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L’argomento
Tratteremo un argomento “storico” per
approfondire il ruolo di quelle persone che nel 1500 da laiche
collaboravano con le opere fondate da san Girolamo. Non coloro
che vivevano nelle comunità conducendo una vita da consacrati,
ma quelli che pur restando nella propria famiglia, partecipavano
agli ideali e alle opere somasche. A quel tempo queste opere
erano tutte in funzione dei ragazzi orfani; col tempo il
ventaglio di attività si allargherà. Quello che ora deve
importarci è di cogliere lo spirito che animava quelle persone
e che resta validissimo dopo cinquecento anni. Chi erano? Che
stile di vita avevano? In che modo si rendevano utili?
S.
Girolamo e i laici
Girolamo,
una volta iniziata la sua vorticosa opera di fondatore si
accorse ben presto che né lui né i suoi compagni erano
sufficienti. Non bastava infatti creare delle comunità per gli
orfani, era necessario sensibilizzare l’ambiente sociale
intorno alle opere; gli orfani dovevano inserirsi nella città,
imparare dei lavori, prepararsi alla vita.
Grazie
al suo affascinante carisma trovò ovunque numerosi
simpatizzanti pronti a collaborare e così poté distribuire
adeguatamente i compiti legati alla cura degli orfani. A sé e
ai suoi compagni riservò il compito educativo, ai collaboratori
laici invece affidò compiti più “temporali”. Questi laici
venivano chiamati “Protettori”. Un testo del 1555, che parla
dell’origine della Compagnia ci rivela che cosa Girolamo
avesse nel cuore:
“Il
santo huomo messer Girolamo manifestò l’animo suo, che era di
far frutto nel mondo non solamente in far di queste
congregationi di orfani et haver cura di levar quelli dalle
miserie corporali et spirituali, ma sotto de questo, far
delle congregationi de cittadini et nobili, che con il
ministerio et essercitio circa le cose temporali di queste
opere, a loro fossero ministrate le cose spirituali dalli
sacerdoti della Compagnia: et tutti insieme acquistassero la
gratia et gloria di Dio”.
Possiamo
notare subito che il ruolo dei laici non era certo secondario,
ma essenziale all’opera e che ricoprivano incarichi di fiducia
riguardanti aspetti molto concreti e rilevanti. L’ultima frase
inoltre ci rivela il desiderio di unità fra tutti, laici e
consacrati. Il carisma di Girolamo è fin dalle origini
comunitario, per viverlo pienamente occorre essere comunità,
anche se l’apporto di ciascuno è diverso a seconda del suo
stato.
L’Ordine
dei signori protettori
Nella
città di Ferrara l’opera per gli orfani, nata da un compagno
di Girolamo, tal Giovanni Cattaneo, ebbe uno straordinario
sviluppo e nel 1562, ventisei anni dopo la morte di Girolamo, i
Somaschi fecero richiesta al giudice dei 12 Savi, responsabile
delle opere pie, perché venisse istituita ufficialmente la
congregazione dei protettori. Dalle parole di questa richiesta
viene subito in evidenza che religiosi e laici volevano
collaborare:
“I devoti servi dei poveri, overo della compagnia di Somasca così
appellati non volendo né potendo per le loro constitutioni haver altra carica che de puri ministri... domandano per l’honor
di Dio e per governo di
così santa opera, che siano lor dati alquanti protettori...
li quali per carità abbino
sopraintendenza di tale povere derelitte creature...” .
La
proposta fu accettata. Fu allora stilato il regolamento di
questa congregazione chiamato Ordine
dei signori protettori. Conoscerlo nei suoi tratti
principali ci aiuterà a capire com’era la vita di un laico
somasco.
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contenuto
Il
documento è diviso in due parti:
1a Le qualità richieste al protettore
2a Le attività con gli orfani
Contenuto.
Prima parte
La prima qualità richiesta è una vita cristiana,
riassunta in tre parole:
“Come prima cosa si esortano tali protettori a vivere con uno stile
cristiano, che si realizza nel precetto di una vita sobria, pia e giusta”
.
Specifica
poi che la sobrietà, che potremo tradurre “semplicità”, si
realizza nel vivere, vestire, conversare. Tutta la famiglia poi
si doveva impegnare a vivere cristianamente in questo modo.
Fra
loro si aiutavano nei momenti difficili:
“Se
qualcuno de fratelli cadesse ammalato, avverta la compagnia, in
modo che sia visitato e aiutato dai fratelli, tanto
spiritualmente, quanto corporalmente: nell'uno esortandolo ai
sacramenti...; nell'altro, ove ci fosse il bisogno, sovvenendoli
dei beni temporali, e non patisca fin che il signor Dio gli
renda la sanità o, se gli è per il meglio, la patria
celeste” .
Al
primo posto c’era il rapporto con Dio:
“Sopra tutto studino di vivere piamente per Dio, dal quale procede
ogni bene. E però ogni giorno si ricordino della sua grandezza,
alzando la mente a Dio e facendo preghiera mentale, o dicendo
almeno il "Pater noster" e il salmo "Deus in
nomene tuo salvam me fac"; e chi non sapesse leggere,
preghi col rosario” .
Ricevevano
spesso i sacramenti:
“E perché il vincolo e unione di questa carità sono i santissimi
sacramenti, si esortano tutti nel Signore che ogni mese faccino
almeno una volta la confessione e ricevano l'eucarestia
(medicina contro tutte le indisposizioni corporali e mentali), a
meno che non siano ritenuti impediti per una giusta causa, il
che sia a conoscenza del padre spirituale. E in quella domenica
si dicano i sette salmi penitenziali”.
Contenuto.
Seconda parte
Anche loro facevano degli incontri:
“Le congregationi si faccino ogni domenica all’hora più commoda ad
ognuno. Et in esse si stia con ordine et con modestia, né si
parli se non richiesto, o quando per ordine toccasse al
prossimo; et siano cose concernenti il servitio dell’orfani, o
della casa materiali. Et sopratutto nel principio et fine de
parlamenti si faccia oratione;“
Qual’era
il loro apporto concreto alle opere? Erano ben organizzati, non
improvvisavano. Ciascuno aveva un ruolo, i più importanti
erano: priore, consiglieri, cassiere (gestiva il denaro degli
orfanelli), spenditore, cancelliere.
I loro compiti riguardavano il rapporto con i ragazzi.
Innanzitutto li accoglievano. Dovevano avere dai sette ai
tredici anni, “d’età
che non habbino bisogno di donne”.
Se l’orfano possedeva dei beni senza tutore uno di loro si
prestava a custodirli sinché il ragazzo non fosse in età di
saper disporne.
Un ruolo fondamentale dei protettori era quello di
inserire nella società gli orfani che compivano diciotto anni,
con grande attenzione alle loro caratteristiche personali:
“Venuto l’orfano in età adulta, si conosca l’animo et vocatione
sua, et secondo il giudizio de protettori, ma massimamente di
chi l’ha praticato, si collochi a quella banda ove sarà più
in proposito: o religione, o lettere, o ad essercitio honesto,
donde possino sostentar la loro vita; et volendo rimaner alcuni
a servir fratelli, benedetti sian da Dio” .
Quando qualche signore desiderava adottare un orfano se
ne interessavano:
“S’alcuno orfanello sarà domandato da qualche sia persona,
s’informino bene della vita et fama di chi lo ricerca... Sopra
tutto non si dia per paggio” .
Una volta adottato il ragazzo i protettori continuavano a
mantenere un certo rapporto con lui:
“Collocato
il figliolo, uno de’ protettori, o più, si pigliarà cura di
visitarlo alle volte, sì per essortarlo a far il debito et sì
massimamente per mantenerlo nelle divotioni”
.
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