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NELLA
CHIESA TUTTI CORRESPONSABILI
I
– IL PAPA
“Gli
spazi della comunione vanno coltivati e dilatati, giorno
per giorno ad ogni livello, nel tessuto della vita di ogni
Chiesa. La comunione deve qui rifulgere nei rapporti.. tra i
pastori e l’intero popolo di Dio....
”. (INM n.45)
“...
E’ necessario perciò che la Chiesa del III millennio stimoli
tutti i battezzati e cresimati a prendere coscienza della
propria attiva responsabilità nella vita ecclesiale. Accanto al
ministero ordinato, altri ministeri...possono fiorire a
vantaggio di tutta la comunità, sostenendola nei suoi
molteplici bisogni: dalla catechesi all’animazione liturgica,
dall’educazione dei giovani
alle varie espressioni della carità”. (n.46)
La
comunione
non è un pezzo da museo: è vita e la vita deve
crescere... nel tessuto della Chiesa; non può rimanere
ristretta nel chiuso dell’ambiente familiare o della comunità
(dilatare gli spazi): “Non si accende una lucerna per metterla
sotto il tavolo...” Girolamo prende sul serio questa parola e
il SIgnore manda l’occasione.
II
– S.GIROLAMO
Abbiamo
contemplato quel piccolo gioiello di comunità di S.Rocco, dove
si respirava l’aria della prima comunità cristiana di
Gerusalemme.
In quella comunità la legge per eccellenza era
l’amore.
Una esperienza così singolare
non poteva rimanere nascosta
in una Chiesa che
avvertiva, almeno nei suoi membri più sensibili, il
bisogno di una riforma “cattolica” (universale).
Alcuni
vescovi del veneto e della Lombardia, tramite un personaggio
influente, il Vescovo di Chieti, Pietro Caraffa (che diventerà
poi Papa Paolo IV)
direttore spirituale di Girolamo,
chiesero il suo intervento per la riforma delle loro
diocesi. Verona, Brescia, Bergamo, Como, Milano videro sfilare
in processione, con davanti la Croce,
una ventina di ragazzi, che Girolamo si portava dietro,
come collaboratori nell’opera di riforma.
Ci fermiamo soltanto ad una diocesi, alla nostra,
Bergamo. Mons, Pietro Lippomano aveva accolto Girolamo con
entusiasmo e, diciamo anche, con umiltà. Riconosceva che come
Pastore non aveva avuto molto successo per i suoi limiti e la
scarsa preparazione, però aveva capito che quel nobile
veneziano, che aveva rinunziato a tutto, poteva far rifiorire la
vita cristiana nella sua diocesi, mediante l’organizzazione
della carità. Dopo un lungo colloquio con lui era rimasto
colpito dall’ardore con cui gli esponeva il suo progetto di
riforma e, soprattutto ciò che lo rendeva
credibile era l’’esempio della sua vita.. Girolamo
uscì dall’episcopio, e si diede da fare prima di tutto a
sistemare il gruppo dei suoi orfanelli presso l’ospedale della
Maddalena, mentre il Vescovo preparava una lettera pastorale per
tutta la sua diocesi, nella quale presentava Girolamo e gli dava
ampia libertà di realizzare il progetto che gli aveva esposto.
Vale
la pena di leggere alcuni tratti per conoscere con quale spirito
Girolamo voleva che si facessero le opere di carità, partendo
prima da una conversione personale.
“Girolamo
Miani, patrizio veneto, infiammato dal divin amore ha voluto
iniziare un nuovo modo di vivere cristiano, prima per se stesso
e poi proponendolo a quanti lo volessero seguire....Egli, non
contento di aver distribuito tutte le sue ricchezze ai poveri,
si è dedicato con tutte le sue energie a soccorrere nel corpo e
nello spirito gli infermi e le persone più bisognose, in
particolare gli orfani e le vedove....Desideroso della
universale salvezza di tutti, fa sapere: e qui il Vescovo
riferisce i punti suggeriti da Girolamo:
La
carità va fatta bene; esige ordine. La città è divisa in
quartieri. In ogni quartiere verranno scelte delle
persone per organizzare la raccolta delle elemosine e per
distribuirle.
Tali
persone però devono formare un gruppo cristianamente motivato;
perciò si ritroveranno insieme ogni giorno di festa. Prima
pregheranno, ascolteranno la parola di Dio, dopo si occuperanno
delle cose pratiche ( a modo di religione). e così Dio sarà
glorificato e la città e la nostra patria ne rimarrà
edificata; Lui Girolamo si occuperà personalmente di curare gli
ammalati con le proprie mani, aiutandoli perché vivano nel
timore di Dio.
Le
elemosine che verranno raccolte dai fedeli saranno adoperate
soltanto a beneficio delle persone più bisognose.
Egli
vuole assolutamente che
quanto si raccoglierà non si accumuli né lo si destini
ad investire in altri beni, perché si viva sempre in povertà e
che
oggi non si sappia quale sarà il nutrimento del giorno
seguente, per adempiere il comando del Signore.
Siccome
i poveri sono anche
fuori della nostra città,
si formeranno altri gruppi di devote persone che
segnalino
alla congregazione
i nomi di tutte le persone bisognose che vivono fuori
della città, perché anch’essi possano essere aiutati come
gli altri poveri.
Il
Vescovo concludeva la lettera assicurando
che,
compiendo queste opere di misericordia, riceveranno
abbondanti grazie e perverranno sicuramente alla Patria celeste.
Uno
spirito di comunione che riesce a
radunare le persone più diverse di una diocesi attorno
al suo Vescovo è un esempio e uno stimolo, se pensiamo che
Girolamo era un laico.
Come
si vede Girolamo è un saggio organizzatore: sa coinvolgere
tutti, responsalizzando le persone e, soprattutto, inculcando
sempre le motivazioni evangeliche
dell’azione caritativa.
III
– NOI
Nella
Pentecoste del 1998 abbiamo assistito ad uno spettacolo di una
risonanza storica: il Papa ha voluto radunare in piazza
S.Pietro i vari movimenti
ecclesiali sorti in ultimi tempi.
Ed ha lanciato un forte appello all’unità: conoscersi,
stimarsi, lavorare concordi.
L’invito
del Papa è stato preso sul serio ed in questi anni abbiamo
assistito ad
un susseguirsi di incontri come quelli del 98, ripetuti
in diverse parti del mondo. L’invito del Papa rimane sempre
attuale, specialmente per i diversi gruppi delle nostre comunità
parrocchiali.
Il
Papa dice che tutti i battezzati devono prendere coscienza della
propria
attiva responsabilità, stando però attenti a lavorare
in unità, in comunione con le persone, i gruppi o i
movimenti che operano all’interno della parrocchia.
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