i Giovani con i Padri Somaschi     

 

S. Girolamo

di Felice Beneo

     
Girolamo:
un uomo che continua ad affascinare
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PRENDI IL LARGO

Abbiamo parlato dell’amore  di Girolamo per i più poveri. Ci è sembrata  una meta stupenda raggiunta dal nostro Santo.

Eppure il Papa inizia la Lettera Novo Millennio Ineunte con uno slogan: “Duc in altum” e ci indica una meta più alta verso cui il cristiano deve tendere.

“Duc in altum”. Gli apostoli avevano  faticato tutta la notte ma non avevano preso nulla. Gesù dice a Pietro: Va’ al largo e getta le reti. Avevano faticato tutta la notte; umanamente la richiesta di Gesù era assurda; loro se ne intendevano. “Nella tua parola getterò le reti” e pescarono una quantità di pesci che la barca affondava.

Oggi il Papa ha sentito risuonare dentro questo comando e ha detto alla Chiesa: puntiamo più in alto. Ascoltiamo il Papa:

II – IL PAPA

 

 “È l'altro grande ambito in cui occorrerà esprimere un deciso impegno programmatico, a livello di Chiesa universale e di Chiese particolari: quello della comunione (koinonìa) che incarna e manifesta l'essenza stessa del mistero della Chiesa. La comunione è il frutto e la manifestazione di quell'amore che, sgorgando dal cuore dell'eterno Padre, si riversa in noi attraverso lo Spirito che Gesù ci dona (cfr Rm 5,5), per fare di tutti noi « un cuore solo e un'anima sola » (At 4,32). È realizzando questa comunione di amore che la Chiesa si manifesta come « sacramento », ossia «segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano».

Le parole del Signore, a questo proposito, sono troppo precise per poterne ridurre la portata. Tante cose, anche nel nuovo secolo, saranno necessarie per il cammino storico della Chiesa; ma se mancherà la carità (agape), tutto sarà inutile. È lo stesso apostolo Paolo a ricordarcelo nell'inno alla carità: se anche parlassimo le lingue degli uomini e degli angeli, e avessimo una fede « da trasportare le montagne », ma poi mancassimo della carità, tutto sarebbe « nulla » (cfr 1 Cor 13,2).” (n.42)

Dunque, dice il Papa, riferendo il pensiero di S. Paolo, non basta distribuire tutte le sostanze ai poveri; questi gesti di amore verso il prossimo devono avere un “supporto”, un amore che prende un nome particolare “agape”. Agape è l’amore  che unisce le Tre divine Persone della SS. Trinità, è la vita stessa di Dio, per cui Giovanni dice: DIO E’ AMORE.

Allora nel cristiano quei gesti di carità devono essere espressione, frutto dell’agape (comunione trinitaria)

 E al n. 43: “Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione, ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo”.

II – S.GIROLAMO

S. Girolamo esprimeva tutto questo dicendo: dobbiamo essere come i primi cristiani che “erano un cuor solo ed un’anima sola” e ce lo mostrerà con la vita.

Supponiamo ora di essere nel 1528, ai tempi di s. Girolamo.

Supponiamo che il papa di allora, Clemente VII, avesse indirizzato a tutta la Chiesa  una lettera con  quel progetto del Papa attuale, per la riforma della Chiesa. Girolamo legge e rilegge quel programma: fare della Chiesa una casa e una scuola di comunione: “Per riformare la Chiesa ci vogliono delle comunità che vivano come i primi cristiani di Gerusalemme: erano un cuor solo e un’anima sola...

Quelle parole non cadono nel vuoto. Ma come fare? Lui ormai ha capito che la sua missione sarà quella di accogliere  bambini soli, senza famiglia: li aveva incontrati prima all’ospedale degli Incurabili, poi ne aveva raccolto un gruppetto al suo ospedale del Bersaglio. Ma la Chiesa gli chiedeva ora qualcosa di più. Nella preghiera lo Spirito Santo gli fa vedere un nuovo progetto: sta nascendo un carisma nuovo nella Chiesa e ogni carisma  porta sempre novità.

Una parola di Dio fa breccia nel cuore di Girolamo: “Mi ha mandato ad evangelizzare i poveri...”

Evangelizzare è la missione della Chiesa, i poveri sono quei fanciulli.

Ha capito: darà una casa a questi ragazzi e con loro farà l’esperienza di una vita secondo il Vangelo, avendo davanti come ideale la prima comunità di Gerusalemme.

E’ questa la grande novità: i ragazzi non  saranno, dunque, degli “assistiti”, ma diventeranno protagonisti di un progetto divino.

Dice il suo SI’, come la Vergine Maria. Lo SS farà il resto. Prende una decisione  radicale: Il 6 febbraio 1531, davanti al notaio rinuncia a tutti i suoi beni a favore dei nipoti, lascia la sua casa patrizia; affitta una casa vicino alla chiesa di S. Rocco e vi trasferisce il gruppetto di orfani che aveva raccolto al Bersaglio.

Inizia una vita nuova: questa diventerà la casa e la scuola della comunione. Qui nascerà una piccola Chiesa di cristiani riformati. I due progetti: dare una casa agli orfani,  riformare la Chiesa diventano un unico intento

Entriamo  in quella casa diventata scuola di comunione. Ci accom-pagna un suo amico che ne ha scritto una breve biografia. 

Scelse alcuni fanciulli incontrati mentre andavano mendicando e, presa una bottega vicino alla chiesa di San Rocco, vi aprì una scuola così originale che nemmeno Socrate con tutta la sua sapienza fu mai de­gno di vedere.  In essa non si insegnavano le vane scienze di Platone o di Aristotele, ma come l’uomo di­venti dimora dello Spirito santo, figlio ed erede di Dio attraverso la fede in Cristo e l’imitazione della sua santa vita.

Aveva chiamato alcuni maestri per insegnare ai fanciulli a fare chiodi di ferro; anch’egli lavorava con loro in questo mestiere. Durante il lavoro cantavano sal­mi, pregavano giorno e notte, tutto era posto in comune, a disposizione di tutti. “Facevano a gara nell’esercizio della povertà, desiderando ciascuno di essere il più po­vero di tutti. Loro letto era solo un po’ di paglia e uno straccio di coperta; mangiavano pane grossolano con acqua e per companatico frutta o legumi. Il santo di Dio insegnava ai fanciulli il santo timor di Dio, a non considerare nulla come proprio, a vivere insieme come fratelli, a guadagnarsi la vita con il proprio lavoro e non mendi-cando. Ripeteva che il mendicare non si addice ai cristiani, tranne che agli infermi inabili a sostentarsi coi le proprie forze; insisteva che ognuno deve mantenersi con il proprio lavoro, secondo quel detto: “Chi non lavora, non mangi”.

A S. Rocco  Girolamo aveva realizzato,  una vera “scuola di comunione”, come dice il Papa, dando ai ragazzi una nuova famiglia: era un piccolo modello di Chiesa riformata.

Qualcuno potrebbe pensare ad una forzatura. S. Agostino scrive:

“Il costringere le persone senza averle istruite, sia pure allo scopo di far abbandonare un grande male e far abbracciare un  grande bene, è un impegno più gravoso che vantaggioso”. (S. Agostino lett. 100)

Sottolineo: senza  averle istruite  Girolamo sapeva che bisognava dare a quei ragazzi una solida istruzione religiosa, perché vivessero con convinzione  una vita cristiana tanto impegnativa. Li istruiva così bene da farne poi dei “maestri”, come ci attestano le deposizioni nei Processi di canonizzazione. I catechismi da lui fatti preparare da un Domenicano, il p. Reginaldo, sono dei capolavori.

 

III – NOI

 

Cosa dice a noi Girolamo? Ciò che ci dice il Papa: bisogna impegnarsi a creare oggi delle scuole di comunione. E non è necessario aprire una nuova comunità  Il Papa accenna che lo si deve fare in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo, il cristiano.

La famiglia non è il primo luogo dove si forma l’uomo e il cristiano? Poi c’è la scuola, l’oratorio, la parrocchia; ci sono le comunità religiose: ecco le palestre dove esercitarsi ogni giorno.