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Seguire
la via del Crocifisso è il primo punto del testamento spirituale di S. Girolamo.
È il primo perché dal Crocifisso sgorga tutta l’esperienza non solo spirituale
ma anche della vita concreta di Girolamo: è il suo
segreto, è il suo asso nella manica.
È probabile che quando sentiamo questa frase
ci venga un po’ da spaventarci: seguire la via del Crocifisso sembrerebbe un po’
come seguire la via del dolore e della sofferenza. Anche io, per anni, in
qualche modo avevo pensato e creduto così ma l’esperienza mi ha fatto
comprendere che non avevo capito niente. Ciò che non avevo capito era che
seguendo la via del Crocifisso non si segue il dolore ma una persona che soffre
per amore, che soffre per me…
Ma al di là delle nostre interpretazioni cosa è accaduto realmente a Girolamo?
Cosa ha scoperto lui ed ha voluto consegnarlo come testamento ai suoi compagni?
La vita di Girolamo
dopo la liberazione del 1511 sembrava scorrere tranquilla, sino a quel
fatidico 1525. L’anonimo amico scrisse nella biografia: «Quando piacque al
benignissimo Iddio di perfettamente muovergli il cuore… Andando spesso a udire
la parola di Dio, cominciò a riflettere sulla sua ingratitudine e a ricordarsi
delle offese fatte al suo Signore. Perciò spesso piangeva; spesso, inginocchiato
ai piedi del Crocifisso, lo pregava di non essergli giudice, ma salvatore…».
Perché un uomo dal temperamento forte e giovale, così come viene descritto
Girolamo dai suoi contemporanei, può arrivare a piangere? L’abbiamo sentito
prima, per anni Girolamo ha vissuto “variamente”, come dice la nipote “dandosi
al buon tempo”… Ha fatto l’esperienza terribile della guerra.
È
di per sé una situazione drammatica perché se a 10 anni rimane violentemente
orfano ora che si riavvicina a Dio sperimenta un nuovo tipo di orfanezza, non
meno violenta: l’orfanezza di Dio. Dopo anni è ad un passo dal sperimentare su
di sé la vicinanza di Dio, ma la sua vita passata lo fa sentire indegno di
quella paternità (un po’ come il figlio prodigo: “non sono degno di essere
chiamato tuo figlio”) e quindi escluso dalla sua salvezza. Spesso anche noi ci
immaginiamo Dio in maniera umana: verso chi ci fa del male proviamo rancore e
siamo giudici severi. Così di fronte a Dio le nostre colpe pesano come una
condanna senza appello: ho sbagliato e non posso essere accettato da Lui. Così
le cicatrici nella nostra coscienza ottenebrano il volto misericordioso di Dio
facendo prevalere l’immagine del giudice. Nonostante ciò Girolamo intuisce una
via di uscita e insiste: «spesso, inginocchiato ai piedi del Crocifisso, lo
pregava di non essergli giudice, ma salvatore…».
Si: “ma salvatore”. Dietro quel “ma” c’è la speranza di senso per tutta una vita
che sembrava sprecata. Accade qualcosa di assolutamente straordinario. Per
intuire cosa poté capitare, anni dopo Girolamo compose una preghiera che è come
una sorta di “professione di fede” per la neonata “compagnia dei servi dei
poveri” dall’introduzione misteriosa quanto paradossale: «Dolce padre nostro…
signore Gesù Cristo». Non si rivolge al Padre ma al Figlio e lo chiama “padre”.
Il temuto “giudice” si è trasformato in “dolce padre”.
È
evidente che Girolamo è riuscito ad uscire dal tunnel del giudizio e in quel
Crocifisso ha scorto la tenerezza misericordiosa del Padre che lo ha strappato
definitivamente all’esperienza dell’orfanezza: ha compreso di essere figlio,
figlio di Dio: è entrato nel frutto più pieno della
Resurrezione. Non è certo un caso che questo diventi anche il suo primo
obbiettivo educativo con i ragazzi raccolti dalla strada e dagli ospedali.
Quando l’anonimo amico descrive la bottega che Girolamo aprì a S. Rocco usa
queste parole: «Là non s’insegnavano le vane scienze di Platone o Aristotele -
si insegnava invece che ogni uomo diventa dimora dello Spirito Santo, figlio ed
erede di Dio, attraverso la fede in Cristo…». Per Girolamo il contenuto di
questa “fede in Cristo” è che un “dolce padre” non lo ha giudicato ma salvato.
Ritornando al dubbio iniziale che seguire la
via della croce significhi seguire la via del dolore assistiamo perciò ad un
capovolgimento della situazione. Non sono io che devo addossarmi il dolore ma è
il Crocifisso che porta la mia di croce, fatta dalle mie fragilità, dalle mie
orfanezze, dai miei nodi irrisolti, dalle cicatrici della mia coscienza, dai
miei rimorsi e sensi di colpa che si accumulano nel cammino personale. Come dice
S. Giovanni nella sua prima lettera: «In questo consiste l’amore: non noi
abbiamo amato Dio, ma Lui ci ha amati per primo dandoci il suo Figlio unigenito
per la remissione dei nostri peccati». La vita cristiana, quella vera, non
comincia mai dal “cosa posso fare” ma dal lasciarsi salvare da chi per me ha
crocifisso addirittura la sua divinità. Il Padre, attraverso il Crocifisso, non
mi chiede niente da fare per lui, non mi chiede se sono bravo o cattivo, ma mi
ama semplicemente perché sono io, mi mette l’anello al dito e fa uccidere il
vitello grasso per fare festa con me, come descritto dalla parabola del “padre
misericordioso”. Farsi mettere l’anello al dito, l’anello del Padre: qui
comincia la vita cristiana. Girolamo quest’anello lo ha ricevuto di fronte a
quel crocifisso davanti a quale “spesso s’inginocchiava”, ritrovando la dignità
di una vita che lui ormai vedeva solo attraverso le lacrime del rimorso.
Quell’anello ha reso nuovamente “spendibile” – perché nuovamente “utile” – la
vita di Girolamo: da lì cominciano le opere di carità, il fervore per la riforma
della Chiesa e prende spunto la sua vocazione.
Perciò per Girolamo seguire la via del Crocifisso significa “rispondere
all’amore ricevuto con l’amore” (così come dicevano le nostre antiche regole).
Questa reciprocità d’amore tra Gesù e Girolamo si trasforma in un’esperienza di
immedesimazione a Cristo: come “ogni uomo diventa … figlio ed erede di Dio” cioè
un altro Gesù. È ciò che sacramentalmente dovrebbe operare in noi il battesimo
ma che non trova vie di attuazione finché non accogliamo in noi quell’amore
trasformante. Lì è tutto il cristianesimo, lì la prima imprescindibile
vocazione: il resto è accessorio e specificazione personale.
Tutta la vita di Girolamo ha avuto questo
obbiettivo: diventare un altro Gesù, immedesimarsi con Cristo. Se ci chiedessimo
chi è stato l’uomo che ha guarito i malati, risuscitato i morti, moltiplicato i
pani, che si è ritirato in luoghi solitari per pregare, che prima di morire ha
lavato i piedi ai suoi discepoli chiedendo loro di amarsi l’un l’altro,
risponderemmo senza esitare: Gesù. Eppure quelle elencate sono tutte azioni
compiute da Girolamo. Diventare Gesù era il suo anelito come ha dimostrato il
dispiegarsi della sua vita. L’anonimo amico se ne accorse visto che di lui
scrisse: «la bontà celeste preparò dolce occasione al suo nuovo soldato d’imitar
il suo capitano Cristo Gesù».
Sulla scia di Girolamo possiamo anche noi
scoprire questo immenso amore di Dio per noi in Gesù crocifisso, che risana le
nostre ferite e scioglie i nostri rimorsi. Questo perché ci dona il suo amore,
rendendo fruibile la nostra vita, spendibile per qualcosa che vale veramente.
Fermiamoci a contemplare questo amore per noi e lasciamo che ci prenda l’anima,
inginocchiandoci di fronte al Crocifisso, pregandolo di non esserci giudice ma
salvatore. Forse anche nella nostra anima e nella nostra coscienza ci sono nodi
irrisolti e cicatrici, rimorsi e sensi di colpa che necessitano dell’incontro
non con il “giudice” ma col “dolce padre”, nella preghiera di fronte al
Crocifisso o magari anche attraverso un colloquio o una confessione. Non
lasciamoci sfuggire questa “dolce occasione”.
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