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So che avete saputo della morte del nostro
Girolamo Miani, Capitano valorosissimo dell'Esercito di Cristo, insieme
con altri suoi due compagni. Non vi descrivo dell’agonia e della morte,
perché vi farei spezzare il cuore; sembrava che avesse il Paradiso in
mano, per la sua sicurezza; faceva diverse esortazioni ai suoi, e sempre
con il volto così sereno e sorridente, che innamorava, e inebriava
dell'amore di Cristo chiunque lo guardasse. Era così certo di morire,
come io ora vi sto scrivendo questa lettera, e diceva di avere messo a
posto le sue cose, e di aver fatto i patti suoi con Cristo; non gli fu mai
sentito nominare ne Venezia, né i parenti, e d'altro non parlava se non
di seguir Cristo. Andò via da qui prima di Natale, ma prima mi venne a
trovarmi in Vescovado all'udienza, e mi s'inginocchiò dinanzi,
raccomandandomi la fede di Cristo e chiedendomi perdono; e partì poi con
un commiato come non dovessimo vederci mai più, e né più l'ho veduto;
è morto in Somasca, ove si trovavano molti uomini da bene, di Pavia,
Como, e Bergamo.
Oggi si è fatta sua la commemorazione in alcune
Chiese della zona, mercoledì si farà il resto: è come se fosse morto il
Papa, od il nostro Vescovo. Egli vivendo si era ridotto a tale astinenza,
e povertà di vita, che più in basso non poteva andare. Così è piaciuto
a Dio: non so se mai morta persona, che più desse dolore.
Il Signor ha spogliato questo gruppo dai suoi più
importanti guide; ma io credo, che non l'abbandonerà. Io sto qui ad
contemplare una di quelle opere, che Egli sa fare, e con quella sua
Sapienza e Onnipotenza infinita. Perdonatemi se sono lungo: è lunedì di
carnevale, mi vado così rallegrando con voi. Vi ho detto tutto questo per
relazione di Messer Mario nostro, a cui il Signor sia propizio, il quale
mori il sette del presente mese.
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