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INTRODUZIONE
Presentazione
“L’amore
del prossimo che infiammava Girolamo ha fatto esplodere dal suo
cuore questa lettera, quasi alla vigilia -
possiamo dire – della sua ultima sera. In queste accorate
raccomandazioni si sente vibrare tutta l’anima del servo di Dio,
così piena di sollecitudine e di amore per coloro che Dio aveva
affidato a lui, per gli orfani di cui era padre, per i
confratelli di cui era capo e maestro. L’amore traspare da ogni
sua parola, l’amore di Dio e del prossimo tutto la penetrava,
come il fuoco penetra il ferro incandescente... A questi
infedeli servi dei poveri siamo debitori delle pagine più
appassionate ed affascinanti del nostro Santo Fondatore”.
3
Queste espressioni dovrebbero essere la scintilla
che fa accendere in ciascuno di noi il desiderio di riflettere
su questa Lettera, di meditarla, per scoprirne tutte le
ricchezze così tenere sempre acceso in noi “il fuoco dello
Spirito” che ardeva nel suo cuore.
I fatti che stanno
all’origine di questa Lettera.
Ludovico
Viscardi4
era uno dei “Gubernatores dell’opera della Maddalena in Bergamo.
Era un commerciante e faceva anche il notaio, aveva una sua
famiglia; tuttavia doveva essere uno di quei laici che, pur
rimanendo nel mondo, erano stati affascinati da Girolamo, ed
aveva preso a cuore l’opera della Maddalena, forse dietro suo
consiglio. Sappiamo che anche la III lettera è indirizzata a
lui. In tutte e due gli affida il compito di correggere gli
erranti.
Aveva informato il p.Barili dei disordini successi per colpa di
alcuni “Servi dei poveri”. Girolamo, assente il Barili, legge
la lettera e risponde immediatamente. E’ l’11 gennaio 1537,
vent’otto giorni prima della sua morte.
Dalla risposta veniamo a conoscere i responsabili degli
scandali: Martino, Job il dispensiere, Giovanni l’infermiere,
Bernardino, il “somier”, l’infermiere e perfino il commesso. Si
tratta di persone che godevano di una certa stima ed avevano
posti di responsabilità nell’opera, come il commesso.5
Girolamo elenca le diverse mancanze:
-
ricerca di una vita comoda
-
attaccamento al denaro
-
rapporti non limpidi con donne
-
insubordinazione
-
inosservanza delle “buone usanze”.
Sembra di leggere la I ai Corinzi (5,33), dove Paolo elenca gli
scandali che avvenivano nella comunità: fornicazione, avarizia,
ido-latria, maldicenza, ubriachezze, furti.
Se vogliamo risalire all’origine di questi fatti gravi, dobbiamo
rifarci ad un documento importante che è “Il libro delle
proposte” (Man.30)6.
Si tratta del “verbale” del capitolo di Brescia del 4 giugno
1536. Nel documento leggiamo: “Messere prete Agostino grida:
poca mortificazione, poca cura delle anime, poca vigilanza”.
E più avanti: “Perché si vede per
esperienza che quasi in tutti gli ospedali ci sono molte
disobbedienze e disordini, talmente che le persone ne restano
scandalizzate e mal edificate; e vedendo che questo parte dai
commessi che sono indiscreti e che non hanno zelo delle anime e
poca cura di se stessi ed anche questo avviene perché quelli
che fanno questi tali disordini non sono fermi nelle opere,
pertanto el si propone che i commessi vogliano meglio aver
cura prima di se stessi e poi degli affidati alla loro custodia,
e che si faccia diligente scrutinio di tutti quelli che si
trovano in casa, e quelli che sono di disturbo e non si riesce
a quietarli per nessun motivo, si veda di trovargli altra via, o
di darli a star con altri, o altra miglior via che sia sua
salute”.
“E quelli che sono di disturbo”: non si dice chi, ma nella
lettera del 14 giugno 1536, scrivendo al Viscardi, Girolamo fa
qualche nome:
“Molto mi dolgo di messer prete Zanon; avrei
molto piacere che egli fosse avvisato e pregato per l'amore di
Dio che resistesse a questa tentazione e beato lui se sarà detto
ogni male di lui con bugia...” (III,12).
“Prete Zanon” era il confessore delle Convertite di Bergamo: un
compito molto delicato.
“Non so dir altro di Romiero e Martino, se non che i
discepoli sono secondo il maestro....” (III,24).
“Quanto ad Ambone....state attento a non
risparmiare di dargli la punizione ogni volta che egli parla
come prima...” (III,25).
“Non vi fidate di Bernardino...” (III,28). Non sappiamo
nulla di lui. Potrebbe essere quello compreso nell’elenco dei
partecipanti al “ridotto” di Brescia del 4 giugno 1536. Girolamo
doveva essere intervenuto personalmente per richiamarlo sulla
retta via, minacciando anche i castighi di Dio se non si fosse
emendato. Ed il castigo forse era arrivato, se nella VI lettera
Girolamo stesso scriverà: “ ...e sono stato cattivo profeta,
benché abbia profetiz-zato il vero” (VI,3).
“Quanto a messer Giovanni non bisogna parlargli
con lettere morte, come le mie lettere, ma bisogna pregar per
lui e parlargli a viva voce le parole di vita”
(III,29).
Nei mesi seguenti, da giugno a dicembre del 1536, lo scandalo
si è allargato ed ha provocato il forte intervento dell’11
gennaio seguente da parte di Girolamo.
Questi i fatti che hanno amareggiato i suoi ultimi mesi di vita
ed in particolare gli ultimi giorni. Girolamo morirà l’8
febbraio, senza, forse, aver potuto vedere la”conversione” di
quei Servi dei poveri.
Ma in questa dolorosa vicenda, c’è stato anche un aspetto
positivo: il “dono” per noi della VI lettera, che ci permette
una conoscenza più profonda della vita intima del nostro Santo.
Situazioni di questo genere non si possono affrontare con
“lettere morte” ma solo con “parole di vita”, (III. 29). Cioè
con parole spontanee, frutto di una esperienza di vita: ecco ciò
che è per noi la VI lettera: “parole di vita”.
3 G.LANDINI,
S.GIROLAMO MIANI, Curia generalizia, Roma, 1945, pg. 238
5 Il
commesso era, con il sacerdote, il responsabile primo
dell’opera
6 Il
Manosctitto 30 è conservato nell’Archivio di Somasca ed
è stato pubblicato in FONTI PER LA STORIA DEI SOMASCHI,
N.4
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