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Forse
conoscerete il curioso detto di Mark Twain: "Il Paradiso lo
preferisco per il clima, l’Inferno per la compagnia". Non si
tratta solo di una semplice battuta sulla quale sorridere e fermarsi
lì. Queste parole esprimono le idee storte e, senza offesa, sciocche
che oggi molti (cristiani compresi) hanno sul Paradiso. Superficialità,
barzellette e spots hanno reso il luogo più desiderabile per eccellenza
un’improbabile zona fra le nuvole abitata da santi barbuti e
angioletti dove regna eterna la frivolezza e la monotonia. Ridiamone
pure, ma senza credere che sia davvero così. Chi mai preferirebbe una
sorte così opaca alla nostra cara valle di lacrime dove non si piange
poi tanto malvolentieri?
Cosa sappiamo di più accettabile sul Paradiso? Poco,
certo, san Giovanni ammette che "ciò che saremo non è stato
ancora rivelato" (1 Giov. 3,2). Qualcosa di bello però la possiamo
ricavare: innanzitutto che esiste; Gesù ce ne ha parlato molte volte
con sicurezza (ricordate, per esempio, la promessa al buon ladrone?).
Non solo, ma che non si tratterà di un impalpabile regno dello spirito;
anche cielo e terra, rinnovati, vi avranno parte e quindi la natura, la
bellezza, i colori. Noi vi saremo presenti non solo con l’anima
perché anche il nostro corpo, ormai vestito d’immortalità,
parteciperà della gloria. Ci sarà insomma tutta la nostra
personalità, con i suoi talenti finalmente realizzati. E Dio sarà
tutto in tutti, noi partecipi dell’amore della Trinità. Il Paradiso
non sarà un luogo fisico, ma Dio stesso.
Un Paradiso così diventa, credo, più appetibile e vale la pena
allora ampliare la nostra visuale della vita e includervi oltre al
presente anche l’eternità, come quella casa che si costruisce di qua
e si abita di là.
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