i Giovani con i Padri Somaschi     

 

S. Girolamo

di Felice Beneo

Sesta lettera di S. Girolamo.
L
'offerta a Cristo 
 
     
    

PARTE PRIMA
COMMENTO

Testo della sesta lettera  
Presentazione e i fatti all'origine della lettera   
L'esperienza del Dio giusto e misericordioso  
L'offerta di sé a Cristo nella Compagnia
Il contenuto dell'offerta di sé a Cristo
Contemplare le piaghe di Cristo 
La preghiera davanti al Crocifisso
S. Girolamo alla scuola di Gesù Crocifisso
PARTE SECONDA
COSA DICE A NOI GIROLAMO
Sono in casa sua
Mangiano il suo pane
Si fanno chiamare servi dei poveri di Cristo

COSA DICE A NOI GIROLAMO


 

C. “Si fanno chiamare servi dei poveri di Cristo”

 

Che cosa dice a noi oggi s. Girolamo con queste parole

 

Anche se nell’anagrafe ecclesiastica è cambiato il nome, dobbiamo fare in modo che non cambi il nostro “essere” di “Servi dei poveri”.

Vogliamo capire  che cosa vuol dire per noi oggi essere “servi dei poveri”. E’ importante  calare l’esperienza  di san Girolamo nell’oggi della Chiesa e della società, perché il carisma  non è un “pezzo da museo”, ma una realtà sempre viva, in perenne crescita.

Cominciamo dalla parola “poveri-povertà”

 

1. I Documenti recenti della Chiesa  circa la povertà.

 

L’attualità di san Girolamo che viene più in evidenza oggi è proprio il suo insegnamento e l’esempio circa la povertà e il servizio dei poveri. Lo vediamo anzitutto nei Documenti che riguardano in particolare la vita consacrata.

Da una statistica  risulta che l’argomento della povertà e dei poveri è quello che ha il maggior rilievo in questi Documenti. Un esempio per tutti:

In “Vita Consecrata” si parla 38 volte dei consigli evangelici in generale, 49 volte della castità, 41 dell’obbedienza e 76 volte della povertà.

Questo sta a dirci che anche nella vita consacrata oggi il vero termo-metro della sua autenticità, per quanto si riferisce ai consigli evangelici, è la comprensione e il vissuto della povertà. E così è stato sempre nella storia della Chiesa e degli Istituti religiosi.

Questo ci fa capire quanto sia importante  per noi Somaschi riflettere (e non solo) su quelle parole: “Si fanno chiamare servi dei poveri di Cristo”

Girolamo non ha fatto documenti: ha definito  “l’essere” dei suoi figli: “Servi dei poveri”.

“Servi”, “poveri”: sono, dunque, parole chiavi per l’interpretazione  del nostro “essere somaschi oggi” e per capire come queste parole ci interpellano.

Il Documento “Vita Consecrata”.

Tra le grandi sfide della vita consacrata, al primo posto figura quella della povertà. Nel n.89 la povertà è presentata come una risposta al “materialismo avido di possesso” dei nostri tempi.

La risposta che può dare la vita consacrata sta “nella professione della povertà evangelica vissuta in forme diverse”.

Nel n.90 si dice che la povertà evangelica  “prima di essere un servizio per i poveri è un valore in se stessa, in quanto richiama la prima Beatitudine nell’imitazione del Cristo povero. Il suo primo senso, infatti, è testimoniare Dio come vera ricchezza del cuore umano”.

In “Ripartire da Cristo” (n.36), parlando della “fantasia della carità” c’è un invito a riflettere”sui propri carismi e sulle proprie tradizioni, per metterli anche al servizio della nuova frontiera dell’evan-gelizzazione. Si tratta di farsi vicino ai poveri”.

“Riflettere sul proprio carisma e sulle proprie tradizioni”: noi vogliamo appunto riflettere sul nome “Servi dei poveri” che è all’origine della nostra Congregazione, per capire che cosa questo nome significhi oggi per poterci  chiamare veri figli di san Girolamo.

 

2. Le nostre Costituzioni e Regole

 

Diamo uno sguardo al contenuto dei singoli numeri.

N.1 – In questo numero viene evidenziato:

·                     La nostra origine: Compagnia dei Servi dei Poveri.

·                     La scelta della povertà in san Girolamo.

·                     I discepoli che si offrono a Cristo trascinati dal suo esempio.

·                     La manifestazione di questa offerta a Cristo nel servizio.

·                     L’operare che segue l’”essere” e lo manifesta nel nome.

 

N.18 – La testimonianza di povertà della Congregazione:

·                     Niente accumulo

·                     Niente superfluo.

·                     Niente lusso.

 

N. 19 – Lo spirito della povertà come discepoli del Fondatore:

·                     Si chiamavano Servi dei poveri e lo erano realmente.

·                     Rinunciavano a tutto per condividere da poveri la vita con i poveri.

·                     La scelta dei poveri come vocazione.

 

Nello stesso numero sono esplicitati i anche gesti concreti di una vita povera::

·                     L’accoglienza cordiale.

·                     La preferenza per una vita povera, modesta, umile.

·                     Il lavoro.

·                     L’accettazione con cuore ilare i disagi, i rischi della povertà. (19A)

·                     La ricerca delle cose più povere. (19B)

·                     La comunione dei beni. (19C).

 

N.21 – Essere fedeli al nome di “Servi dei poveri” è la nostra testimonianza per l’evangelizzazione e attira vocazioni.

 

 

3 . Riflettiamo sulla nostra povertà.

 

Come guida  scegliamo il N. 16 delle Costituzioni che è il più ricco di contenuti:

 

N.16. Chiamati a seguire Cristo Gesù

e ad imitare l'esempio suo e dei suoi discepoli

che vivevano in comune,

mettiamo in comune ogni cosa,

 nutrendo nel cuore ed esprimendo con le opere

lo zelo ardente del nostro padre san Girolamo

per il tesoro della povertà evangelica

Ricolmi di fiducia nella bontà del Signore

e con il cuore libero dalle preoccupazioni terrene,

cresciamo ogni giorno nella povertà

per partecipare ai fratelli (cf 2Cor 8,9)

le ricchezze dell'amore di Dio

e l'aiuto della nostra fervente carità.

 

3.1- Povertà è seguire Cristo povero

 

Chiamati a seguire Cristo Gesù

e ad imitare l'esempio suo e dei suoi discepoli

 

E’ un invito a guardare in Alto, dove troviamo le motivazioni di fondo della nostra povertà: le motivazioni sono teologali. E’ il punto focale.

Subito viene in rilievo la distinzione da una povertà socio-economica che ci porterebbe lontano dal nostro ideale di vita e potrebbe essere sorgente di manifestazioni devianti, che hanno causato conseguenze nefaste nella storia della Chiesa e negli Ordini religiosi.

Un’attenzione a questo tipo di povertà pur necessaria la potremo avere dopo aver messo a fuoco le motivazioni teologali.

 

Anche di san Girolamo si dice: “ardendo dal desiderio di seguire la via del Crocifisso e di imitare Cristo, suo Maestro, si fece povero” (N.1).

 

Il suo primo passo per misurare la serietà dell’impegno di seguire Cristo, è stato quello di”vendere tutto”61. Anche a coloro che  volevano seguirlo chiedeva, come condizione, la stessa cosa: dovevano fare  una “donazione inter vivos” di tutto.

Questo è valido anche oggi: il vero test dell’autenticità di vita per quanto si riferisce ai consigli evangelici, al di là delle discussioni sull’obbedienza e delle difficoltà in campo affettivo-sessuale continua ad essere (come allora) la comprensione ed il vissuto sulla povertà.62

Abbiamo spesso ascoltato dei bei discorsi o fatto dei Documenti capitolari sulla povertà, ma siamo poi rimasti alle parole.Non mancano però esempi di religiosi che  hanno parlato di meno, ma sono andati a vivere con i poveri.

 

Ma ci chiediamo: in che cosa consiste veramente la nostra povertà?

Cristo come modello ci fa risalire alla sorgente della povertà che è la vita trinitaria.

Uno dei più grandi meriti dell’Esortazione “Vita Consecrata” è stato proprio quello di riportarci da una visione economicista e in fondo materialista della povertà religiosa, a quella veramente sua, che è la radice cristologico-trinitaria. Se è in Cristo, cioè, nel Verbo Incarnato, dove dobbiamo trovare il significato del mistero della nostra vita, ciò a cui il Padre ci ha chiamato, da dove veniamo, dove siamo e verso dove andiamo..., è ovvio che lo è anche il significato della vita religiosa e ciascuno dei suoi elementi; in questo caso, la povertà.

In una sintesi quanto mai riuscita e sintetica, l’Esortazione ci parla dunque del significato cristologico-trinitario, profetico, ecclesiale ed apostolico della povertà cristiana del religioso.

 

La povertà evangelica  -dice l’Esortazione- è un modo chiaro e concreto di vivere e proclamare che:

“Dio è l’unica vera ricchezza dell’uomo. Vissuta sull’esempio di Cristo (aspetto cristologico) che da «da ricco che era, si è fatto povero» (2Cor 8,9; cf. Fil 2,6-11), diventa espressione del dono totale di sé che le tre Persone divine (aspetto trinitario) reciprocamente si fanno. È dono che trabocca nella creazione e si manifesta pienamente nell’Incarnazione del Verbo e nella sua morte redentrice (di  nuovo, l’aspetto cristologico)” (VC 21c; cf. 22b).

In questo modo, il religioso:

“imitando la povertà di Cristo (aspetto cristologico), lo confessa (aspetto apostolico-profetico) Figlio che tutto riceve dal Padre e nell’amore tutto gli restituisce (cf. Gv 17,7.10) (aspetto trinitario)” (VC 16c).

 

Se non arriviamo a scoprire e radicarci su questa base, siamo ancora fuori dal Vangelo; non abbiamo capito niente della nostra vita Ed è da questo che allora scaturisce il significato anche esterno, apostolico, testimoniale e profetico della nostra povertà.

 

3.2- Cristo povero

 

In che senso Cristo ha vissuto la povertà?  E’ superficiale il fermarsi ad alcune manifestazioni esterne della povertà di Cristo, che pure erano reali, ma il significato e la radice della sua povertà lo si deve cercare  in qualcosa di più intimo e profondo.

Tale significato  lo troviamo spiegato in alcuni testi di Paolo:

“Conoscete la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2Cor 8,9; cf. 5,21).

 

Affermazione lungamente descritta nell’inno cristologico della lettera ai Filippesi:

 

“Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Flp 2,5-8).

 

La povertà fondamentale di Cristo, che è alla base di tutte le eventuali manifestazioni esterne, è questo annientamento, svuota-mento (ekénosen), spogliamento, impoverimento; in una parola, l’Incarnazione.

In effetti, questa povertà fondamentale consiste nella rinuncia volontaria, per amore al Padre e agli uomini diventati suoi fratelli di carne, alla situazione divina precedente e alle sue prerogative: l’essersi fatto come noi, e dunque “povero”, limitato.

 

Sintetizzando, dietro le manifestazioni esterne di povertà, appare la sua povertà di fondo: si è fatto come noi per farci come Lui.63. E la ragione di questo impoverimento (l’Incarnazione) è la sua obbedienza al Padre  64 Uomo con gli uomini: ecco la povertà di Cristo.  Farsi “poveri” con i poveri: ecco la nostra povertà. Perciò Girolamo diceva: “Con questi  miei fratelli voglio vivere e morire”.

Ma Cristo non si è fermato qui

 

3.3 - Cristo “servo”

 

Paolo alla povertà di Cristo nell’Incarnazione, “divenendo simile agli uomini” aggiunge un’altra parola e dice: “spogliò se stesso, assu-mendo la condizione di “servo”.

Questa parola non può sfuggire all’attenzione di un Somasco, come certamente non è sfuggita all’attenzione di Girolamo, cos’ desideroso di imitare fino in fondo “con tutte le sue forze” il suo “caro Maestro Cristo”.

L’imitazione di Cristo non si può fermare a farci poveri con i poveri “con loro condividendo la nostra vita” (n.19), come Gesù non si è accontentato di condividere la povertà della natura umana, ma si è fatto “servo”.  Cioè è sceso un gradino più in basso, secondo la profezia di Isaia:

Ecco il mio servo....

Come molti si stupiscono di lui,

tanto era sfigurato

per essere d’uomo il suo aspetto

e diversa la sua forma

da quella dei figli dell’uomo” (52,13-14).

Ciò che è successo sul Calvario ha davvero del paradossale.  “Davanti alle tante situazioni di dolore personali, comunitarie, sociali, dal cuore delle singole persone,,,può riecheggiare il grido di Gesù in croce:”Perché mi hai abbandonato?”In quel grido rivolta al Padre Gesù fa capire che la sua solidarietà con l’umanità si è fatta così radicale da penetrare,  condividere e assumere ogni negativo, fino alla morte, frutto del peccato. Per riportare all’uomo il volto del Padre, Gesù ha dovuto non soltanto assumere il volto dell’uomo, ma caricarsi persino del volto del peccato”.65

Nessun uomo potrà mai dire di essere più povero di Lui, che, per amore, ha accettato di “perdere” anche la ricchezza più grande: il rapporto filiale con il Padre, chiamandolo “Dio”.

Tutto questo era già in programma. Infatti dovendo scegliere un nome, ha scelto quello di “servo”; “Io sono in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,27), “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e  dare la propria vikta per il riscatto di molti” (Mc 10,45).

Dopo aver lavato i piedi agli Apostoli ha detto: “Se dunque io il Signore e Maestro ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi a vicenda” (Gv 13,14). E la lavanda dei piedi era l’icona di tutto il programma della sua vita ed ha voluto che fosse anche il programma non di alcuni “scelti” ma di tutti i battezzati: “Chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti” (Mc 10,44).

Per questo Girolamo ha voluto ripetere anche il gesto della lavanda dei piedi ai suoi orfanelli e poi ha dato il nome alla Compagnia “Servi dei poveri”. Per questo “Servi”, prima che esprimere la missione, vuole essere un atteggiamento dell’ anima: 2Abbiate in voi i sentimenti che furono in Cristo Gesù”.

Se questo vale per tutti i battezzati, il Somasco ha un motivo in più per avere questa qualifica di “servo”, “chiamati a seguire Cristo Gesù” secondo l’esempio e la consegna che ci ha lasciato il Santo Fondatore: “Seguite la via del Crocifisso”

  

 

2. “Con il cuore libero dalle preoccupazioni terrene

cresciamo ogni giorno nella povertà” (N.16).

 

Per arrivare a quel “vuoto” è necessario anche un cammino ascetico di purificazione del nostro cuore da ogni altra preoccupazione che non sia Cristo, scelto come l’unico tesoro della nostra vita.

E’ l’impegno quotidiano, che durerà tutta la vita, ma che ci farà crescere in questa disponibilità nell’accogliere l’amore di Dio e nella donazione senza riserve ai poveri.

I Monita così si esprimono: “Se l’animo nostro sarà di nuovo invaso dall’affetto dei genitori, dei congiunti, degli amici, della roba e di altre cose simili, alle quali abbiamo già rinunciato per seguire nudi il nudo Crocifisso, saremo ritenuti indegni della visione di Cristo e perciò anche del Regno celeste”. (n.365).

  

 

3.”Per partecipare ai fratelli

le ricchezze dell’amore di Dio (N.16).

 

Ora è chiaro il significato di questa espressione. La vera ricchezza è l’amore di Dio, che scaturisce dalla SS.Trinità e che dal Cristo Crocifisso “è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato” (Rm 5,5).

E’ questa la vera ricchezza che siamo chiamati a condividere con i poveri. Da questa ricchezza sgorgherà spontaneamente “l’aiuto della nostra fervente carità”, cioè i gesti concreti dell’amore.

 

 

4.“L’aiuto della nostra fervente carità (N.16)

 

La povertà significa  anche “condivisione dei beni” Ricordiamo che l’ideale della comunità di Gerusalemme, paradigma di povertà cristiana, non fu la mancanza di beni, ma la condivisione di quello che c’era (cf. At 2,42-47; 4,32; 5,16). Per il cristiano, infatti, i beni non sono un male, ma un bene da condividere, un mezzo per vivere ed esprimere la comunione.

 

Per noi questo significherà un doppio tipo di condivisione ed un doppio tipo di beni: 1) una condivisione all’interno della comunità, tra i suoi membri, cioè, la vita fraterna  e verso l’esterno, cioè, la missione apostolica ; 2) e due tipi di beni: quelli materiali ed umani, e quelli spirituali. Ognuno dà ciò che può dare, accoglie l’altro così come è ed è disposto a ricevere. La vita fraterna 66e la missione specifica non sono dunque altro che manifestazioni della povertà evangelica.

 

Riguardo, poi, alla povertà esterna, essa diventa secondaria e inevitabile, allo stesso tempo. Secondaria, perché l’importante è la povertà interiore; inevitabile, perché l’uomo è una realtà unica e, quindi, la semplicità di vita e l’austerità diventano un aiuto impre-scindibile per rendere possibile e credibile la povertà interna. Ecco perché, nonostante la sua secondarietà, essa è il banco di prova (lo dimostra la storia!) della povertà interna e teologica. Quando si è poveri non può non riflettersi su quanto si ha. Sebbene, per quanto si riferisce agli aspetti più esteriori e materiali, bisognerà aver presente:

1 - il momento storico in cui si vive,

2 - il luogo o società in cui ci si trova,

3 - e il carisma e la missione da portare a termine.

Ciò che può essere austero in un’epoca, in un luogo o secondo un carisma, può non esserlo in un altro o per un altro. La fedeltà creativa alle proprie radici vocazionali (cf. VC 36-37) e l’attenzione vigilante e critica ai segni dei tempi (cf. VC 87-92), ci diranno come va capito e vissuto.

 

Concludiamo con un testo costituzionale:

“Se con l’aiuto divino

ci conserveremo fedeli alla nostra vocazione

di servi dei poveri di Cristo,

offriremo al mondo una testimonianza preziosa

e molti saranno attratti alle nostre opere” (n.21)