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PRENDI
IL LARGO
Abbiamo parlato
dell’amore di
Girolamo per i più poveri. Ci è sembrata
una meta stupenda raggiunta dal nostro Santo.
Eppure
il Papa inizia la Lettera Novo Millennio Ineunte con uno slogan:
“Duc in altum” e ci indica una meta più alta verso cui il
cristiano deve tendere.
“Duc
in altum”. Gli
apostoli avevano faticato
tutta la notte ma non avevano preso nulla. Gesù dice a Pietro:
Va’ al largo e getta le reti. Avevano faticato tutta la notte;
umanamente la richiesta di Gesù era assurda; loro se ne
intendevano. “Nella tua parola getterò le reti” e pescarono
una quantità di pesci che la barca affondava.
Oggi
il Papa ha sentito risuonare dentro questo comando e ha detto
alla Chiesa: puntiamo più in alto. Ascoltiamo il Papa:
II
– IL PAPA
“È
l'altro grande ambito in cui occorrerà esprimere un deciso
impegno programmatico, a livello di Chiesa universale e di
Chiese particolari: quello della comunione (koinonìa) che
incarna e manifesta l'essenza stessa del mistero della Chiesa.
La comunione è il frutto e la manifestazione di quell'amore
che, sgorgando dal cuore dell'eterno Padre, si riversa in noi
attraverso lo Spirito che Gesù ci dona (cfr Rm 5,5), per fare
di tutti noi « un cuore solo e un'anima sola » (At 4,32). È
realizzando questa comunione di amore che la Chiesa si manifesta
come « sacramento », ossia «segno e strumento dell'intima
unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano».
Le
parole del Signore, a questo proposito, sono troppo precise per
poterne ridurre la portata. Tante cose, anche nel nuovo secolo,
saranno necessarie per il cammino storico della Chiesa; ma se
mancherà la carità (agape), tutto sarà inutile. È lo stesso
apostolo Paolo a ricordarcelo nell'inno alla carità: se anche
parlassimo le lingue degli uomini e degli angeli, e avessimo una
fede « da trasportare le montagne », ma poi mancassimo della
carità, tutto sarebbe « nulla » (cfr 1 Cor 13,2).” (n.42)
Dunque,
dice il Papa, riferendo il pensiero di S. Paolo, non basta
distribuire tutte le sostanze ai poveri; questi gesti di amore
verso il prossimo devono avere un “supporto”, un amore che
prende un nome particolare “agape”. Agape è l’amore
che unisce le Tre divine Persone della SS. Trinità, è
la vita stessa di Dio, per cui Giovanni dice: DIO E’ AMORE.
Allora
nel cristiano quei gesti di carità devono essere espressione,
frutto dell’agape (comunione trinitaria)
E
al n. 43: “Fare della Chiesa la casa
e la scuola della comunione, ecco la grande sfida che ci sta
davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al
disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del
mondo”.
II
– S.GIROLAMO
S.
Girolamo esprimeva tutto questo dicendo: dobbiamo essere come i
primi cristiani che “erano un cuor solo ed un’anima sola”
e ce lo mostrerà con la vita.
Supponiamo
ora di essere nel 1528, ai tempi di s. Girolamo.
Supponiamo
che il papa di allora, Clemente VII, avesse indirizzato a tutta
la Chiesa una
lettera con quel
progetto del Papa attuale, per la riforma della Chiesa. Girolamo
legge e rilegge quel programma: fare della Chiesa una casa e una
scuola di comunione: “Per riformare la Chiesa ci vogliono
delle comunità che vivano come i primi cristiani di
Gerusalemme: erano un cuor solo e un’anima sola...
Quelle
parole non cadono nel vuoto. Ma come fare? Lui ormai ha capito
che la sua missione sarà quella di accogliere
bambini soli, senza famiglia: li aveva incontrati prima
all’ospedale degli Incurabili, poi ne aveva raccolto un
gruppetto al suo ospedale del Bersaglio. Ma la Chiesa gli
chiedeva ora qualcosa di più. Nella preghiera lo Spirito Santo
gli fa vedere un nuovo progetto: sta nascendo un carisma nuovo
nella Chiesa e ogni carisma
porta sempre novità.
Una
parola di Dio fa breccia nel cuore di Girolamo: “Mi ha mandato
ad evangelizzare i poveri...”
Evangelizzare
è la missione della Chiesa, i poveri sono quei fanciulli.
Ha
capito: darà una casa a questi ragazzi e con loro farà
l’esperienza di una vita secondo il Vangelo, avendo davanti
come ideale la prima comunità di Gerusalemme.
E’
questa la grande novità: i ragazzi non
saranno, dunque, degli “assistiti”, ma diventeranno
protagonisti di un progetto divino.
Dice
il suo SI’, come la Vergine Maria. Lo SS farà il resto.
Prende una decisione radicale:
Il 6 febbraio 1531, davanti al notaio rinuncia a tutti i suoi
beni a favore dei nipoti, lascia la sua casa patrizia; affitta
una casa vicino alla chiesa di S. Rocco e vi trasferisce il
gruppetto di orfani che aveva raccolto al Bersaglio.
Inizia
una vita nuova: questa diventerà la casa e la scuola della
comunione. Qui nascerà una piccola Chiesa di cristiani
riformati. I due progetti: dare una casa agli orfani,
riformare la Chiesa diventano un unico intento
Entriamo
in quella casa diventata scuola di comunione. Ci
accom-pagna un suo amico che ne ha scritto una breve
biografia.
“Scelse
alcuni fanciulli incontrati mentre andavano mendicando e, presa
una bottega vicino alla chiesa di San Rocco, vi aprì una scuola
così originale che nemmeno Socrate con tutta la sua sapienza fu
mai degno di vedere. In
essa non si insegnavano le vane scienze di Platone o di
Aristotele, ma come l’uomo diventi dimora dello Spirito
santo, figlio ed erede di Dio attraverso la fede in Cristo e
l’imitazione della sua santa vita.
Aveva
chiamato alcuni maestri per insegnare ai fanciulli a fare chiodi
di ferro; anch’egli lavorava con loro in questo mestiere.
Durante il lavoro cantavano salmi, pregavano giorno e notte,
tutto era posto in comune, a disposizione di tutti. “Facevano
a gara nell’esercizio della povertà, desiderando ciascuno di
essere il più povero di tutti. Loro letto era solo un po’
di paglia e uno straccio di coperta; mangiavano pane grossolano
con acqua e per companatico frutta o legumi. Il santo di Dio
insegnava ai fanciulli il santo timor di Dio, a non considerare
nulla come proprio, a vivere insieme come fratelli, a
guadagnarsi la vita con il proprio lavoro e non mendi-cando. Ripeteva
che il mendicare non si addice ai cristiani, tranne che agli
infermi inabili a sostentarsi coi le proprie forze; insisteva
che ognuno deve mantenersi con il proprio lavoro, secondo quel
detto: “Chi non lavora, non mangi”.
A
S. Rocco Girolamo
aveva realizzato, una
vera “scuola di comunione”, come dice il Papa, dando ai
ragazzi una nuova famiglia: era un piccolo modello di Chiesa
riformata.
Qualcuno
potrebbe pensare ad una forzatura. S. Agostino scrive:
“Il
costringere le persone senza averle istruite, sia pure
allo scopo di far abbandonare un grande male e far abbracciare
un grande bene, è
un impegno più gravoso che vantaggioso”.
(S. Agostino lett. 100)
Sottolineo:
senza averle
istruite Girolamo
sapeva che bisognava dare a quei ragazzi una solida istruzione
religiosa, perché vivessero con convinzione
una vita cristiana tanto impegnativa. Li
istruiva così bene da farne poi dei “maestri”, come ci
attestano le deposizioni nei Processi di canonizzazione. I
catechismi da lui fatti preparare da un Domenicano, il p.
Reginaldo, sono dei capolavori.
III
– NOI
Cosa
dice a noi Girolamo? Ciò che ci dice il Papa: bisogna
impegnarsi a creare oggi delle scuole di comunione. E non è
necessario aprire una nuova comunità
Il Papa accenna che lo si deve fare in tutti i luoghi
dove si plasma l’uomo, il cristiano.
La
famiglia non è il primo luogo dove si forma l’uomo e il
cristiano? Poi c’è la scuola, l’oratorio, la parrocchia; ci
sono le comunità religiose: ecco le palestre dove esercitarsi
ogni giorno.
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