentrarsi nell’azione o nella relazione che vivo nel presente, come se fosse l’unica cosa che ho da fare, l’unica vita che ho (di fatto è l’unica perché nel presente non c’è né passato né futuro – esistono virtualmente solo nella nostra memoria affettiva). 
Ovviamente è necessario un affetto che mi dia l’energia per potermi ritagliare nel presente. Questo me lo può dare l’amore, il fare ciò che vivo per amore. In quel momento può costare sforzo ma poiché mi pone in contatto con il senso profondo del mio esistere (sono immagine e somiglianza di Dio) attiva anche la dimensione affettiva più profonda, meno violenta ma non meno forte. Riportarmi nel momento presente ridona diacronicità e orientamento alla mia vita e, se il sentimento è positivo questo sentimento si ritrova maturato al momento giusto, se il sentimento è negativo si ritrova stemperato e reinserito nel contesto globale della mia vita, perciò più gestibile e coniugabile col progetto che ho di me.

 

 
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