i Giovani con i Padri Somaschi     

 

Psicologia

Dossier

     
Cristianesimo e sentimenti. 
Tra psicologia e spiritualità.
 
 
 

Introduzione
Se esiste un aspetto dell’uomo ricco ed affascinante e al contempo carico di contraddizioni è proprio quello affettivo. Dal mondo dei suoi sentimenti ed emozioni scaturiscono gioie profonde, passioni e angosce laceranti. È una realtà meravigliosa eppure avvertiamo istintivamente che in qualche modo fa problema.
Se poi dentro questo mondo ci inseriamo la religione le cose paiono complicarsi maggiormente. Un certo moralismo cristiano ha per secoli messo l’ombra del sospetto sulle emozioni e i sentimenti, i quali inevitabilmente veicolano il desiderio, matrice spesso di azioni peccaminose. Inoltre un certo ricorso ascetico al volontarismo – cioè ad un agire basato sull’esercizio quasi militaresco della volontà riguardo a ciò che è giusto fare - rendeva vano quell’agire cristiano che si accompagnava con emozioni e sentimenti perché sospetto di autocompiacimento, rendendo la pratica cristiana qualcosa di freddo e distaccato.
Ma nelle altre religioni le cose non vanno certo meglio. Basta prendere ad esempio il buddismo che, nel mondo occidentale, oggi va molto di moda. Eppure l’illuminazione di Siddharta Gautama (per cui venne chiamato “buddha”, l’illuminato) consiste nell’aver intuito che all’origine di ogni dolore e quindi del male che affligge l’uomo, sta proprio il desiderio e, di conseguenza, tutto il mondo delle passioni e dei sentimenti. Per questo nel buddismo simbolo eccelso dell’uomo che cammina nell’ottuplice sentiero (così viene chiamata la via ascetica aperta da Siddharta) è la candela spenta, dove non ci sono più desideri né passioni.
Eppure se guardiamo bene al Gesù che ci viene descritto nei Vangeli scopriamo una persona affettivamente molto espressiva: gioisce, si commuove, piange, s’indigna, si arrabbia, si intenerisce, esprime desideri, prova delusione, paura, angoscia… Questo significa che il mondo dei sentimenti e degli affetti ha molto a che fare con il cristianesimo, perché Dio si è fatto uomo, completamente uomo, rimanendo Dio. Il punto sta nel capire come i sentimenti entrano dentro una vita cristiana matura.
A monte di tutto però è necessario avere una certa chiarezza di cosa costituisce il nostro mondo affettivo e che ruolo ha nella nostra persona. Sono cose che vengono generalmente date per scontate e proprio per questo prestano facilmente il fianco a innumerevoli fraintendimenti, generando in noi occasioni di sofferenza.
 
Finora abbiamo usato in maniera indifferente diverse parole: sentimenti, emozioni, affettività, passioni, desiderio. È ovvio che non indicano esattamente la stessa cosa. Tecnicamente sono raggruppate sotto il nome complessivo di affettività. Per avere una spiegazione semplice ma chiara vai al dossier n° 1 dedicato proprio all'affettività.
 

L’amore e sentimenti di Gesù.
Tutte le difficoltà nel vivere il proprio mondo affettivo sono legate ad una serie di equivoci che nascono fondamentalmente da due atteggiamenti errati:
1. l’incapacità di distinguere ciò che si sente da ciò che esiste e si vive (la realtà e ciò che si vive sono sempre molto più di quanto si percepisce);
2. l’ingenuità di voler dividere e separare i sentimenti e le emozioni fra di loro.
 
Spiegheremo ora questi due “cortocircuiti” del nostro modo di vivere l’affettività rivolgendo lo sguardo a Gesù: in Gesù Dio si è fatto veramente uomo, totalmente uomo (anzi uomo più di noi) con tutte le sfaccettature e contraddizioni che l’umanità porta con sé. Come Gesù ha vissuto da uomo, come lui ha "usato" (vissuto) l’umanità è il cristianesimo. Guardare a Lui è guardare all’umanità come dovrebbe e potrebbe essere.
Cominciamo con il 1° equivoco (il non distinguere ciò che si sente da ciò che si vive) e sulla scia di quanto detto finora sull’innamoramento, l’equivoco che rovina mille rapporti è proprio quello di sovrapporre il sentimento all’amore (non solo a quello di coppia ma in tutto il nostro immaginario sull’amore). 

Guardiamo Gesù. Il momento in cui lui ci ha amati di più, il momento supremo del suo donarsi è la croce. È guardando lì che, come S. Paolo possiamo esclamare: “Mi ha amato e ha dato sé stesso per me”. Eppure in quel momento non ha provato quei sentimenti che noi colleghiamo istintivamente all’amore: tenerezza, trasporto, calore… In croce ha provato l’angoscia e la solitudine abissale che lo ha condotto a gridare l’abbandono del Padre: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Eppure è rimasto lì, resistendo alla triplice tentazione di “salvare sé stesso e scendere dalla croce”. Quella sua mirabile “idiozia” (tradotta con “stoltezza” nella Bibbia CEI) ha detto tutto il suo amore per me.
Cos’è amore allora, e come ci entrano i sentimenti? 
Gesù è stato chiaro: “Non c’è amore più grande di colui che dà la vita per i suoi amici”. Dà la vita: questo spiega l’amore. Ed è magari un dare la vita quotidiano fatto di piccoli gesti, senza veri spargimenti di sangue, come Gesù stesso ha dimostrato lavando i piedi ai suoi discepoli: “Se io che sono il Signore e il maestro, vi ho lavato i piedi anche voi lavatevi i piedi gli uni gli altri”.

Quindi “dare” è la parola chiave dell’amore. E questo apre ad una coniugazione nuova delle emozioni e dei sentimenti e chiariamo il secondo equivoco in cui incorre l’uomo nel vivere i suoi sentimenti e le sue emozioni, cioè quello di volerli dividere tra loro, quelli “belli” e quelli “brutti”.

Torniamo all’amore come Gesù ce lo ha spiegato, a parole e a fatti: “dare”. Il “dare” veramente significa sempre in qualche modo “privarsi” di ciò che do, consegnarlo all’altro. E questo non può che provocare “emozioni-sentimenti” in qualche modo negativi, perché c’è qualcosa che da un momento in avanti non è più mio, è “perso” perché donato veramente. In realtà, quando si vuol bene ad una persona quel “privarsi” insito nel “dare” non è percepito e non pesa perché provi il piacere di fare qualcosa di bello per una persona che senti di voler bene. Ma non è sempre così: spesso non c’è un particolare coinvolgimento emotivo che anestetizza il “privarsi”. Ma non è forse vero che percepiamo quanto una persona ci vuole bene da quanto sa soffrire per noi? Però quei sentimenti o emozioni di fatica e peso che il dono comporta possono essere propedeutici all’emozione o sentimento più profondo che solo l’amore suscita: quello di sentirsi “vivo”. 
 
Cosa significa? Ricordate che l’affettività è anche il riscontro sul piano del piacere-dolore del raggiungimento o meno di un determinato bisogno? Se amare è, come è, il bisogno fondamentale dell’uomo, proprio perché immagine di quel Dio che è amore, allora l’amore completamente donato provoca anche l’emozione più profonda e completa del raggiungimento del senso del proprio esistere: ci si sente “vivi”, felici perciò. È l’apice dell’esperienza affettiva!
La nostra vita va vissuta sempre tutta, intera, senza buttare pezzi, perché ogni “pezzo” della mia vita è vita mia, anche emozioni e sentimenti che io reputo “negativi”. Non posso evitarli perché rimarranno sempre come bagaglio del mio vivere, magari maldestramente rimosso e perciò più pericoloso - perché non ho coscienza di averlo - e continuamente nella condizione di assalirmi alle spalle. Il sapore della nostra vita è legato alle emozioni e ai sentimenti che vivo, ma se non li coniugo e li integro tra loro non assaporerò mai il gusto “pieno” di ciò che vivo, né la forza trasformante dell’amore.
 
In definitiva si tratta di rendersi consapevoli che le esperienze umane non sono emotivamente “monotonali” ma emozioni e sentimenti pur contrastanti vanno coniugate in una visione d’insieme più ampia, nel fine profondo che dà loro significato e che in Gesù abbiamo scoperto essere l’amore, uscendo dalla visione della vita "puntuale" (del qui e ora) legata all'affettività e prendendo coscienza che la vita è diacronica (attraversa il tempo) sviluppando tonalità emotive differenti e funzionali solo se viste nel complesso dell'esperienza complessiva. 
 
Gesù si esprime in una grande varietà di emozioni e sentimenti ma la sua affascinante bellezza sta nell’averle armonizzate nel continuo dono di sé, dando all’amore infinite sfumature perché per amare bisogna essere teneri e duri, partecipi e magari sinceri sino a far male… Emozioni e sentimenti in Gesù diventano il tono e il colore delle sue relazioni e ama attraverso tutti gli accenti dell’affettività, riuscendo attraverso esse ad entrare in sintonia non solo con le persone più diverse ma anche nelle situazioni può diverse, con un bene diverso da far emergere in ciascuna.
In questo orizzonte si comprendono allora anche le beatitudini, dove Gesù pone in continua sintonia con la felicità cose che appaiono antitetiche: “Beati i poveri… beati gli afflitti… beati i perseguitati…”. E’ possibile infatti sperimentare la gioia anche nel dolore o nella sofferenza, perché questo sentimento supremo non dipende da ciò che accade fuori di me ma dal fatto che il mio agire da cristiano, cioè amare, mi fa percepire “vivo”, pieno di ciò che dà senso al mio esistere. E lì si esprime l’altro aspetto dell’affettività, quello energetico, cioè quello che mi sostiene nell’agire che sto mettendo in atto, perché in quella “percezione di senso” della mia vita sento la forza di proseguire nelle avversità che posso sperimentare fuori di me: “Siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli”. 
 
Gesù ce lo ha promesso: “Vi dico queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. Ci può essere emozione o sentimento più bello e desiderato della gioia? A quella siamo chiamati, imparando a distinguere senza dividere orientati dall’amore.
 

 
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