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COSA
DICE A NOI GIROLAMO
C.
“Si fanno chiamare servi dei poveri di Cristo”
Che cosa dice a noi oggi s.
Girolamo con queste parole
Anche se nell’anagrafe
ecclesiastica è cambiato il nome, dobbiamo fare in modo che non
cambi il nostro “essere” di “Servi dei poveri”.
Vogliamo capire che cosa vuol
dire per noi oggi essere “servi dei poveri”. E’ importante
calare l’esperienza di san Girolamo nell’oggi della Chiesa e
della società, perché il carisma non è un “pezzo da museo”, ma
una realtà sempre viva, in perenne crescita.
Cominciamo dalla parola
“poveri-povertà”
1. I Documenti
recenti della Chiesa circa la povertà.
L’attualità di san Girolamo che
viene più in evidenza oggi è proprio il suo insegnamento e
l’esempio circa la povertà e il servizio dei poveri. Lo vediamo
anzitutto nei Documenti che riguardano in particolare la vita
consacrata.
Da una statistica risulta che
l’argomento della povertà e dei poveri è quello che ha il
maggior rilievo in questi Documenti. Un esempio per tutti:
In “Vita Consecrata” si parla 38
volte dei consigli evangelici in generale, 49 volte della
castità, 41 dell’obbedienza e 76 volte della povertà.
Questo sta a dirci che anche
nella vita consacrata oggi il vero termo-metro della sua
autenticità, per quanto si riferisce ai consigli evangelici, è
la comprensione e il vissuto della povertà. E così è stato
sempre nella storia della Chiesa e degli Istituti religiosi.
Questo ci fa capire quanto sia
importante per noi Somaschi riflettere (e non solo) su quelle
parole: “Si fanno chiamare servi dei poveri di Cristo”
Girolamo non ha fatto documenti:
ha definito “l’essere” dei suoi figli: “Servi dei poveri”.
“Servi”, “poveri”: sono, dunque,
parole chiavi per l’interpretazione del nostro “essere somaschi
oggi” e per capire come queste parole ci interpellano.
Il Documento “Vita Consecrata”.
Tra le grandi sfide della vita
consacrata, al primo posto figura quella della povertà. Nel n.89
la povertà è presentata come una risposta al “materialismo avido
di possesso” dei nostri tempi.
La risposta che può dare la vita
consacrata sta “nella professione della povertà evangelica
vissuta in forme diverse”.
Nel n.90 si dice che la povertà
evangelica “prima di essere un servizio per i poveri è un
valore in se stessa, in quanto richiama la prima Beatitudine
nell’imitazione del Cristo povero. Il suo primo senso, infatti,
è testimoniare Dio come vera ricchezza del cuore umano”.
In “Ripartire da Cristo” (n.36),
parlando della “fantasia della carità” c’è un invito a
riflettere”sui propri carismi e sulle proprie tradizioni, per
metterli anche al servizio della nuova frontiera
dell’evan-gelizzazione. Si tratta di farsi vicino ai poveri”.
“Riflettere sul proprio carisma
e sulle proprie tradizioni”: noi vogliamo appunto riflettere sul
nome “Servi dei poveri” che è all’origine della nostra
Congregazione, per capire che cosa questo nome significhi oggi
per poterci chiamare veri figli di san Girolamo.
2. Le nostre Costituzioni e
Regole
Diamo uno sguardo al contenuto
dei singoli numeri.
N.1 – In questo numero viene
evidenziato:
·
La nostra origine:
Compagnia dei Servi dei Poveri.
·
La scelta della
povertà in san Girolamo.
·
I discepoli che si
offrono a Cristo trascinati dal suo esempio.
·
La manifestazione
di questa offerta a Cristo nel servizio.
·
L’operare che
segue l’”essere” e lo manifesta nel nome.
N.18 – La testimonianza di
povertà della Congregazione:
·
Niente accumulo
·
Niente superfluo.
·
Niente lusso.
N. 19 – Lo spirito della povertà
come discepoli del Fondatore:
·
Si chiamavano
Servi dei poveri e lo erano realmente.
·
Rinunciavano a
tutto per condividere da poveri la vita con i poveri.
·
La scelta dei
poveri come vocazione.
Nello stesso numero sono
esplicitati i anche gesti concreti di una vita povera::
·
L’accoglienza
cordiale.
·
La preferenza per
una vita povera, modesta, umile.
·
Il lavoro.
·
L’accettazione con
cuore ilare i disagi, i rischi della povertà. (19A)
·
La ricerca delle
cose più povere. (19B)
·
La comunione dei
beni. (19C).
N.21 – Essere
fedeli al nome di “Servi dei poveri” è la nostra testimonianza
per l’evangelizzazione e attira vocazioni.
3 . Riflettiamo sulla nostra
povertà.
Come guida scegliamo il N. 16
delle Costituzioni che è il più ricco di contenuti:
N.16. Chiamati a seguire
Cristo Gesù
e ad imitare l'esempio suo e
dei suoi discepoli
che vivevano in comune,
mettiamo in comune ogni cosa,
nutrendo nel cuore ed
esprimendo con le opere
lo zelo ardente del nostro
padre san Girolamo
per il tesoro della povertà
evangelica
Ricolmi di fiducia nella
bontà del Signore
e con il cuore libero dalle
preoccupazioni terrene,
cresciamo ogni giorno nella
povertà
per partecipare ai fratelli (cf
2Cor 8,9)
le ricchezze dell'amore di
Dio
e l'aiuto della nostra
fervente carità.
3.1- Povertà è seguire
Cristo povero
Chiamati a seguire Cristo
Gesù
e ad imitare l'esempio suo e
dei suoi discepoli
E’ un invito a guardare in Alto,
dove troviamo le motivazioni di fondo della nostra povertà: le
motivazioni sono teologali. E’ il punto focale.
Subito viene in rilievo la
distinzione da una povertà socio-economica che ci porterebbe
lontano dal nostro ideale di vita e potrebbe essere sorgente di
manifestazioni devianti, che hanno causato conseguenze nefaste
nella storia della Chiesa e negli Ordini religiosi.
Un’attenzione a questo tipo di
povertà pur necessaria la potremo avere dopo aver messo a fuoco
le motivazioni teologali.
Anche di san Girolamo si dice:
“ardendo dal desiderio di seguire la via del Crocifisso e di
imitare Cristo, suo Maestro, si fece povero” (N.1).
Il suo primo passo per misurare
la serietà dell’impegno di seguire Cristo, è stato quello
di”vendere tutto”61. Anche a coloro che volevano
seguirlo chiedeva, come condizione, la stessa cosa: dovevano
fare una “donazione inter vivos” di tutto.
Questo è valido anche oggi: il
vero test dell’autenticità di vita per quanto si riferisce ai
consigli evangelici, al di là delle discussioni sull’obbedienza
e delle difficoltà in campo affettivo-sessuale continua ad
essere (come allora) la comprensione ed il vissuto sulla
povertà.62
Abbiamo spesso ascoltato dei bei
discorsi o fatto dei Documenti capitolari sulla povertà, ma
siamo poi rimasti alle parole.Non mancano però esempi di
religiosi che hanno parlato di meno, ma sono andati a vivere
con i poveri.
Ma ci chiediamo: in che cosa
consiste veramente la nostra povertà?
Cristo come modello ci fa
risalire alla sorgente della povertà che è la vita trinitaria.
Uno dei più grandi meriti
dell’Esortazione “Vita Consecrata” è stato proprio quello di
riportarci da una visione economicista e in fondo materialista
della povertà religiosa, a quella veramente sua, che è la radice
cristologico-trinitaria. Se è in Cristo, cioè, nel Verbo
Incarnato, dove dobbiamo trovare il significato del mistero
della nostra vita, ciò a cui il Padre ci ha chiamato, da dove
veniamo, dove siamo e verso dove andiamo..., è ovvio che lo è
anche il significato della vita religiosa e ciascuno dei suoi
elementi; in questo caso, la povertà.
In una sintesi quanto mai
riuscita e sintetica, l’Esortazione ci parla dunque del
significato cristologico-trinitario, profetico, ecclesiale ed
apostolico della povertà cristiana del religioso.
La povertà evangelica -dice
l’Esortazione- è un modo chiaro e concreto di vivere e
proclamare che:
“Dio è l’unica vera
ricchezza dell’uomo. Vissuta sull’esempio di Cristo (aspetto
cristologico) che da «da ricco che era, si è fatto povero» (2Cor
8,9; cf. Fil 2,6-11), diventa espressione del dono totale di
sé che le tre Persone divine (aspetto trinitario) reciprocamente
si fanno. È dono
che trabocca nella creazione e si manifesta pienamente
nell’Incarnazione del Verbo e nella sua morte redentrice (di
nuovo, l’aspetto
cristologico)” (VC 21c; cf. 22b).
In questo modo, il religioso:
“imitando la povertà di
Cristo (aspetto cristologico), lo confessa (aspetto
apostolico-profetico) Figlio che tutto riceve dal Padre e
nell’amore tutto gli restituisce (cf. Gv 17,7.10) (aspetto
trinitario)” (VC
16c).
Se non arriviamo a scoprire e
radicarci su questa base, siamo ancora fuori dal Vangelo; non
abbiamo capito niente della nostra vita Ed è da questo che
allora scaturisce il significato anche esterno, apostolico,
testimoniale e profetico della nostra povertà.
3.2- Cristo povero
In che senso Cristo ha vissuto
la povertà? E’ superficiale il fermarsi ad alcune
manifestazioni esterne della povertà di Cristo, che pure erano
reali, ma il significato e la radice della sua povertà lo si
deve cercare in qualcosa di più intimo e profondo.
Tale significato lo troviamo
spiegato in alcuni testi di Paolo:
“Conoscete la grazia del
Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero
per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua
povertà” (2Cor 8,9;
cf. 5,21).
Affermazione lungamente
descritta nell’inno cristologico della lettera ai Filippesi:
“Abbiate in voi gli stessi
sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di
natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza
con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò
se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di
croce” (Flp 2,5-8).
La povertà fondamentale di
Cristo, che è alla base di tutte le eventuali manifestazioni
esterne, è questo annientamento, svuota-mento (ekénosen),
spogliamento, impoverimento; in una parola, l’Incarnazione.
In effetti, questa povertà
fondamentale consiste nella rinuncia volontaria, per amore al
Padre e agli uomini diventati suoi fratelli di carne, alla
situazione divina precedente e alle sue prerogative: l’essersi
fatto come noi, e dunque “povero”, limitato.
Sintetizzando, dietro le
manifestazioni esterne di povertà, appare la sua povertà di
fondo: si è fatto come noi per farci come Lui.63. E
la ragione di questo impoverimento (l’Incarnazione) è la sua
obbedienza al Padre 64 Uomo con gli uomini: ecco la
povertà di Cristo. Farsi “poveri” con i poveri: ecco la nostra
povertà. Perciò Girolamo diceva: “Con questi miei fratelli
voglio vivere e morire”.
Ma Cristo non si è fermato qui
3.3 - Cristo “servo”
Paolo alla povertà di Cristo
nell’Incarnazione, “divenendo simile agli uomini” aggiunge
un’altra parola e dice: “spogliò se stesso, assu-mendo la
condizione di “servo”.
Questa parola non può sfuggire
all’attenzione di un Somasco, come certamente non è sfuggita
all’attenzione di Girolamo, cos’ desideroso di imitare fino in
fondo “con tutte le sue forze” il suo “caro Maestro Cristo”.
L’imitazione di Cristo non si
può fermare a farci poveri con i poveri “con loro condividendo
la nostra vita” (n.19), come Gesù non si è accontentato di
condividere la povertà della natura umana, ma si è fatto
“servo”. Cioè è sceso un gradino più in basso, secondo la
profezia di Isaia:
Ecco il mio servo....
Come molti si stupiscono di
lui,
tanto era sfigurato
per essere d’uomo il suo
aspetto
e diversa la sua forma
da quella dei figli
dell’uomo”
(52,13-14).
Ciò che è successo sul Calvario
ha davvero del paradossale. “Davanti alle tante situazioni di
dolore personali, comunitarie, sociali, dal cuore delle singole
persone,,,può riecheggiare il grido di Gesù in croce:”Perché mi
hai abbandonato?”In quel grido rivolta al Padre Gesù fa capire
che la sua solidarietà con l’umanità si è fatta così radicale da
penetrare, condividere e assumere ogni negativo, fino alla
morte, frutto del peccato. Per riportare all’uomo il volto del
Padre, Gesù ha dovuto non soltanto assumere il volto dell’uomo,
ma caricarsi persino del volto del peccato”.65
Nessun uomo potrà mai dire di
essere più povero di Lui, che, per amore, ha accettato di
“perdere” anche la ricchezza più grande: il rapporto filiale con
il Padre, chiamandolo “Dio”.
Tutto questo era già in
programma. Infatti dovendo scegliere un nome, ha scelto quello
di “servo”; “Io sono in mezzo a voi come colui che serve” (Lc
22,27), “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma
per servire e dare la propria vikta per il riscatto di molti” (Mc
10,45).
Dopo aver lavato i piedi agli
Apostoli ha detto: “Se dunque io il Signore e Maestro ho lavato
i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi a vicenda” (Gv
13,14). E la lavanda dei piedi era l’icona di tutto il programma
della sua vita ed ha voluto che fosse anche il programma non di
alcuni “scelti” ma di tutti i battezzati: “Chi vuol essere il
primo tra voi sarà il servo di tutti” (Mc 10,44).
Per questo Girolamo ha voluto
ripetere anche il gesto della lavanda dei piedi ai suoi
orfanelli e poi ha dato il nome alla Compagnia “Servi dei
poveri”. Per questo “Servi”, prima che esprimere la missione,
vuole essere un atteggiamento dell’ anima: 2Abbiate in voi i
sentimenti che furono in Cristo Gesù”.
Se questo vale per tutti i
battezzati, il Somasco ha un motivo in più per avere questa
qualifica di “servo”, “chiamati a seguire Cristo Gesù” secondo
l’esempio e la consegna che ci ha lasciato il Santo Fondatore:
“Seguite la via del Crocifisso”
2. “Con il cuore libero
dalle preoccupazioni terrene
cresciamo ogni giorno
nella povertà” (N.16).
Per arrivare a quel “vuoto” è
necessario anche un cammino ascetico di purificazione del nostro
cuore da ogni altra preoccupazione che non sia Cristo, scelto
come l’unico tesoro della nostra vita.
E’ l’impegno quotidiano, che
durerà tutta la vita, ma che ci farà crescere in questa
disponibilità nell’accogliere l’amore di Dio e nella donazione
senza riserve ai poveri.
I Monita così si esprimono:
“Se l’animo nostro sarà di nuovo invaso dall’affetto dei
genitori, dei congiunti, degli amici, della roba e di altre cose
simili, alle quali abbiamo già rinunciato per seguire nudi il
nudo Crocifisso, saremo ritenuti indegni della visione di Cristo
e perciò anche del Regno celeste”. (n.365).
3.”Per partecipare ai
fratelli
le ricchezze dell’amore di
Dio”
(N.16).
Ora è chiaro il significato di
questa espressione. La vera ricchezza è l’amore di Dio, che
scaturisce dalla SS.Trinità e che dal Cristo Crocifisso “è stato
riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è
stato dato” (Rm 5,5).
E’ questa la vera ricchezza che
siamo chiamati a condividere con i poveri. Da questa ricchezza
sgorgherà spontaneamente “l’aiuto della nostra fervente carità”,
cioè i gesti concreti dell’amore.
4.“L’aiuto della nostra
fervente carità” (N.16)
La povertà significa anche
“condivisione dei beni” Ricordiamo che l’ideale della
comunità di Gerusalemme, paradigma di povertà cristiana, non fu
la mancanza di beni, ma la condivisione di quello che c’era (cf.
At 2,42-47; 4,32; 5,16). Per il cristiano, infatti, i beni non
sono un male, ma un bene da condividere, un mezzo per vivere ed
esprimere la comunione.
Per noi questo significherà un
doppio tipo di condivisione ed un doppio tipo di beni: 1) una
condivisione all’interno della comunità, tra i suoi membri,
cioè, la vita fraterna e verso l’esterno, cioè, la missione
apostolica ; 2) e due tipi di beni: quelli materiali ed umani, e
quelli spirituali. Ognuno dà ciò che può dare, accoglie l’altro
così come è ed è disposto a ricevere. La vita fraterna 66e
la missione specifica non sono dunque altro che manifestazioni
della povertà evangelica.
Riguardo, poi, alla povertà
esterna, essa diventa secondaria e inevitabile, allo stesso
tempo. Secondaria, perché l’importante è la povertà interiore;
inevitabile, perché l’uomo è una realtà unica e, quindi, la
semplicità di vita e l’austerità diventano un aiuto
impre-scindibile per rendere possibile e credibile la povertà
interna. Ecco perché, nonostante la sua secondarietà, essa è il
banco di prova (lo dimostra la storia!) della povertà interna e
teologica. Quando si è poveri non può non riflettersi su quanto
si ha. Sebbene, per quanto si riferisce agli aspetti più
esteriori e materiali, bisognerà aver presente:
1 - il
momento storico in cui si vive,
2 - il
luogo o società in cui ci si trova,
3 - e il
carisma e la missione da portare a termine.
Ciò che può essere austero in
un’epoca, in un luogo o secondo un carisma, può non esserlo in
un altro o per un altro. La fedeltà creativa alle proprie radici
vocazionali (cf. VC 36-37) e l’attenzione vigilante e critica ai
segni dei tempi (cf. VC 87-92), ci diranno come va capito e
vissuto.
Concludiamo con un testo
costituzionale:
“Se con l’aiuto divino
ci conserveremo fedeli alla
nostra vocazione
di servi dei poveri di Cristo,
offriremo al mondo una
testimonianza preziosa
e molti saranno attratti alle
nostre opere” (n.21)
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