i Giovani con i Padri Somaschi     

 

Incontri

   
La Formula della Compagnia
Servire i poveri
fare famiglia con i poveri.
Grottaferrata, 4 sett 2001 

In S. Girolamo il servizio è il frutto di tutta una vita che precede: non si può veramente servire se non si è scoperto nel Crocifisso l'amore di Dio per noi e se questo amore non è vissuto scambievolmente dalla "compagnia", dalla comunità.
In quanto frutto il servizio porterà con sé anche le caratteristiche della "pianta" da cui è nato e quindi non potrà essere semplicemente un "fare delle cose in aiuto di chi ha bisogno".
È qualcosa di più perché il servizio per S. Girolamo ha il sapore della "compagnia", dell'amore reciproco: il povero non è soltanto uno che ha una necessità ma è mio fratello: "Con questi miei fratelli - diceva riferendosi agli orfani che serviva - io voglio vivere e morire". Quindi l'obbiettivo del servizio è rendere chi si serve propri fratelli, capaci di ricambiare l'amore. Il primo passo di ciò sta nell'avere lo stesso "sangue" del fratello, cioè di condividerne la vita, immedesimandosi con loro, mettendosi nei loro panni.

Da quanto abbiamo capito il primo strumento per il servizio è la propria capacità di rapporto che non dobbiamo mai dare per scontato.
Ipotizziamo il caso di trovarci a parlare con una persona dicendogli delle cose che sentiamo importanti. Stai parlando e l'altro interviene:
- magari non ti ha neppure fatto concludere
- dà una risposta che non c'entra
- fa una domanda la cui risposta era già contenuta in quanto si era detto
- incomincia a parlare di cose sue sorvolando quanto avevamo detto.

In una situazione come questa sicuramente non ci sentiremmo voluti bene e ce ne andremmo con una certa amarezza. Il fatto sta che esistono 3 livelli nel "dialogo":
- UDIRE i suoni (e molti odono)
- SENTIRE le parole (pochi sentono)
- ASCOLTARE la persona (rari ascoltano).

Proviamo ad invertire i ruoli: come rischiamo di comportarci noi quando qualcuno ci parla?
* Rincorriamo i nostri pensieri...
* Filtriamo il significato delle sue parole con i nostri schemi...
* Inseguiamo con la nostra mente delle risposte da dare...
* Ci perdiamo nei ricordi suscitati dalle parole dell'altro...
In definitiva siamo pieni: l'altro versa sui di noi la piena del suo cuore ma il nostro recipiente è già pieno e facciamo trasbordare tutto fuori.

Per ascoltare la persona è necessario come prima cosa "svuotarsi" essere vuoti e accoglienti. È quanto ha fatto Gesù con noi: "Non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma svuotò sé stesso..." (cf Fil 2,6). Si tratta di far tacere dentro di noi pensieri, preoccupazioni, giudizi, aspettative...
Ma anche questo non basta: può essere utile per capire il discorso ma da solo non è sufficiente per capire la persona, non è ancora amore cristiano: siamo ancora al livello di sentire le parole. S. Paolo nella lettera ai filippesi continua: "...svuotò sé stesso assumendo la condizione umana". Quindi Gesù, oltre a svuotarsi ha assunto, ha preso su di sé la condizione dell'altro. Anche qui, in quanto espressione dell'amore, oltre ad un aspetto passivo (svuotarsi) c'è un aspetto attivo: assumere, mettersi nei panni dell'altro o, come si usa dire, vivere l'altro vedendo il mondo con i suoi occhi, a partire dalla sua sensibilità e dalla sua storia. Come diceva ancora S. Paolo "Mi sono fatto giudeo con i giudei, greco con i greci, mi sono fatto tutto a tutti per guadagnarli a Cristo" (cf 1Cor 9,20-22).
Questo non significa che condividi quello che pensa ma che lo capisci, lo comprendi, cioè lo "contieni". L'altro in questo modo si sente voluto bene sin nell'intimo, proprio perché compreso in profondità, accolto senza pregiudizi e per questo più facilmente si sente più facilmente spinto a riamare, a diventare "fratello".

Seguite la via del Crocifisso

Amatevi gli uni gli altri

Servite i poveri