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S. Girolamo aveva un ideale di
comunità che si avvicina alla famiglia, un ideale un po’ speciale che lui
chiamava “l’intento”, cioè lo scopo della “compagnia”, dello stare assieme dei
suoi compagni che avevano deciso di condividere la sua esperienza, ciascuno con
un proprio modo, diverso: chi lasciando la propria famiglia naturale per vivere
con lui, chi rimanendo nella propria ma allargandola a quella di Girolamo.
Ovviamente un ideale è sempre qualcosa di molto alto, alle volte sembra
irraggiungibile. Ma questo non deve spaventare: spingerci
verso questo ideale ci permetterà di arrivare ad obbiettivi che pensavamo fuori
dalla nostra portata ma che in realtà avevamo solo bisogno che avessimo il
coraggio di buttarci e rischiare.
Allora cos’è questo Ideale che
S. Girolamo aveva, qual’era il suo “intento”?
Normalmente si dice che la
passione di S. Girolamo erano i bambini, i ragazzi senza famiglia e i poveri.
Non che sia falso ma detto così dimezza il suo sogno. È vero che lui si è
ritrovato orfano a soli 10 anni, vivendo la drammatica situazione del papà
ritrovato impiccato sotto il ponte del Rialto. È vero che ha preso la cura dei
suoi nipoti dopo che i suoi fratelli erano morti lasciandoli orfani, per cui la
situazione dell’orfanezza e la cura dei minori gli erano entrate nel sangue. Ma
in nessuna di queste cose ha fatto l’esperienza decisiva che gli ha cambiato la
vita e lo ha riportato a Dio.
Infatti il suo amico che
scrisse la sua prima biografia quando descrive la sua conversione parla di
questa esperienza di incontro col Vangelo fatta insieme a dei nuovi amici con
cui si “accompagnava”. Questi amici appartenevano ad un movimento che si
chiamava “Il Divino Amore”. Con queste persone - diremo noi col linguaggio di
oggi - fa un’esperienza “di gruppo” straordinaria, come una vera famiglia
animata dall’amore, un’esperienza che gli cambia la vita, portandolo ai piedi di
quel Crocifisso da cui scaturisce la sua conversione più profonda. E cosa
volevano ottenere i membri di questo movimento con il loro operare e il loro
ritrovarsi insieme?
Siamo
nei primi decenni del 1500 e la Chiesa stava attraversando una crisi d’identità
profondissima. Il cristianesimo era allo sbando, l’ignoranza religiosa diffusa,
i preti e i vescovi davano una terribile contro testimonianza e addirittura, la
Chiesa viveva il profondo dolore della divisione, perché un monaco tedesco di
nome Lutero, ribellandosi allo scempio della Chiesa, credette che il modo
migliore per migliorarla fosse quella di farne una nuova, operando lo scisma
d’occidente con la riforma chiamata oggi “luterana”.
In questa situazione
drammatica molti cristiani si sentirono chiamati a dare il loro contributo a
curare le piaghe della Chiesa ferita e malata. Tra questi ci fu una donna
genovese, S. Caterina Fieschi Adorno, che fu l’ispiratrice del movimento del
Divino Amore e Ettore Vernazza che ne fu l’iniziatore, che spinse laici,
sacerdoti, vescovi e religiosi a rinnovare la Chiesa dal basso, attraverso
l’amore, il Divino Amore. Espressione esterna di questo amore era la carità
concreta verso i poveri e i bisognosi. A Venezia nasce uno di questi circoli
spirituali chiamati “oratori” del Divino Amore ed è nel clima specialissimo che
si crea tra i loro membri che Girolamo ritrova la via di Dio che gli cambiò la
vita. Perciò lui stesso comincerà ad ardere di questo fuoco, col desiderio di
contribuire a riportare i cristiani a quella bellezza che si respirava e a
quello stile di vita che si viveva nella prima comunità di Gerusalemme descritta
negli Atti degli Apostoli. La prima comunità cristiana viene descritta negli
Atti degli Apostoli con parole bellissime che esprimono l’amore e la comunione
in cui vivevano: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un
cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli
apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune”. Non è un caso, infatti, che S.
Girolamo pregasse e facesse pregare ogni giorno con queste parole: “ti preghiamo
per la tua infinità bontà di riformare la cristianità a quello stato di santità
che fu al tempo dei tuoi apostoli”. Lo recitavano ogni giorno anche gli stessi
ragazzi delle sue comunità, perché quello era l’intento, quello era l’ideale e
il sogno. E non era solo un sogno per allora. Basta entrare in una nostra
parrocchia, vedere quanti siano pochi i cristiani impegnati, come anche tanti
preti non riescano a vivere quanto predichino, quante divisioni ci siano anche
tra cristiani, per capire come ancora oggi ci sia bisogno di quel sogno, di
quell’ideale.
Così Girolamo fece crescere la
sua fede dentro questo sogno, vivendo con intensità la carità reciproca insieme
con gli altri membri del Divino Amore (con cui s’incontrava nei locali della
Chiesa di S. Nicolò dei Tolentini a Venezia) e il servizio verso i malati e i
poveri nell’ospedale del Bersaglio. Tutto ciò sino a quando ebbe una intuizione
nuovissima che faceva una sintesi tra questo suo sogno e la sua storia personale
di orfano e di tutore di orfani. Vedeva sia per le strade, sia negli ospedali
dove faceva servizio, questi ragazzi orfani e soli, da cui era sicuramente
attratto, e pensò qualcosa del genere: perché non cominciare proprio da loro a
ricostruire la Chiesa, facendo con loro delle comunità sullo stile di quella di
Gerusalemme? A questi ragazzi non poteva restituire una famiglia e lui, orfano
di padre, credo sapesse bene che nessuno poteva sostituire un genitore che era
venuto a mancare. Allora perché non dare loro una famiglia vera sebbene di altro
tipo, fondata su Cristo, cioè la Chiesa?
Così Girolamo decise e nacque
la “bottega di S. Rocco” che, dalle descrizioni fatte dal suo amico biografo, ha
poco dell’orfanotrofio o della casa famiglia ma vi si respirava l’atmosfera
della prima comunità cristiana di Gerusalemme. L’esperimento di S. Rocco fu un
successo e il padre spirituale di Girolamo, il vescovo di Chieti Gian Pietro
Carafa, ne intuì la portata proprio nell’ottica del Divino Amore (la riforma
della Chiesa) e favorì la diffusione di quel modello chiedendo a Girolamo di
trasferirsi con questi ragazzi prima all’ospedale degli Incurabili nella stessa
Venezia e poi mandandolo in missione nella diocesi di Bergamo su invito del
Vescovo di quella città. Proprio il vescovo di Bergamo, Pietro Lippomano,
scriverà una stupenda lettera in cui indicherà a tutta la sua diocesi Girolamo
come modello di vita cristiana e di carità, invitando ad unirsi a lui “quasi a
modo di religione”, cioè come una comunità religiosa, nella carità verso gli
ultimi. Così Girolamo partì da Venezia in processione con i suoi ragazzi, col
Crocifisso davanti, e cominciò a girare di città in città per tutta la
Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano.
Da quel momento cura di poveri
e orfani e riforma della Chiesa s’intrecciarono in maniera indissolubile dentro
un unico progetto. Era la comunità cristiana autentica l’unica risposta adeguata
ai bisogni di povertà e soprattutto di orfanezza, perché non restituiva un
surrogato, una imitazione della famiglia, ma dava una famiglia reale, quella dei
figli di Dio dove tutti ritrovavano la propria dignità. Dall’altra parte erano
proprio i poveri, e in particolare i senza famiglia, che potevano contribuire,
per la loro speciale sensibilità, a ricostituire attorno a loro quella
affascinante realtà che è la comunità cristiana, il sogno di Girolamo, mettendo
in moto tutte le energie positive della Chiesa e della società.
Fu un sogno, questo di
Girolamo, che fece anche tanta fatica ad esprimersi e conobbe tante prove. È un
ideale grandioso, rivoluzionario sia per quel tempo che per il nostro - come
tutto ciò che ha radice nel vangelo - difficile da realizzare allora come oggi.
Eppure è per questo sogno che Girolamo ha dato la vita ed è da quel seme che
sono germogliati i somaschi. Noi siamo chiamati a far nascere e far maturare
almeno qualche frutto. In questi giorni cercheremo di entrare dentro questo
sogno e vedremo se ci sono degli aspetti che possono contribuire nella nostra
vita di oggi a costruire quell’intento di fraternità e di solidarietà che aveva
spinto Girolamo a vendere tutto e di “imitare il suo caro maestro Gesù”.
Oggi cominciamo a guardare
nel viso chi abbiamo attorno,
grandi e piccoli, uomini e donne, religiosi e laici, Ricco e
sopratutto povero e a dirci dentro di noi: anche lui è figlio di Dio,
anche lui è mio fratello e posso fare famiglia con lui. Così può
incominciare il sogno di Girolamo.
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