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Lo
scopo che si prefigge Girolamo in questa lettera lo manifesta nelle
prima parole: fa coraggio (“vi conforta") ai suoi più fedeli
discepoli che stanno attraversando un momento difficile, una prova che
mette in pericolo la vita stessa della Compagnia.
Serpeggiano
malumori, mormorazioni contro lo stesso Fondatore, inosservanze e
perfino fughe nelle opere di Milano, Bergamo, Pavia e Como. Lo stato
d’animo dei discepoli che vogliono rimanere fedeli a Girolamo
è espresso con parole molto forti. Essi si sentono:
“poverelli, tribolati, afflitti, affaticati e, in fine, da tutti
disprezzati” e, per di più, senza il sostegno della presenza di
Girolamo, che per loro resta sempre il
“tanto amato e caro padre”. Sono queste le persone che
Girolamo deve rinfrancare ed esortare a perseverare nell’amore di
Cristo e nell’osservanza della regola cristiana, cioè nella vita
evangelica.
I
suoi discepoli lo supplicano di ritornare in Lombardia al più presto.
Girolamo,
uomo di Dio, assiduo nell’orazione davanti al Crocifisso, ha visto,
davanti al suo “caro Maestro Cristo” che cosa deve fare in questa
situazione. Prende in mano la penna e scrive.
Ciò
che scrive gli esce dalle profondità dell'anima e che è diventato
vita.: una vita che tutti hanno potuto vedere e ammirare.
La
sua convinzione è che “Cristo opera in quegli strumenti che vogliono
lasciarsi guidare dallo Spirito Santo”, come aveva scritto nella
lettera del 5 luglio precedente.
E'
lo Spirito Santo che ha dato vita, per mezzo suo, alla Compagnia dei
Servi dei poveri. Scrive a tutta la nascente Compagnia: una navicella
che sembra affondare tanta è la violenza delle onde. Ma l’opera è di
Dio. E' a Dio che bisogna guardare. Fidarsi ciecamente di Lui che ha in
mano il timone e condurrà la Compagnia al porto sicuro, che “noi
chiameremo loco di pace”.
“Voglio
che tutti mi crediate questa parola: sappiate certo, certo, certo che la
mia lontananza sarà di grande onore di Dio e beneficio della
Compagnia”.
Una certezza che non può venire dall’uomo, ma dallo Spirito Santo.
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