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Toccare il tema della paternità in
Girolamo significa toccare il cuore della sua esperienza spirituale, del suo rapporto con
Dio e con gli uomini. Scavare dentro questo tema significa anche trovarsi di fronte a
delle sorprese che forse scardineranno un modo un po frettoloso di intendere la
paternità spirituale e la paternità di Dio.
Andiamo con ordine e prima di tutto
lasciamo parlare S. Girolamo. Ecco il brano iniziale della sua 2a lettera:
Venezia, alla Trinità, 21 luglio 1535
Ad Agostino Barili, poi alla Compagnia
Fratelli e figlioli in Cristo dilettissimi della
Compagnia dei servi dei poveri.
Il vostro
povero padre vi saluta e conforta nell'amore di Cristo e osservanza della regola
cristiana, come nel tempo che ero con voi ho mostrato con fatti e con parole, talmente che
il Signore si è glorificato in voi per mio mezzo.
E
poiché il fine nostro è Iddio, fonte di ogni bene, nel quale solo - come nella nostra
orazione diciamo - dobbiamo confidare e non in altri, così ha voluto il benigno Signore
nostro, per accrescere la fede in voi, senza la quale fede - dice l'evangelista - Cristo
non può fare molti miracoli, e per esaudire l'orazione santa che gli fate, perché egli
vuole pure servirsi di voi poverelli, tribolati, afflitti, affaticati e infine da tutti
disprezzati e abbandonati anche dalla presenza fisica, ma non dal cuore, del vostro povero
e tanto amato e caro padre.
Da questa lettera emerge la coscienza che
Girolamo aveva di essere padre: per due volte si definisce tale e chiama i
suoi figlioli. Eppure è un modo ben strano di essere padre: lui è via, a
Venezia, mentre i suoi sono in difficoltà nella Bergamasca. Lui è via e sa di dover
stare via perché capisce ciò come volontà di Dio, e tutta la lettera ha lo scopo di
spiegare e convincere che questo padre deve stare via e loro, i
figlioli, devono stare da soli. Un modo curioso di essere padri.
Andiamo adesso a leggere un brano della 1a
lettera:
Circa la mia assenza sappiate che io mai vi abbandono con
quelle orazioncine che io so; e, benché io non sia nella battaglia con voi nel campo, io
sento lo strepito e alzo nell'orazione le braccia quanto posso. Ma la verità è che io
sono niente. E credete certo che la mia assenza è necessaria: le ragioni sono
infinite, ma se la Compagnia starà con Cristo, si otterrà l'intento altrimenti
tutto è perduto. La cosa è discutibile, ma questa è la conclusione. Sicché pregate
Cristo pellegrino dicendo: Resta con noi, Signore, perché si fa sera. E se non vi pare di intendere la ragione per cui
la mia assenza è necessaria, scrivetemelo: credo che vi soddisferò.
Dalle parole di Girolamo si percepisce
tutta la sua partecipazione spirituale ed emotiva per ciò che accade ai suoi (è un vero
dramma). Eppure lui continua a negare lopportunità di un suo ritorno e lo spiega
così: il vero è che io sono niente e rimanda i suoi allunica
cosa che ritiene necessaria: stare con Cristo. La sua coscienza di
padre qui sembra completamente scomparsa. Anzi, lui stesso scompare perché è
nulla.
Penso che sia importante cercare di capire
cosa ci sta dietro a questo modo di proporsi che Girolamo ha. Può lasciare incuriositi
perché credo che sia istintivo immaginarsi la figura del padre come qualcuno premuroso,
attento, sempre presente, attivo, a cui fare sempre riferimento e che in qualche modo,
anche se non direttamente, chieda continuo riferimento a sé. Sebbene Girolamo fosse
proprio una persona premurosa, attiva, grande organizzatore e perciò riferimento ideale,
riguardo lesperienza della paternità spirituale si muove in unaltra
dimensione.
Dobbiamo fare un passo indietro nella sua
esperienza. Non dobbiamo dimenticare che Girolamo è prima di tutto il figlio
prodigo che dopo aver sperperato tutto in feste e prostitute sente il richiamo della
casa del Padre. Non bisogna dimenticare Girolamo ai piedi del Crocifisso pregandolo di
non essergli giudice ma salvatore. E che alla fine del suo travaglio può
finalmente dire: Dolce padre nostro, Signore Gesù Cristo. È questo il punto
dinizio: non è che Girolamo si mette a fare da padre ma si scopre amato
dal Padre in Gesù, si sperimenta figlio e figlio di Dio. Da quel momento non avrà altro
in testa: permettere ad altri di fare la sua stessa esperienza. Per questo lAnonimo,
descrivendo la scuola di S. Rocco scrive: Là non si spiegavano le
scienze vane di Platone e di Aristotele si insegnava, invece, che ogni uomo diventa
dimora dello Spirito Santo, figlio ed erede di Dio.
La paternità spirituale sembra consistere
in questo: fare da tramite per ritirarsi al momento giusto perché sincontri Dio
Padre, ponendosi al fianco dellaltro come fratelli. È quanto ha fatto Gesù: ci ha
amati sino allestremo per farci da tramite col Padre e sulla croce, con
lesperienza dellabbandono, si è spostato, perché neanche la sua persona
facesse da diaframma. Bisogna tener presente che Gesù è lunica icona del Padre.
Mostraci il Padre e ci basta disse Filippo (Gv 14,8) provocando lo scandalo di
Gesù: Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto
me ha visto il Padre. Il Padre non può essere
visto che in Gesù (curiosa licona della Trinità di Rublev che raffigura i tre
tutti con lo stesso volto, quello di Gesù). Ma lui si è fatto nostro fratello per farci
diventare con lui e in lui figli di Dio.
Allora non è un caso che Girolamo, malato
con i suoi fanciulli lungo la strada verso Milano risponda a chi voleva soccorrere lui
solo: Vi ringrazio molto fratello e sono contento di andarci purché, insieme,
accogliate anche questi miei fratelli con i quali voglio vivere e morire. I
suoi ragazzi non erano per lui figli ma fratelli (certo da educare, ma fratelli), e
stavano nelle sue comunità non come assistiti ma come membri. E non è un caso neppure
che, nel brano della seconda lettera citata sopra, Girolamo i suoi figlioli li
chiama fratelli: gli possono essere in qualche modo figli perché
lui è loro fratello.
Per capire meglio dobbiamo dare almeno un
rapido sguardo nella Trinità e rispondere a questa domanda: chi è il Padre? Il Padre è
colui che genera senza essere generato, cioè dà per primo senza che
nessuno abbia dato prima a lui. Il Figlio, Gesù, dà perché lui stesso è
donato dal Padre, da Lui generato. In realtà non possiamo mai
fare da padre (Nessuno tra voi si faccia chiamare padre perché uno solo è il Padre
vostro nei cieli), ma possiamo e dobbiamo essere Gesù, il figlio che è la
sola icona del Padre. Si può essere padri spiritualmente solo essendo Gesù,
altri Gesù che perciò hanno fatto lesperienza di essere figli e da ciò amano per
primi, danno per primi, si fanno vicini condividendo la sorte di coloro che da loro sono
amati. Girolamo è padre perché (per usare il titolo del romanzo di Jan Dobraczynski su
S. Giuseppe) è lombra del Padre.
Per concludere, la descrizione più bella
che indirettamente Girolamo fa della sua paternità, la leggiamo linizio della sua 3a
lettera:
Messer Lodovico, carissimo in Cristo. Con la vostra pazienza
salverete le vostre anime. Qual vantaggio infatti avrà l'uomo, se guadagnerà il mondo
intero? Mi pare che mi potete intendere, ma siamo come il seme seminato tra le pietre,
cioè di quelli che credono per un certo tempo, ma nell'ora della tentazione vengono meno.
A noi tocca sopportare il prossimo, scusarlo dentro di noi e pregar per lui ed
esteriormente veder di parlargli con qualche mansueta parola cristianamente, pregando il
Signore vi faccia degno, con la vostra pazienza e mansueto parlare, di dirgli tali parole
che egli sia illuminato dei suo errore in quell'istante. Perché il Signore permette tale
errore per vostra e sua utilità, acciò che voi impariate ad avere pazienza e a
conoscere la fragilità umana e che lui poi per vostro mezzo sia illuminato e sia
glorificato il Padre celeste nel Cristo suo.
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