1. La «Compagnia
dei servi dei poveri» alla morte di san Girolamo.
Durante
l'anno 1534 la provvidenza per vie impreviste guidò san Girolamo da Bergamo a
Milano, a Corno, a Somasca e durante questo pellegrinare gli fece
sorgere accanto alcuni compagni di viaggio. La sua personale esperienza
di vita evangelica si era comunicata ad altri ed era stata condivisa:
era diventata un fatto sociale. Alla fine del 1534
la Compagnia dei servi dei poveri era una realtà .
E'
difficile seguire i passi iniziali della nascente compagnia nei due
anni, che si conclusero con la morte del Miani l'8 febbraio 1537, anche
perché non ci è stato conservato se non un frammento di quel «Libro
delle proposte», che conteneva preziose informazioni sulle persone,
sulle proposte e decisioni capitolari, sui progetti del Miani e dei suoi
primi compagni. Eppure se nel gennaio 1537 un osservatore si
fosse accostato a quella giovane creatura col proposito di scrutarne il
volto, almeno i lineamenti essenziali non gli sarebbero potuti sfuggire.
Essa
aveva un nome, che già da se stesso significava ed esprimeva un
programma: «La compagnia dei servi dei poveri» . Occupava una sede,
pur essa significativa: un pezzo di terra di nessuno, a Somasca, sul
confine tra la repubblica di Venezia e il ducato di Milano, tra i ruderi
di un castello demolito, luogo di solitudine e di povertà estrema.
Aveva degli aderenti: oltre al Miani, due sacerdoti ed alcuni giovani di
buona volontà che vivevano,
nella carità di Cristo, di preghiera e di lavoro a Somasca, o che nella
stessa carità «servivano», in comunità di vita con bambini poveri e
soli, a Bergamo, a Milano, a Como, a Pavia, a Brescia .
La
compagnia aveva anche cercato di darsi una qualche struttura e degli
organi di governo, che erano: un capitolo, che si teneva ,tre volte
l'anno ed al quale tutti convenivano portando i problemi della compagnia
e delle opere; un superiore, che allora era l'austero prete bergamasco
Agostino Barili; un certo riconoscimento della autorità ecclesiastica
avuto il l° settembre 1535 dal nunzio apostolico a Venezia Girolamo
Aleandro.
Essa
andava anche maturando una regola di vita, espressa con degli «ordini»,
nei quali era raccolta l'esperienza cristiana ed apostolica, che i soci
facevano.
La compagnia aveva
soprattutto un padre: san Girolamo, che il Signore aveva eletto come suo
strumento per «clarificarsi» in quei suoi figli,
il quale con il modello della sua vita andava loro costituendo un
patrimonio spirituale ricchissimo, tanto più prezioso quanto più
grande era l'abbandono di ogni altro elemento umano. Chi percorre le
poche lettere del Miani, dalle prime del luglio 1535 alla ultima dell'
11 gennaio 1537, ha subito una idea della sostanziosità del pane che
egli andava spezzando ai suoi figli.
La
compagnia aveva avuto anche le sue crisi, anzi era quasi passata da una
crisi all'altra, come è naturale per ogni organismo che cresce esposto
all'urto degli elementi avversi e che la provvidenza va purificando da
ogni sostegno terreno, per mettere nelle sue fondamenta la fede e la
speranza in Dio solo.
La
prima crisi, nel 1535: quando la compagnia era ancora di pochi mesi e il
Miani aveva dovuto rimanere a lungo assente dalla Lombardia, ed i suoi
compagni «poveretti, tribolati, afflitti, affaticati e alla fine da
tutti disprezzati» sentivano tutto il peso della solitudine
e rischiavano di vacillare nel loro ancor giovane proposito.
La
crisi si ripresentò nel 1536, assumendo un volto diverso, quello della
incomprensione e della diffidenza di alcuni nei riguardi del Miani
stesso, testimoniata dalla lettera del 18 febbraio 1536 dello impetuoso
Giampietro Carafa. Una crisi che finirà per mietere anche qualche
vittima fra i più deboli ed i meno forti nella fede.
2.
Dal modello al progetto.
Dopo
la morte del Miani ci fu un periodo di smarrimento, dovuto a quel gran
vuoto che si verifica in ogni famiglia, quando scompare chi ne è
l'anima: «alla morte di questo servo del Signore tutti
i fratelli sacerdoti e laici restarono come pecore senza pastore e
intimiditi naviganti senza nocchiero» dubbiosi se «andar avanti e
governare la barca oppure ritornare ciascuno al suo primo istituto» (citazione
dagli atti dei processi pavesi di beatificazione di S. Girolamo).
Fu
un momento, perché «il favore del Signore non gli abbandonò», ma «tutti
insieme presero coraggio e fatto capo messer prete Agostino, si posero
ad operare nel servizio degli orfani» .
Incominciò
allora quel lungo non ancora terminato processo, attraverso il quale la
compagnia cercò di esprimere volti nuovi, in armonia col volgere delle
grandi epoche della storia, ma insieme nella fedeltà ai lineamenti
essenziali di quel suo «stare con Cristo», senza il quale sarebbe
condannata a fallire.
In
questo processo Fanno che seguì la morte del Miani rappresentò il
passo decisivo: era scomparso il modello vivente, il progetto incarnato;
era necessario che subentrasse la riflessione.
Conosciamo
la conclusione, non le fasi, di questo processo di elaborazione.. Nel
luglio 1538 alcuni servi dei poveri si presentarono al vescovo di
Bergamo Pietro Lippomano e gli chiesero la sua approvazione. Nella
domanda che consegnarono essi esprimevano che cosa volevano essere e
fare nella chiesa".
Non
sappiamo neppure quali siano state le persone maggiormente impegnate
nella stesura del progetto, ma soltanto il nome di quelli che lo
sottoscrissero: diciotto persone, di cui otto sacerdoti e dieci laici:
Bergamaschi, Bresciani, Milanesi, Pavesi, Comaschi, Genovesi. Ecco i
loro nomi: Alessandro Evanessi, Federico Panigarola, Agostino Barili,
Angiolmarco e Vincenzo di Gambarana, Giovanni Belloni, Marco Strada,
Pietro Piemontese, questi i sacerdoti; Mario Lanci, Antonio di
Monferrato, Giovanni Maria Casale, Giovanni Maria Oldradi, Giovan Pietro
Borelli, i tre fratelli Giovan Francesco, Daniele e Girolamo Quartieri,
Giovanni da Milano, Giovan Pietro da Gorgonzola .
Il testo della
domanda inoltrata ci è rimasto nella lettera del vescovo Lippomano del
10 agosto 1538, la quale nella prima parte riproduce la supplica. E'
questa la trascrizione esatta della supplica o soltanto un sunto? Non
sappiamo; non vi sono però ragionevoli motivi per dubitare che essa
esprima fedelmente le conclusioni
e la volontà dei compagni del Miani.
3.
Il progetto.
Il progetto, nella sua essenzialità, è
completo. Leggi il testo:

Il testo esprime in qual modo, subito dopo la
morte del Miani, compagni videro la Compagnia.
La
prima cosa che viene dichiarata è il fine che ha mosso quegli uomini ad
abbracciare la compagnia: il bene delle loro anime e la brama di servire
Dio in sincerità di propositi.
Si
passa poi a descrivere il
genere di vita. Il primo passo consiste nella rottura col passato:
un lasciare alle spalle i pensieri della propria casa e gli impegni di
questo mondo. La nuova vita si svolgerà assieme, in un luogo che
presenti requisiti di idoneità. Sappiamo che il luogo a cui essi
pensavano era Somasca: possiamo quindi abbastanza agevolmente ricavarne
quali fossero i requisiti che essi ritenevano idonei al loro progetto.
Qui avrebbero instaurato una vita sul modello di quella dei tempi degli
apostoli, impegnati in un ininterrotto colloquio con Dio, sostentandosi
con le elemosine che i fedeli avrebbero loro offerto per amor del
Signore, in una vita comune, il cui primo elemento sarebbe stato quello
di non possedere nulla di proprio.
Non volevano in tal modo però aggregarsi a qualche famiglia religiosa
già approvata e nemmeno costituirne una nuova: questo almeno sembrano
significare le parole: «senza
aver preso l'abito di una particolare Religione approvata, ma
perseverando ognuno nella sua specifica vocazione», come del resto
anche la storia degli anni seguenti parrebbe comprovare.
Pur
senza aggregarsi né costituire una famiglia religiosa, si sarebbero tuttavia posti sotto la
obbedienza di un superiore, eletto in perpetuo o «ad tempus», il quale
sarebbe stato il capo di questa società, al quale sarebbe spettato
guidare con la sua prudenza ed autorità l'attività comune e dei
singoli.
Il
progetto si chiude con il discorso sulle opere di
apostolato: seminare la
parola di Dio; abbracciare la cura degli orfani e delle orfane senza casa
e soli, o delle convertite, o negli ospedali soprattutto dei poveri
incurabili, o in altre opere per i poveri. Infine l'apostolato
peregrinante, che era stato tanta parte nella vita del Miani e di altri
santi di quel tempo, sull'esempio degli apostoli Paolo Barnaba e Sila, «a
consolazione dei fedeli e a conforto delle chiese»: dove è
trasparente il riferimento al pauroso stato di abbandono in cui si trovava
il popolo cristiano.
Il
testo ci appare dunque pieno di interesse. La presentazione che ne abbiamo
fatta è brevissima. Una analisi filologica e storica più profonda, una
indagine accurata su alcuni particolari e caratteristiche rivelerebbero
sicuramente altri aspetti, che ci sono sfuggiti o sui quali abbiamo
sorvolato.
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