In
S. Girolamo il servizio è il frutto di tutta una vita che precede: non
si può veramente servire se non si è scoperto nel Crocifisso l'amore
di Dio per noi e se questo amore non è vissuto scambievolmente dalla
"compagnia", dalla comunità.
In quanto frutto il servizio porterà con sé anche le caratteristiche
della "pianta" da cui è nato e quindi non potrà essere
semplicemente un "fare delle cose in aiuto di chi ha bisogno".
È qualcosa di più perché il servizio per S. Girolamo ha il sapore
della "compagnia", dell'amore reciproco: il povero non è
soltanto uno che ha una necessità ma è mio fratello: "Con questi
miei fratelli - diceva riferendosi agli orfani che serviva - io voglio
vivere e morire". Quindi l'obbiettivo del servizio è rendere chi
si serve propri fratelli, capaci di ricambiare l'amore. Il primo passo
di ciò sta nell'avere lo stesso "sangue" del fratello, cioè
di condividerne la vita, immedesimandosi con loro, mettendosi nei loro
panni.
Da
quanto abbiamo capito il primo strumento per il servizio è la propria
capacità di rapporto che non dobbiamo mai dare per scontato.
Ipotizziamo il caso di trovarci a parlare con una persona dicendogli
delle cose che sentiamo importanti. Stai parlando e l'altro interviene:
- magari non ti ha neppure fatto concludere
- dà una risposta che non c'entra
- fa una domanda la cui risposta era già contenuta in quanto si era
detto
- incomincia a parlare di cose sue sorvolando quanto avevamo detto.
In
una situazione come questa sicuramente non ci sentiremmo voluti bene e
ce ne andremmo con una certa amarezza. Il fatto sta che esistono 3
livelli nel "dialogo":
- UDIRE i suoni (e molti odono)
- SENTIRE le parole (pochi sentono)
- ASCOLTARE la persona (rari ascoltano).
Proviamo
ad invertire i ruoli: come rischiamo di comportarci noi quando qualcuno
ci parla?
* Rincorriamo i nostri pensieri...
* Filtriamo il significato delle sue parole con i nostri schemi...
* Inseguiamo con la nostra mente delle risposte da dare...
* Ci perdiamo nei ricordi suscitati dalle parole dell'altro...
In definitiva siamo pieni: l'altro versa sui di noi la piena del
suo cuore ma il nostro recipiente è già pieno e facciamo trasbordare
tutto fuori.
Per
ascoltare la persona è necessario come prima cosa "svuotarsi"
essere vuoti e accoglienti. È quanto ha fatto Gesù con noi: "Non
considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma svuotò sé
stesso..." (cf Fil 2,6). Si tratta di far tacere dentro di noi
pensieri, preoccupazioni, giudizi, aspettative...
Ma anche questo non basta: può essere utile per capire il discorso ma
da solo non è sufficiente per capire la persona, non è ancora amore
cristiano: siamo ancora al livello di sentire le parole. S. Paolo nella
lettera ai filippesi continua: "...svuotò sé stesso assumendo la
condizione umana". Quindi Gesù, oltre a svuotarsi ha assunto,
ha preso su di sé la condizione dell'altro. Anche qui, in quanto
espressione dell'amore, oltre ad un aspetto passivo (svuotarsi) c'è un
aspetto attivo: assumere, mettersi nei panni dell'altro o, come si usa
dire, vivere l'altro vedendo il mondo con i suoi occhi, a partire dalla
sua sensibilità e dalla sua storia. Come diceva ancora S. Paolo
"Mi sono fatto giudeo con i giudei, greco con i greci, mi sono
fatto tutto a tutti per guadagnarli a Cristo" (cf 1Cor 9,20-22).
Questo non significa che condividi quello che pensa ma che lo capisci,
lo comprendi, cioè lo "contieni". L'altro in questo modo si
sente voluto bene sin nell'intimo, proprio perché compreso in
profondità, accolto senza pregiudizi e per questo più facilmente si
sente più facilmente spinto a riamare, a diventare
"fratello".