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"Se potessi vivere di nuovo la mia vita. Nella prossima cercherei di commettere più errori. Non cercherei di essere
così perfetto, mi rilasserei di più... Correrei più rischi, farei più viaggi, contemplerei più tramonti.”
La scoperta di queste parole, tratte da una poesia-testamento di Borges ultraottantenne, ha
avuto degli effetti sulla mia vita. E’ stato come levarsi un paio di pesanti occhiali e scoprire che
il mondo intorno era più colorato di come mi appariva. Più colorato e più semplice. Vi voglio
riferire quello che mi è parso di capire perché credo abbia un valore pienamente cristiano.
Prima di tutto che per vivere felici non bisogna essere perfezionisti. Certo, far bene le cose, da
persone serie e affidabili, ma senza pignoleria. C’è una grigia patina che spesso intristisce
l’esistenza (credo non solo mia) conferendo una penosa gravità ad ogni azione, drammatizzando
gli eventi, impuntandosi sulle parole. La felicità invece richiede una certa distensione che fa
diventare tutto più semplice, più trattabile. Mi viene incontro addirittura il Qoelet che dice: “Non essere
troppo scrupoloso, né saggio oltre misura. Perché vuoi rovinarti?” (7,16), ma anche quest’altra frase è
incoraggiante: “La saggezza consiste nel sapere quando si può evitare la perfezione” (Horowitz).
Il secondo messaggio che mi è pervenuto è quello di saper rischiare. Senza paura di commettere errori,
anzi considerandoli come i più fedeli compagni della mia vita. Com’è diverso vivere così, senza l’ansia di
sfigurare di fronte agli altri, di disturbare, di perdere tempo, di essere inferiori... Allora diventa possibile
osare di più, tentare vie nuove, credere maggiormente in noi stessi. Non solo, diventa più facile credere in
Dio, perché anche la fede ha bisogno di spiriti temerari.
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